La notte dei droni che ha cambiato il Medio Oriente. 45 anni di una guerra invisibile contro l’Iran. di Maurizio Torti
Per quasi mezzo secolo, l'Iran e il suo popolo sono stati al centro di un conflitto silenzioso e invisibile. Quella che spesso i media occidentali hanno etichettato come “tensione internazionale” è in realtà una lunga guerra, un tentativo architettato dall'Occidente, guidato dagli Stati Uniti, di destabilizzare la Repubblica Islamica dell’Iran. L'arsenale di questa guerra non è fatto solo di bombe, ma anche di sanzioni, embarghi, isolamento diplomatico e una morsa economica volta a soffocare il paese e provocare la reazione del popolo iraniano. A partire dal 2011, le sanzioni hanno ridotto drasticamente le esportazioni di petrolio iraniano, facendo crollare le entrate in valuta estera e rallentando la crescita del PIL da un rispettabile 5-9% annuo nei primi anni 2000 a meno del 3% negli anni successivi .Colpire l'economia iraniana ha significato soprattutto impedirle di sviluppare la propria industria petrolifera, bloccando l'accesso a tecnologie avanzate per l'estrazione e paralizzando la sua principale fonte di reddito. Parallelamente, è stato messo il veto allo sviluppo della ricerca nucleare civile, un diritto sancito dal Trattato di non proliferazione, trasformandola in uno spettro minaccioso: l'incubo di una bomba atomica. In questo contesto di pressione costante, l'Iran ha cercato per anni la via del dialogo, accettando mediazioni e accordi internazionali, nella speranza di preservare la propria sovranità, diventata un'eccezione in un Medio Oriente sempre più frammentato e fragile.La morte di Ali KhameneiLa tensione accumulata in 45 anni è esplosa in una sequenza di operazioni militari. Questa lunga scia di tensioni ha avuto numerosi picchi drammatici. Nel gennaio 2020, un drone statunitense uccise a Baghdad il generale Qassem Soleimani, scatenando una crisi che portò l'Iran a colpire basi Usa in Iraq. Il programma nucleare iraniano è stato al centro di continue crisi politiche e militari: nel luglio 2020 e nell'aprile 2021, esplosioni e sabotaggi colpirono l'importante impianto di arricchimento di Natanz, e Teheran puntò il dito contro Israele. La risposta iraniana fu di aumentare il livello di arricchimento dell'uranio fino al 60%, un passo tecnico significativo verso la soglia militare. Nell'aprile e nell'ottobre 2024, dopo anni di guerra ombra, Israele ha compiuto operazioni militari con missili e droni contro l’Iran, che ha risposto colpendo siti militari e difese aeree in territorio israeliano. Nell'estate del 2025, la tensione è degenerata in una “guerra di 12 giorni” a giugno, quando Israele ha attaccato obiettivi nucleari e militari, e gli Stati Uniti sono intervenuti direttamente colpendo tre siti atomici iraniani. L'Iran rispose prendendo di mira una base americana in Qatar.Sul fronte interno, la popolazione è stata stremata. Nel settembre 2022, la morte di Mahsa Amini, una 22enne curda uccisa dalla polizia a Teheran, ha scatenato il movimento di protesta "Donna, Vita, Libertà", represso nel sangue ma che è riuscito a fermare l'applicazione coercitiva dell'hijab. A dicembre 2025, dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca e il ripristino della politica di "massima pressione", la crisi economica è esplosa: il rial è crollato a 1,42 milioni per dollaro, con un'inflazione annua dei prezzi alimentari al 72%. Le proteste sono ripartite dal Gran Bazar di Teheran, estendendosi a città come Esfahan, Shiraz e Mashhad, spinte dall'eliminazione dei sussidi sui cambi voluta dal presidente riformista Masoud PezeshkianMarzo 2026, approfittando del fattore sorpresa, l'aviazione israeliana, in coordinamento con bombardieri e intelligence statunitensi (CIA, Mossad, MI6), ha lanciato un attacco combinato su Teheran. Una nuvola nera di droni, aerei spia e missili ha oscurato i cieli della capitale, colpendo quello che i servizi segreti occidentali hanno definito “il bersaglio grosso”: il complesso presidenziale. Le sirene non hanno suonato. I sistemi di difesa iraniani, non sono riusciti a contrastare in tempo l'offensiva. Poche ore dopo, i media iraniani, con un silenzio mortale, hanno confermato l'impensabile: la guida spirituale, Ali Khamenei, è stata uccisa nell'attacco. Un evento che rappresenta il desiderio inconfessato di molti paesi occidentali e di una frangia dell'opposizione iraniana in esilio e presente anche all’interno del paese.L'amaro paradosso è che l'attacco è avvenuto poche ore dopo che i media internazionali davano per imminenti delle conclusioni, forse, positive nei negoziati in corso. L'Iran, nonostante le continue minacce di Israele e Usa, aveva più volte dimostrato la sua volontà diplomatica. Il segnale più eclatante era stato l'accordo sul nucleare del 2015 (JCPOA), firmato a Vienna tra l'Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti) più Germania e Unione Europea. Un patto che garantiva trasparenza e limiti in cambio della revoca delle sanzioni. Ma la finestra di dialogo venne chiusa nel 2018, quando l'amministrazione Trump si ritirò unilateralmente dall'intesa, strangolando nuovamente l'economia iraniana e riportando la regione sul baratro. L'obiettivo, agli occhi di Teheran, era chiaro: impedire a tutti i costi la sopravvivenza dell'ultimo Stato della regione ancora integro e sovrano, capace di dire no ai dettami di Washington e Tel Aviv.La follia del sangue e le responsabilità del mondoL'uccisione di Khamenei ha aperto una fase di caos e incertezza. Donald Trump e Benjamin Netanyahu, forti del successo militare, hanno immediatamente, prima minacciato, poi avviato la distruzione totale di tutti i comandi militari, lo stato maggiore e le istituzioni governative iraniane, lanciando appelli alla popolazione e ai "nemici interni" del regime perché imbraccino le armi, con il sostegno già operativo dei servizi segreti israeliani. Ma l'Iran non è inerme. Una prima reazione coordinata non è tardata ad arrivare: i Pasdaran e l'esercito regolare hanno risposto con droni e missili contro basi Usa nei paesi confinanti, unità navali americane nel Golfo e obiettivi in Israele. Ad ogni attacco israeliano e statunitense, le forze armate iraniane contrattaccano e questo accade dall’inizio di questo nuovo conflitto. Tuttavia, il prezzo di questa escalation è già stato pagato nel modo più atroce. In un tragico errore o in un crimine di guerra, i missili hanno centrato una scuola femminile, uccidendo 142 studentesse inermi e ferendone oltre 80. Un numero di vittime destinate a crescere. Un costo in sangue che grida giustizia e pone una domanda: questo conflitto si poteva evitare? Perché colpire proprio mentre si parlava di pace? Il “fattore sorpresa” è stata la risposta della realpolitik.Ora, il Medio Oriente è completamente destabilizzato, un “gradito regalo" a Israele, pronto a esportare in tutta la regione la sua industria tecnologica, bellica e farmaceutica. Trump, forte di questa vittoria e di altri successi militari (come il rapimento del leader venezuelano Maduro), gioca le sue carte in vista delle elezioni di midterm, accontentando i falchi repubblicani e democratici, Trump rischia di perdere sia la Camera sia il Senato. La sua sfida non è solo all'Iran, nello scenario di guerra c’è l’organizzazione dei Brics, un'alleanza di economie emergenti (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Indonesia) nata per acquisire e consolidare il proprio peso geopolitico contro l'egemonia occidentale, rappresentando il “Sud globale”. La geopolitica disegna spesso degli scenari quasi impensabili, questa guerra si è trasformata in un test importante per i Brics, perché alcuni membri in queste ore non hanno attività diplomatiche ma si colpiscono a vicenda con missili e droni. L’Iran ha colpito gli Emirati Arabi Uniti, lo stato maggiore dell’Arabia Saudita ha ordinato di reagire contro l’Iran se viene colpito e l’Etiopia ha schierato numerose forze armate a favore di Israele.Trump osserva e fa i suoi calcoli da imprenditore assetato di potere e a testa bassa si è lanciato in diverse campagne militari e politiche contro l’intero sistema sistema multilaterale con un solo obiettivo, salvare a tutti i costi la sua sedia presidenziale. Donald Trump vuole riformare l'ONU a suo vantaggio, trasformandola in una “camera di commercio” sotto il suo controllo.Ed è qui che si gioca la partita più importante per il futuro. L'ONU, con tutti i suoi limiti e la mancanza di un potere coercitivo, ha da tempo inviato sulla scrivania dei leader mondiali una soluzione: una conferenza regionale per un trattato che bandisca tutte le armi di distruzione di massa (nucleari, chimiche e batteriologiche) dal Medio Oriente. L'Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari del Disarmo (UNODA) sostiene attivamente la "Conferenza per l'istituzione di una zona libera da armi nucleari e altre armi di distruzione di massa in Medio Oriente” (MENWMDFZ). Questo processo, che nel 2025 ha visto riunioni del comitato di lavoro a New York e Amman, mira a negoziare un trattato legalmente vincolante per la regione. Esistono già bozze di trattato dettagliate, come quella elaborata dalla Middle East Treaty Organization (METO), che propongono sistemi innovativi di verifica reciproca e cooperazione con l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) e l'Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC) .Un trattato firmato da tutti i paesi della regione, ma sistematicamente ignorato da Israele. Mentre Trump ripete in loop “l'Iran non avrà mai la bomba atomica”, ignora deliberatamente questa opzione diplomatica globale.Ora, come estrema ratio, l'Iran ha bloccato lo Stretto di Hormuz, la rotta energetica più vitale del pianeta. L'effetto sarà un'impennata dei prezzi di gas e petrolio in tutto il mondo, dai nostri fornelli di casa all'industria. La durata di questa fase dipenderà dalla capacità della resistenza iraniana. Ma al di là degli equilibri geopolitici, una verità emerge nitida: la follia di questa guerra poteva essere evitata. Ed è nostra responsabilità, come cittadini del mondo, difendere i diritti umani e sostenere un’ONU che, seppur imperfetta, rimane l'unica arena possibile per il disarmo e la pace. O continueremo a contare le studentesse morte mentre i leader giocano a scacchi con le loro vite?

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