Essere curdo oggi. Intervista a Shorsh Surme - di Anna Lisa Maugeri

Pubblicato il 13 novembre 2025 alle ore 08:26

Storia, identità e futuro di un popolo senza Stato

Shorsh Surme (Erbil, 1961) è giornalista, scrittore e attivista curdo. Da oltre quarant’anni vive in Italia, dove si è affermato come una delle voci più autorevoli sul Kurdistan e sulla condizione del popolo curdo nel mondo. Presidente della Comunità Curda in Italia dal 1989 al 1998 e fondatore del giornale online Panorama Kurdo, Surme ha dedicato la propria vita alla divulgazione culturale e alla difesa dei diritti umani.

Autore di numerosi saggi, tra cui “Kurdistan. Storia, società e tradizioni, arte e cultura, religione” (1999) ed “Essere curdo. Il più grande popolo senza Stato tradito dalla storia” (2020, con Lorenzo Guella), Surme unisce rigore storico, sensibilità umanistica e un forte senso etico nella narrazione del suo popolo.

In questa intervista esclusiva, ci parla del presente e del futuro del Kurdistan, dell’identità curda, del ruolo dell’Europa e della forza della cultura come resistenza.

Intervista a Shorsh Surme

D: Come descriverebbe oggi, nel 2025, la condizione del popolo curdo nel Medio Oriente?

R: La situazione del popolo Curdo in questo momento è in relativa calma. In Iraq in particolare, dopo la caduta di Saddam nel 2003, la condizione dei curdi è cambiata dopo tutti i massacri e i genocidi che avevano subito, hanno potuto respirare aria di libertà e con la nuova costituzione l’Iraq si è trasformata in una Repubblica Federale, in conseguenza anche la Regione del Kurdistan è divenuta una regione Federale per la prima volta nella sua triste storia.

D: In oltre quarant’anni di attivismo e testimonianza, qual è il cambiamento più profondo che ha visto nella causa curda?

R: Riuscire ad esprimersi liberalmente, una stampa libera e il ruolo dei partiti. Nel Kurdistan dell’Iraq ci sono due partiti principali che sono il Partito Democratico del Kurdistan (PDK) e l’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK). Devo dire, purtroppo, che questi due partiti, sia nel passato che nel presente, hanno avuto delle divergenze non solo politiche, ma anche scontri armati. Questo aspetto ha fatto soffrire la popolazione curda. I due partiti venivano strumentalizati dai paesi limitrofi come la Turchia e l’Iran per distabilizzare la Regione del Kurdistan da una parte, dall’altra non riuscivano a digerire che una parte del grande Kurdistan fosse libero.

D: Quali sono, a suo avviso, le principali incomprensioni che l’Occidente continua a manifestare nei confronti del Kurdistan e del popolo curdo?

R: L’Occidente, sia nel passato che nel presente, non ha mai aiutato la popolazione curda, basti pensare ad un paese come la Turchia dove vivono più di 25 milioni di curdi, che è membro della Nato e che si accinge a diventare anche membro dell’Unione Europea. 

D: Dopo anni di guerre e promesse disattese, crede che esista ancora una reale prospettiva di autonomia o indipendenza per i curdi?

R. Purtroppo è molto difficile l’indipendenza per il Kurdistan. Non serve andare troppo lontano nel tempo, nel 2017 fu fatto un referendum a cui il 92% dei curdi ha votato il SI per l’indipendenza del Kurdistan, ma i curdi furono delusi perchè non venne riconosciuto da nessuno, a differenza del Kosovo che nell’arco di 24 ore dichiarò l’indipendenza e fu riconosciuta da tutti i paesi occidentali, tranne la Serbia bielorussa e la Russia, e sappiamo il perché del loro rifiuto. In Kurdistan la popolazione è rimasta molto delusa perchè ha capito l’uso di due pesi e due misure, pur avendo molta speranza che i paesi occidentali, in testa gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, appoggiarssero questa indipendenza dei curdi dell‘Iraq. Dopo la caduta di Saddam del 2003 il governo Regionale del Kurdistan ha cercato di far rinascere il paese. Non dimentichiamo che Saddam aveva raso al suolo più di 4000 villaggi e aveva distrutto tutto, perfino cementato i bacini naturali, i frutteti, impedendo ai curdi di vivere bene nei villaggi. Adesso si sta ricostruendo tutto. Mio padre mi diceva: “io morirò ma voi vedrete l’indipendenza”. Io sono dubbioso su questo, ma noi dobbiamo dire la stessa cosa ai nostri figli e raccontare questa ingiustizia che viene compiuta nei confronti di uno dei popoli più grandi al mondo che è ancora senza uno Stato. 

D: Che ruolo giocano oggi Stati come Turchia, Iran, Iraq e Siria nel mantenere “senza Stato” il popolo curdo?

R: Questi Stati hanno il ruolo di occupanti. Non dimentichiamo che il trattato di Sykes-Picot nel 1916 del secolo scorso fu scritto a tavolino al confine del Kurdistan dopo la caduta dell’impero ottomano. Allora il padre della Turchia, Mussafa Kamalata Turk si mise d’accordo con i paesi occidentali, in particolare la Francia e la Gran Bretagna. Proprio nel 2016 è stata ricordata questa data come data del massacro del Popolo curdo. La Francia in particolare, avendo i tre principi di liberté fraternité e legélite, non ha dimostrato di volerli riconoscere anche per i curdi. Perciò, questi paesi cercano soltanto di massacrare i curdi e di strumentalizzare la questione. I curdi non sono liberi e quel poco che sono riusciti a conservare delle propria cultura è stao possibile attraverso iniziative specifiche, per esempio l’Istituto curdo di Parigi fondato proprio per conservare la cultura curda e la lingua curda, poiché fino a 10, 15 anni fa in Turchia chi parlava il crudo rischiava 15 anni di galera.

D: Potenze come Stati Uniti, Russia e Turchia hanno strategie comuni o solo interessi divergenti nella regione del Kurdistan oggi?

R: Non c’è nessuna strategia in comune tra questi tre Stati. Ad esempio, la Turchia ha avuto sempre un piede in due staffe. Da una parte è membro della NATO, che dovrebbe essere alleato degli Stati Uniti e invece ha avuto anche rapporti con la Russia, comprando addirittura armi e missili dalla Russia di Putin. Gli Stati Uniti hanno sempre perseguito solo i propri interessi, anche finché Saddam è servito loro contro l’espansionismo Khomeinista. Gli iraniani gli hanno dato di tutto, l’hanno appoggiato in tutti i modi e quando non è servito più abbiamo visto come lo hanno eliminato, e non per amore dei popoli dell’Iraq ma perché a loro non serviva più. Gli hanno tappato la bocca durante il processo per non dire quello che sapeva anche riguardo agli americani, tant’è vero che è stato impiccato all’alba in una giornata di festa che per i musulmani era molto importante. 

D: Qual è la posizione dei Paesi europei rispetto alla questione curda? L’Europa ha fatto abbastanza o resta prigioniera degli equilibri geopolitici?

R: Purtroppo l’Europa rimane prigioniera degli equilibri geopolitici. Non ha mai avuto una iniziativa nei confronti della popolazione curda. Anche durante l’attacco dell’Isis si sono recati in Kurdistan i capi di Stato di governo, tra questi anche Renzi per esempio nel 2014 quando era Primo Ministro Italiano, andò in Kurdistan dicendo ai curdi che erano solidali con loro e li avrebbero aiutati. In realtà poi non c’è stato nessun aiuto. Gli americani dal cielo bombardavano, ma se non ci fossero stati i Peshmerga, i combattenti e le leonesse curde, le donne curde, non sarebbero riusciti a sconfiggere l’Isis, l’organizzazione più pericolosa in quel momento. Addirittura il califfato aveva emanato una legge interna che decretava che chi fosse stato ucciso per mano di una donna curda non avrebbe avuto il diritto di essere sepolto ma doveva essere dato in pasto ai cani.

D: Le nuove guerre in Medio Oriente, come quella israelo-palestinese e il conflitto nel nord della Siria, stanno influenzando anche la situazione dei curdi?

R: Per quanto riguarda la questione israelo-palestinese no, non ha nessuna influenza ma noi come popolo oppresso siamo solidali con il popolo palestinese, anche se il popolo palestinese, a differenza del popolo curdo, ha praticato anche degli atteggiamenti non corretti, per esempio negli anni 70 e 80 hanno praticato molto il terrorismo e compiuto degli atti terroristici, basti ricordare quello degli anni 80 all’aeroporto di Fiumicino a Roma, il famoso capo Abu Nida fece un attentato terroristico in cui furono uccise molte persone innocenti. Per quanto riguarda il discorso della Siria, in Rojava i curdi siriani addirittura non venivano riconosciuti dal governo e non avevano nessun documento, non potevano viaggiare, non venivano considerati cittadini di quel paese, venivano chiamati “la cintura araba”, in pratica i curdi siriani era come se non esistessero assolutamente, e questa è la situazione nonostante sia caduto il regime di Assad, ma anche prima della guerra civile sono riusciti a organizzarsi e a fare elezioni per cercare di governare da soli.

D: Le atrocità subite dal popolo curdo sono state riconosciute a livello internazionale come genocidio? E in Italia?

R: Questa è una domanda molto interessante. Purtroppo finora solo quattro paesi hanno riconosciuto il genocidio dei curdi dell’operazione Anfal in cui furono sepolti vivi 182 000 curdi nel deserto tra l’Iraq e l’Arabia Saudita. Questo genocidio è stato riconosciuto dalla Svezia, dalla Norvegia e dalla Finlandia, ma altri paesi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Italia purtroppo non lo hanno riconosciuto. Io personalmente ho cercato di presentare qualcosa al Parlamento in modo che venga conosciuto quanto accaduto e spero tanto che l’Italia possa veramente essere d’esempio e riconoscere l’operazione Anfal come genocidio nei confronti della popolazione curda.

D: Quanto incide oggi l’ONU nei conflitti odierni? In particolar modo in determinate aree geografiche, come il Medio Oriente?

R: Purtroppo oggi come oggi l’Onu non conta assolutamente niente perché chi comanda all’interno dell’ONU sono i paesi forti, i paesi ricchi dell’Occidente e gli Stati Uniti. Per questo l’Onu ormai è diventata un’organizzazione che non riesce assolutamente a fare nulla, nonostante i suoi membri, ovvero i 193 paesi del mondo che fanno parte di questa organizzazione. Abbiamo visto anche nella Guerra di Gaza e in altri conflitti che sono ancora in corso, per esempio in Sudan dove da tre anni avviene un massacro e dove i caschi blu, che fanno parte dell’ONU, non vengono mandati a mettersi mezzo tra queste due fazioni per difendere la povera gente, già questo è un segnale chiaro del fatto che le Nazioni Unite non contano assolutamente nulla. L’Onu ma anche il Consiglio di Sicurezza sono degli organismi che noi cittadini del mondo paghiamo anche se non fanno delle cose concrete. Questi organismi non hanno più significato e noi continuiamo a mantenerli.

D:  La lingua e la letteratura curda hanno spesso resistito in clandestinità. Qual è oggi la loro condizione?

R: La letteratura curda ha avuto momenti di alti e bassi, perché in paesi come la Turchia la cultura curda è inesistente, in Siria la stessa cosa, in Iran è uguale, l’unica parte in cui si è riusciti a far conservare la cultura curda è stata nella parte dell’Iraq. Questo grazie alla rivoluzione curda e a chi ha continuato a combattere il regime di Saddam e ha fatto sì che la cultura curda sopravvivesse tramite centri culturali, per esempio il centro culturale curdo di Baghdad che ha avuto veramente un ruolo determinante nel far vivere la cultura curda pubblicando libri di poeti, di scrittori curdi e di romanzieri che non c’erano più. Questo è stato molto importante e anche all’estero è stato un fattore essenziale per la cultura curda. L’Istituto curdo di Parigi che è stato appunto fondato con l’aiuto di Mitterrand nel 1984 proprio per conservare la cultura curda, è stato molto importante per tutti e anche per il sottoscritto, quando ho cercato di pubblicare e di tradurre un’opera come Il castello di Dimdim. Si tartta di un’opera molto importante di uno scrittore curdo russo, Ereb Šamilov,  che racconta proprio l’epopea e la storia del Popolo curdo. Il libro è stato tradotto in latino e poi dal latino è stato trascritto in alfabeto arabo. Da lì io sono riuscito a tradurlo in lingua italiana e nel 1999 ha avuto il secondo posto come libro più apprezzato alla fiera del libro di Torino.

D: Quanto è importante la cultura — poesia, musica, teatro — per la sopravvivenza dell’identità curda?

R: Anche per i curdi come per tutti gli altri popoli del mondo è importante la musica, la poesia, il Teatro e credo che abbiano molto da raccontare attraverso le proprie opere, attraverso la poesia e la musica, il teatro. Sono strumenti importanti per divulgare la cultura e la sofferenza del Popolo crudo.

D: In Italia e in Europa, quali sono oggi le condizioni dei rifugiati e dei migranti curdi?

R: La condizione dei rifugiati curdi in Europa oggi penso che sia abbastanza buona rispetto ad altri popoli, anche perchè la sofferenza dal Popolo curdo è noto a tutti grazie a chi ha cercato di divulgare la loro sofferenza. Sono stati proprio loro, i rifugiati, una spalla molto importante per la lotta interna del Kurdistan, per divulgare e far conoscere all’opinione pubblica quello che succedeva in Kurdistan. Credo, quindi, che il ruolo dei rifugiati curdi in Europa sia stato molto importante.

D: Lei ha spesso denunciato la “fatica di essere curdo” anche in Occidente. Cosa significa concretamente, nel quotidiano?

R: Purtroppo essere curdo in Europa è stato ed è abbastanza pesante. Io mi ricordo molto bene quando sono arrivato in Italia tanti anni fa, non parlavo molto bene la lingua italiana perciò facevo fatica, ma comunque ho cercato di far conoscere la sofferenza del mio Popolo, di raccontare tutti i massacri e i genocidi che sono stati perpetrati particolarmente dal regime turco e dal regime di Saddam, anche quando si è cercato in pratica di nasconderli, invece io personalmente sono riuscito a far conoscere all’opinione pubblica queste situazioni. Per me è stato molto importante ma anche molto pesante perché non è facile raccontare la sofferenza che hai vissuto tu e le persone che ti circondavano, molte delle quali non ci sono più.

D: Quanto pesa, ancora oggi, la disinformazione e il silenzio mediatico sul Kurdistan?

R: La disinformazione pesa molto perché quando succede qualcosa in Kurdistan non sempre i giornali ne parlano, purtroppo non c’è molta attenzione nei confronti della popolazione curda e non c’è mai stata, questo è evidente visto che non abbiamo mai avuto nessuana prima pagina di giornale, né il Corriere della Sera o la Repubblica, per esempio, che dedicassero un articolo ampiamente spiegato su chi sono i curdi e qual è la loro situazione. I media purtroppo non hanno mai avuto un ruolo importante nei confronti della questione curda.

D: Quale ruolo può avere il giornalismo indipendente nel guidare una comprensione più equilibrata della regione?

R: Sicuramente un giornalismo indipendente sarebbe molto importante perché, appunto, sarebbe imparziale e perciò avrebbe maggiore opportunità e forza nel divulgare quello che accade al popolo curdo.

D: Che ruolo può avere la nuova generazione curda, dentro e fuori il Kurdistan, nel cambiare le cose?

R: Sicuramente è un ruolo molto importante perché la nuova generazione è cambiata, è cambiato il mondo con i social media, tutto quello che è avvenuto negli ultimi 10 anni, 15 anni, credo sia stato anche per merito dei giovani curdi. Quando oggi succede qualcosa lo vedi subito su Facebook o su Instagram o su altri social media, immediatamente.

D: C’è un ricordo, un luogo o una persona che l’ha segnata nel suo cammino di attivista e giornalista?

R: Sì, mio padre. Mio padre è stato un combattente, nonostante fosse laureato in Scienze politiche e poi si sia specializzato, doveva insegnare proprio nelle università e invece lui ha lasciato tutto ed è andato a combattere sulle montagne del Kurdistan. Questo per me è stato un fatto molto importante perché ci ha insegnato cosa vuol dire fare la politica. Io mi ricordo che due giorni prima che morisse, chiamò me e mio fratello e ci disse: “Se volete fare la politica, vivete per la politica e non sulla politica”. Purtroppo, oggi come oggi, sia in Occidente che in tutto il mondo, si vive sulla politica e non per la politica ed il risultato di ciò è quello che vediamo.

D: Cosa la spinge, dopo tanti anni, a continuare a raccontare la storia del suo popolo?

R: La perdita di quattro fratelli che sono stati uccisi dai bombardamenti del regime di Saddam. La distruzione della mia casa, la sofferenza di mia mamma, la sua morte è la conseguenza di quello che aveva vissuto. È lei che ci ha fatto crescere, non abbiamo vissuto molto con mio padre, purtroppo lui c’è stata molto poco con noi. Perciò per me è molto importante che io possa raccontare la mia sofferenza, e l’ho fatto anche attraverso i libri che ho pubblicato.

D: Se dovesse rivolgere un messaggio ai giovani italiani che poco conoscono il Kurdistan, quale sarebbe?

R: Mi rivolgerei ai giovani italiani chiedendo loro di approfondire la conoscenza non soltanto del Popolo curdo, ma di tutti i popoli che soffrono perché vivono sotto la dittatura. Io credo sia compito anche di chi insegna, al di là della materia didattica, cercare di far capire a questi ragazzi, a questi giovani italiani, chi è per esempio il Popolo curdo. Io stesso vado spesso nelle scuole da quando sono in Italia, nelle università di scienze politiche e cerco di spiegare con il loro linguaggio chi sono i curdi, quale è la loro sofferenza e il perché di questa sofferenza e vedo che mi ascoltano veramente con molto interesse. Questo mi fa molto piacere. 

 

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