Non di solo pane

Pubblicato il 29 novembre 2025 alle ore 19:16

di Verdiana Siddi

 

Mi è venuta voglia di quell’ottimo pane del forno del paese. Esco, col desiderio di trovarne ancora, è tardi e potrebbero averlo già venduto tutto. Quando arrivo sbircio dal vetro del banco e vedo che ne è rimasto ancora un po’. Ci sono delle persone in fila, attendo il mio turno. Finalmente tocca a me, prendo una pagnotta. Sono felice.
Ora cosa volete sapere? Perché l’abbia desiderato? Oppure volete sapere perché è così dannatamente buono? Forse volete sapere dove si trova il forno?

Ecco, tutte queste domande sono solo banali metafore di come funzioni un approccio filosofico alla conoscenza.
Quel pane è buono per me o è buono per chiunque? E pensate che il suo gusto dipenda solo dalla ricetta oppure dalla manualità del fornaio? La qualità degli ingredienti avrà pure una sua importanza. Bene, se andiamo in fondo alla questione scopriremo che, per conoscerne la conoscenza, ci troveremo non troppo tardi a domandarci: com’è che il seme germoglia nel terreno?

La filosofia si interroga da secoli sulla possibilità di fondare la conoscenza: che cosa è tale e cosa invece è pseudo-tale?

Sappiamo che la conoscenza si divide in due grandi insiemi: il primo comprende ciò che deriva dall’esperienza sensibile, il secondo invece è ciò che la nostra mente riesce a concepire con la pura ragione. Per meglio esprimere: se guardo il cielo e questo è azzurro, avrò immediata intuizione sensibile del cielo azzurro. Per voi che leggete, che ho visto il cielo azzurro, non è necessario averlo visto con me, perché potrete trovare nella vostra mente l’idea di cielo e l'idea di azzurro, e tanto basterà per intenderci.
La faccenda in realtà è però più complessa di così; provo a fornire una breve sintesi del pensiero di un grande filosofo.

Edmund Husserl, padre della fenomenologia, già nei primi decenni del XX secolo, distingueva le intuizioni in due livelli:

- livello sensibile: metodo empirico, l’esperienza fornisce una percezione prospettica, ovvero parziale, della realtà dell’oggetto (“il cielo è azzurro perché l’ho visto”);

- livello categoriale o eidetico: percezione completa, apodittica, di un tipo o classe di idee (“cielo”, “azzurro”)

Il livello sensibile fonda il livello eidetico, ma quest’ultimo si raggiunge solo attraverso un’astrazione puramente razionale che, dalla consuetudine ma nella sospensione di ogni giudizio (epoché), fornisce elementi della conoscenza che esulano dalla soggettività e si riferiscono alle essenze delle cose, cioè alle proprietà dette invarianti. Il cielo, oltre il giudizio del cielo. L’azzurro, oltre il giudizio dell’azzurro. Così, attraverso questo processo astrattivo ed estrattivo riusciamo a comunicare, benché da prospettive differenti.

Nell’intuizione eidetica, egli individua poi un’ulteriore suddivisione:

- generalizzazione: ciò che afferisce ad un dominio ontologico specifico del mondo materiale (“essere cielo”);
- formalizzazione: ciò che definisce le essenze formali, svincolate dalla regione d’essere delle cose (“essere qualcosa”, “essere uno”)

Per Husserl poi, la dinamica percettiva non è solo dell’intenzione del soggetto, monade concreta, che si muove verso l’oggetto percepito, ma è anche nell’oggetto, che si dà alla coscienza dell’osservatore. In questa tensione reciproca, tra l'azione intenzionale di percepire e l'esistente percepito che si dà, si realizza l’intersoggettività. Nel punto mediano ideale tra questi due moti, anche in un'esperienza conoscitiva non satura (cioè non esatta, non completa) di un dato fenomeno, in tale punto il noema, nel processo di noesi, ovvero ciò che è per me adesso, ci convince di sapere, ma è contestuale ad una struttura intersoggettiva in quanto il soggetto, non solo percepisce, ma riconosce altri soggetti (alter-ego) che percepiscono, e in ciò si universalizza un livello relazionale massimo dell’esistente, dell’esserci teleologicamente. La Verità non è dunque nel fatto in sé, meno ancora è nelle percezioni soggettive, non è nemmeno nelle percezioni massimamente analoghe l’una all’altra, ma nella pluralità trascendentale che genera un processo teleologico universale.

L’Etica che si metta al servizio del Vero non potrà mai essere determinata a priori, come sceglie di fare qualsiasi dottrina, ovvero applicandola maldestramente, usurpandola al suo significato e snaturandola, in maniera tale da renderla aderente a precetti. L’Etica deve essere un approccio di argomentazione che entri nel merito delle questioni, e da più prospettive, per considerare ogni cosa con spirito critico, per mezzo del dialogo.
Non si tratta dunque di qualunquismo, ma di un profondo senso di responsabilità, di un dovere morale.

Anche il mio Io può e deve essere noema intenzionato, per quanto difficile.

La percezione non basta a giungere alla conoscenza dell’oggetto percepito e interviene il giudizio, o l’intuito, a completare il riempimento conoscitivo. Fermarsi a questo è una scelta.

L’errore è il risultato di una previsione che, non potendosi basare su soli dati certi, si avventura in deduzioni, approssimando. Non c’è nulla di male nell’errore in quanto tale, fa parte del lavoro di ricerca.

La volontà di ottenere un certo effetto, della ragione o della pratica, invece, per quanto ingiusto, illogico, mendace possa risultare, come avviene con alcune dottrine, questo non è un errore, è una scelta.

C’è uno scarto, mistico, nella scelta, ma questo potrà essere tema di un prossimo articolo.

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