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La notte dei droni che ha cambiato il Medio Oriente. 45 anni di una guerra invisibile contro l’Iran. di Maurizio Torti

Per quasi mezzo secolo, l'Iran e il suo popolo sono stati al centro di un conflitto silenzioso e invisibile. Quella che spesso i media occidentali hanno etichettato come “tensione internazionale” è in realtà una lunga guerra, un tentativo architettato dall'Occidente, guidato dagli Stati Uniti, di destabilizzare la Repubblica Islamica dell’Iran. L'arsenale di questa guerra non è fatto solo di bombe, ma anche di sanzioni, embarghi, isolamento diplomatico e una morsa economica volta a soffocare il paese e provocare la reazione del popolo iraniano. A partire dal 2011, le sanzioni hanno ridotto drasticamente le esportazioni di petrolio iraniano, facendo crollare le entrate in valuta estera e rallentando la crescita del PIL da un rispettabile 5-9% annuo nei primi anni 2000 a meno del 3% negli anni successivi .Colpire l'economia iraniana ha significato soprattutto impedirle di sviluppare la propria industria petrolifera, bloccando l'accesso a tecnologie avanzate per l'estrazione e paralizzando la sua principale fonte di reddito. Parallelamente, è stato messo il veto allo sviluppo della ricerca nucleare civile, un diritto sancito dal Trattato di non proliferazione, trasformandola in uno spettro minaccioso: l'incubo di una bomba atomica. In questo contesto di pressione costante, l'Iran ha cercato per anni la via del dialogo, accettando mediazioni e accordi internazionali, nella speranza di preservare la propria sovranità, diventata un'eccezione in un Medio Oriente sempre più frammentato e fragile.La morte di Ali KhameneiLa tensione accumulata in 45 anni è esplosa in una sequenza di operazioni militari. Questa lunga scia di tensioni ha avuto numerosi picchi drammatici. Nel gennaio 2020, un drone statunitense uccise a Baghdad il generale Qassem Soleimani, scatenando una crisi che portò l'Iran a colpire basi Usa in Iraq. Il programma nucleare iraniano è stato al centro di continue crisi politiche e militari: nel luglio 2020 e nell'aprile 2021, esplosioni e sabotaggi colpirono l'importante impianto di arricchimento di Natanz, e Teheran puntò il dito contro Israele. La risposta iraniana fu di aumentare il livello di arricchimento dell'uranio fino al 60%, un passo tecnico significativo verso la soglia militare. Nell'aprile e nell'ottobre 2024, dopo anni di guerra ombra, Israele ha compiuto operazioni militari con missili e droni contro l’Iran, che ha risposto colpendo siti militari e difese aeree in territorio israeliano. Nell'estate del 2025, la tensione è degenerata in una “guerra di 12 giorni” a giugno, quando Israele ha attaccato obiettivi nucleari e militari, e gli Stati Uniti sono intervenuti direttamente colpendo tre siti atomici iraniani. L'Iran rispose prendendo di mira una base americana in Qatar.Sul fronte interno, la popolazione è stata stremata. Nel settembre 2022, la morte di Mahsa Amini, una 22enne curda uccisa dalla polizia a Teheran, ha scatenato il movimento di protesta "Donna, Vita, Libertà", represso nel sangue ma che è riuscito a fermare l'applicazione coercitiva dell'hijab. A dicembre 2025, dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca e il ripristino della politica di "massima pressione", la crisi economica è esplosa: il rial è crollato a 1,42 milioni per dollaro, con un'inflazione annua dei prezzi alimentari al 72%. Le proteste sono ripartite dal Gran Bazar di Teheran, estendendosi a città come Esfahan, Shiraz e Mashhad, spinte dall'eliminazione dei sussidi sui cambi voluta dal presidente riformista Masoud PezeshkianMarzo 2026, approfittando del fattore sorpresa, l'aviazione israeliana, in coordinamento con bombardieri e intelligence statunitensi (CIA, Mossad, MI6), ha lanciato un attacco combinato su Teheran. Una nuvola nera di droni, aerei spia e missili ha oscurato i cieli della capitale, colpendo quello che i servizi segreti occidentali hanno definito “il bersaglio grosso”: il complesso presidenziale. Le sirene non hanno suonato. I sistemi di difesa iraniani, non sono riusciti a contrastare in tempo l'offensiva. Poche ore dopo, i media iraniani, con un silenzio mortale, hanno confermato l'impensabile: la guida spirituale, Ali Khamenei, è stata uccisa nell'attacco. Un evento che rappresenta il desiderio inconfessato di molti paesi occidentali e di una frangia dell'opposizione iraniana in esilio e presente anche all’interno del paese.L'amaro paradosso è che l'attacco è avvenuto poche ore dopo che i media internazionali davano per imminenti delle conclusioni, forse, positive nei negoziati in corso. L'Iran, nonostante le continue minacce di Israele e Usa, aveva più volte dimostrato la sua volontà diplomatica. Il segnale più eclatante era stato l'accordo sul nucleare del 2015 (JCPOA), firmato a Vienna tra l'Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti) più Germania e Unione Europea. Un patto che garantiva trasparenza e limiti in cambio della revoca delle sanzioni. Ma la finestra di dialogo venne chiusa nel 2018, quando l'amministrazione Trump si ritirò unilateralmente dall'intesa, strangolando nuovamente l'economia iraniana e riportando la regione sul baratro. L'obiettivo, agli occhi di Teheran, era chiaro: impedire a tutti i costi la sopravvivenza dell'ultimo Stato della regione ancora integro e sovrano, capace di dire no ai dettami di Washington e Tel Aviv.La follia del sangue e le responsabilità del mondoL'uccisione di Khamenei ha aperto una fase di caos e incertezza. Donald Trump e Benjamin Netanyahu, forti del successo militare, hanno immediatamente, prima minacciato, poi avviato la distruzione totale di tutti i comandi militari, lo stato maggiore e le istituzioni governative iraniane, lanciando appelli alla popolazione e ai "nemici interni" del regime perché imbraccino le armi, con il sostegno già operativo dei servizi segreti israeliani. Ma l'Iran non è inerme. Una prima reazione coordinata non è tardata ad arrivare: i Pasdaran e l'esercito regolare hanno risposto con droni e missili contro basi Usa nei paesi confinanti, unità navali americane nel Golfo e obiettivi in Israele. Ad ogni attacco israeliano e statunitense, le forze armate iraniane contrattaccano e questo accade dall’inizio di questo nuovo conflitto. Tuttavia, il prezzo di questa escalation è già stato pagato nel modo più atroce. In un tragico errore o in un crimine di guerra, i missili hanno centrato una scuola femminile, uccidendo 142 studentesse inermi e ferendone oltre 80. Un numero di vittime destinate a crescere. Un costo in sangue che grida giustizia e pone una domanda: questo conflitto si poteva evitare? Perché colpire proprio mentre si parlava di pace? Il “fattore sorpresa” è stata la risposta della realpolitik.Ora, il Medio Oriente è completamente destabilizzato, un “gradito regalo" a Israele, pronto a esportare in tutta la regione la sua industria tecnologica, bellica e farmaceutica. Trump, forte di questa vittoria e di altri successi militari (come il rapimento del leader venezuelano Maduro), gioca le sue carte in vista delle elezioni di midterm, accontentando i falchi repubblicani e democratici, Trump rischia di perdere sia la Camera sia il Senato. La sua sfida non è solo all'Iran, nello scenario di guerra c’è l’organizzazione dei Brics, un'alleanza di economie emergenti (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Indonesia) nata per acquisire e consolidare il proprio peso geopolitico contro l'egemonia occidentale, rappresentando il “Sud globale”. La geopolitica disegna spesso degli scenari quasi impensabili, questa guerra si è trasformata in un test importante per i Brics, perché alcuni membri in queste ore non hanno attività diplomatiche ma si colpiscono a vicenda con missili e droni. L’Iran ha colpito gli Emirati Arabi Uniti, lo stato maggiore dell’Arabia Saudita ha ordinato di reagire contro l’Iran se viene colpito e l’Etiopia ha schierato numerose forze armate a favore di Israele.Trump osserva e fa i suoi calcoli da imprenditore assetato di potere e a testa bassa si è lanciato in diverse campagne militari e politiche contro l’intero sistema sistema multilaterale con un solo obiettivo, salvare a tutti i costi la sua sedia presidenziale. Donald Trump vuole riformare l'ONU a suo vantaggio, trasformandola in una “camera di commercio” sotto il suo controllo.Ed è qui che si gioca la partita più importante per il futuro. L'ONU, con tutti i suoi limiti e la mancanza di un potere coercitivo, ha da tempo inviato sulla scrivania dei leader mondiali una soluzione: una conferenza regionale per un trattato che bandisca tutte le armi di distruzione di massa (nucleari, chimiche e batteriologiche) dal Medio Oriente. L'Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari del Disarmo (UNODA) sostiene attivamente la "Conferenza per l'istituzione di una zona libera da armi nucleari e altre armi di distruzione di massa in Medio Oriente” (MENWMDFZ). Questo processo, che nel 2025 ha visto riunioni del comitato di lavoro a New York e Amman, mira a negoziare un trattato legalmente vincolante per la regione. Esistono già bozze di trattato dettagliate, come quella elaborata dalla Middle East Treaty Organization (METO), che propongono sistemi innovativi di verifica reciproca e cooperazione con l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) e l'Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC) .Un trattato firmato da tutti i paesi della regione, ma sistematicamente ignorato da Israele. Mentre Trump ripete in loop “l'Iran non avrà mai la bomba atomica”, ignora deliberatamente questa opzione diplomatica globale.Ora, come estrema ratio, l'Iran ha bloccato lo Stretto di Hormuz, la rotta energetica più vitale del pianeta. L'effetto sarà un'impennata dei prezzi di gas e petrolio in tutto il mondo, dai nostri fornelli di casa all'industria. La durata di questa fase dipenderà dalla capacità della resistenza iraniana. Ma al di là degli equilibri geopolitici, una verità emerge nitida: la follia di questa guerra poteva essere evitata. Ed è nostra responsabilità, come cittadini del mondo, difendere i diritti umani e sostenere un’ONU che, seppur imperfetta, rimane l'unica arena possibile per il disarmo e la pace. O continueremo a contare le studentesse morte mentre i leader giocano a scacchi con le loro vite?

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Ho visto i semplici al servizio del Male - di Guido Grossi

La scena che più mi ha provocato dolore, ieri, nell’accogliere le notizie di guerra, è stata quella di un servizio televisivo nostrano nel quale improbabili esperti ragionavano con calma apparente su come attuare il cambio di regime in Iran. Come fosse naturale e giusto. Tolto di mezzo - con un evidente crimine internazionale - quello che nella narrazione mediatica occidentale è stato dipinto come un sacerdote del male, finalmente noi, i buoni, lo sostituiamo con uno più… educato? Civile?

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 Politica e diritti


17 febbraio 2026

Giustizia, Riforma e Costituzione – di Anna Lisa Maugeri

Andrò dritta al punto. È una mistificazione della realtà affermare che i promotori del No al referendum sulla riforma della Giustizia siano soddisfatti dell'attuale stato delle cose. Le riforme sono necessarie, tutto è migliorabile e chi è contrario alla riforma Nordio lo ha già affermato e argomentato ampiamente nel corso di ogni intervento pubblico e intervista, lo hanno fatto soprattutto coloro che si sono particolarmente esposti mediaticamente in questi mesi, e nel farlo hanno affrontato l’ennesima e consueta campagna di delegittimazione. Non possiamo accettare che la 'cura' ai problemi attuali del sistema della Giustizia consista nel demolire la nostra Costituzione.

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3 febbraio 2026
31 gennaio 2026

Sicilia in ginocchio, l'Italia guarda altrove - di Anna Lisa Maugeri

Mentre il fango del Ciclone Harry ancora blocca le strade e la terra di Niscemi continua a scivolare a valle, il silenzio dei media nazionali si fa assordante. Con danni stimati che superano il miliardo e 200 milioni di euro solo in Sicilia, la risposta del Governo appare non solo insufficiente, ma simbolicamente offensiva: 100 milioni da spartire tra tre regioni.

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30 gennaio 2026

Riforma della Giustizia: un pericolo per i cittadini – di Anna Lisa Maugeri

Il referendum del 22 e 23 marzo sulla Riforma della Giustizia potrebbe cambiare per sempre il volto della nostra Costituzione. Per capire cosa c’è davvero in gioco, abbiamo incontrato Nino Di Matteo, Sostituto Procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. Il Dott. Di Matteo è uno dei magistrati simbolo della lotta alla mafia, ha condotto indagini cruciali sulle stragi del 1992 e sui rapporti tra Stato e criminalità organizzata. Oggi è fra gli oppositori della riforma costituzionale.

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4 gennaio 2026

Economia e finanza


23 febbraio 2026
11 febbraio 2026
10 febbraio 2026
21 ottobre 2025
12 ottobre 2025
25 settembre 2025

ESTETICA ED ECONOMIA COME LINGUAGGI DELLA SOCIETA' - di Traian Vinasi

Ogni epoca ha i suoi simboli economici. Nel Rinascimento, il mecenatismo e i palazzi nobiliari; nell’Ottocento, le ferrovie e le ciminiere; nel Novecento, le grandi fabbriche di massa. Oggi, in un mondo segnato dalla concentrazione della ricchezza e dal progressivo svuotamento della classe media, i simboli passano per i marchi del lusso e per la loro capacità di resistere, o meno, ai mutamenti economici. Ferrari e Porsche sono due specchi di questa trasformazione: la prima incarna l’estetica intatta del super-lusso mentre la seconda testimonia la crisi di un modello ibrido, sospeso tra esclusività e accessibilità. 

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Europa ed esteri


Oggi

La notte dei droni che ha cambiato il Medio Oriente. 45 anni di una guerra invisibile contro l’Iran. di Maurizio Torti

Per quasi mezzo secolo, l'Iran e il suo popolo sono stati al centro di un conflitto silenzioso e invisibile. Quella che spesso i media occidentali hanno etichettato come “tensione internazionale” è in realtà una lunga guerra, un tentativo architettato dall'Occidente, guidato dagli Stati Uniti, di destabilizzare la Repubblica Islamica dell’Iran. L'arsenale di questa guerra non è fatto solo di bombe, ma anche di sanzioni, embarghi, isolamento diplomatico e una morsa economica volta a soffocare il paese e provocare la reazione del popolo iraniano. A partire dal 2011, le sanzioni hanno ridotto drasticamente le esportazioni di petrolio iraniano, facendo crollare le entrate in valuta estera e rallentando la crescita del PIL da un rispettabile 5-9% annuo nei primi anni 2000 a meno del 3% negli anni successivi .Colpire l'economia iraniana ha significato soprattutto impedirle di sviluppare la propria industria petrolifera, bloccando l'accesso a tecnologie avanzate per l'estrazione e paralizzando la sua principale fonte di reddito. Parallelamente, è stato messo il veto allo sviluppo della ricerca nucleare civile, un diritto sancito dal Trattato di non proliferazione, trasformandola in uno spettro minaccioso: l'incubo di una bomba atomica. In questo contesto di pressione costante, l'Iran ha cercato per anni la via del dialogo, accettando mediazioni e accordi internazionali, nella speranza di preservare la propria sovranità, diventata un'eccezione in un Medio Oriente sempre più frammentato e fragile.La morte di Ali KhameneiLa tensione accumulata in 45 anni è esplosa in una sequenza di operazioni militari. Questa lunga scia di tensioni ha avuto numerosi picchi drammatici. Nel gennaio 2020, un drone statunitense uccise a Baghdad il generale Qassem Soleimani, scatenando una crisi che portò l'Iran a colpire basi Usa in Iraq. Il programma nucleare iraniano è stato al centro di continue crisi politiche e militari: nel luglio 2020 e nell'aprile 2021, esplosioni e sabotaggi colpirono l'importante impianto di arricchimento di Natanz, e Teheran puntò il dito contro Israele. La risposta iraniana fu di aumentare il livello di arricchimento dell'uranio fino al 60%, un passo tecnico significativo verso la soglia militare. Nell'aprile e nell'ottobre 2024, dopo anni di guerra ombra, Israele ha compiuto operazioni militari con missili e droni contro l’Iran, che ha risposto colpendo siti militari e difese aeree in territorio israeliano. Nell'estate del 2025, la tensione è degenerata in una “guerra di 12 giorni” a giugno, quando Israele ha attaccato obiettivi nucleari e militari, e gli Stati Uniti sono intervenuti direttamente colpendo tre siti atomici iraniani. L'Iran rispose prendendo di mira una base americana in Qatar.Sul fronte interno, la popolazione è stata stremata. Nel settembre 2022, la morte di Mahsa Amini, una 22enne curda uccisa dalla polizia a Teheran, ha scatenato il movimento di protesta "Donna, Vita, Libertà", represso nel sangue ma che è riuscito a fermare l'applicazione coercitiva dell'hijab. A dicembre 2025, dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca e il ripristino della politica di "massima pressione", la crisi economica è esplosa: il rial è crollato a 1,42 milioni per dollaro, con un'inflazione annua dei prezzi alimentari al 72%. Le proteste sono ripartite dal Gran Bazar di Teheran, estendendosi a città come Esfahan, Shiraz e Mashhad, spinte dall'eliminazione dei sussidi sui cambi voluta dal presidente riformista Masoud PezeshkianMarzo 2026, approfittando del fattore sorpresa, l'aviazione israeliana, in coordinamento con bombardieri e intelligence statunitensi (CIA, Mossad, MI6), ha lanciato un attacco combinato su Teheran. Una nuvola nera di droni, aerei spia e missili ha oscurato i cieli della capitale, colpendo quello che i servizi segreti occidentali hanno definito “il bersaglio grosso”: il complesso presidenziale. Le sirene non hanno suonato. I sistemi di difesa iraniani, non sono riusciti a contrastare in tempo l'offensiva. Poche ore dopo, i media iraniani, con un silenzio mortale, hanno confermato l'impensabile: la guida spirituale, Ali Khamenei, è stata uccisa nell'attacco. Un evento che rappresenta il desiderio inconfessato di molti paesi occidentali e di una frangia dell'opposizione iraniana in esilio e presente anche all’interno del paese.L'amaro paradosso è che l'attacco è avvenuto poche ore dopo che i media internazionali davano per imminenti delle conclusioni, forse, positive nei negoziati in corso. L'Iran, nonostante le continue minacce di Israele e Usa, aveva più volte dimostrato la sua volontà diplomatica. Il segnale più eclatante era stato l'accordo sul nucleare del 2015 (JCPOA), firmato a Vienna tra l'Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti) più Germania e Unione Europea. Un patto che garantiva trasparenza e limiti in cambio della revoca delle sanzioni. Ma la finestra di dialogo venne chiusa nel 2018, quando l'amministrazione Trump si ritirò unilateralmente dall'intesa, strangolando nuovamente l'economia iraniana e riportando la regione sul baratro. L'obiettivo, agli occhi di Teheran, era chiaro: impedire a tutti i costi la sopravvivenza dell'ultimo Stato della regione ancora integro e sovrano, capace di dire no ai dettami di Washington e Tel Aviv.La follia del sangue e le responsabilità del mondoL'uccisione di Khamenei ha aperto una fase di caos e incertezza. Donald Trump e Benjamin Netanyahu, forti del successo militare, hanno immediatamente, prima minacciato, poi avviato la distruzione totale di tutti i comandi militari, lo stato maggiore e le istituzioni governative iraniane, lanciando appelli alla popolazione e ai "nemici interni" del regime perché imbraccino le armi, con il sostegno già operativo dei servizi segreti israeliani. Ma l'Iran non è inerme. Una prima reazione coordinata non è tardata ad arrivare: i Pasdaran e l'esercito regolare hanno risposto con droni e missili contro basi Usa nei paesi confinanti, unità navali americane nel Golfo e obiettivi in Israele. Ad ogni attacco israeliano e statunitense, le forze armate iraniane contrattaccano e questo accade dall’inizio di questo nuovo conflitto. Tuttavia, il prezzo di questa escalation è già stato pagato nel modo più atroce. In un tragico errore o in un crimine di guerra, i missili hanno centrato una scuola femminile, uccidendo 142 studentesse inermi e ferendone oltre 80. Un numero di vittime destinate a crescere. Un costo in sangue che grida giustizia e pone una domanda: questo conflitto si poteva evitare? Perché colpire proprio mentre si parlava di pace? Il “fattore sorpresa” è stata la risposta della realpolitik.Ora, il Medio Oriente è completamente destabilizzato, un “gradito regalo" a Israele, pronto a esportare in tutta la regione la sua industria tecnologica, bellica e farmaceutica. Trump, forte di questa vittoria e di altri successi militari (come il rapimento del leader venezuelano Maduro), gioca le sue carte in vista delle elezioni di midterm, accontentando i falchi repubblicani e democratici, Trump rischia di perdere sia la Camera sia il Senato. La sua sfida non è solo all'Iran, nello scenario di guerra c’è l’organizzazione dei Brics, un'alleanza di economie emergenti (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Indonesia) nata per acquisire e consolidare il proprio peso geopolitico contro l'egemonia occidentale, rappresentando il “Sud globale”. La geopolitica disegna spesso degli scenari quasi impensabili, questa guerra si è trasformata in un test importante per i Brics, perché alcuni membri in queste ore non hanno attività diplomatiche ma si colpiscono a vicenda con missili e droni. L’Iran ha colpito gli Emirati Arabi Uniti, lo stato maggiore dell’Arabia Saudita ha ordinato di reagire contro l’Iran se viene colpito e l’Etiopia ha schierato numerose forze armate a favore di Israele.Trump osserva e fa i suoi calcoli da imprenditore assetato di potere e a testa bassa si è lanciato in diverse campagne militari e politiche contro l’intero sistema sistema multilaterale con un solo obiettivo, salvare a tutti i costi la sua sedia presidenziale. Donald Trump vuole riformare l'ONU a suo vantaggio, trasformandola in una “camera di commercio” sotto il suo controllo.Ed è qui che si gioca la partita più importante per il futuro. L'ONU, con tutti i suoi limiti e la mancanza di un potere coercitivo, ha da tempo inviato sulla scrivania dei leader mondiali una soluzione: una conferenza regionale per un trattato che bandisca tutte le armi di distruzione di massa (nucleari, chimiche e batteriologiche) dal Medio Oriente. L'Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari del Disarmo (UNODA) sostiene attivamente la "Conferenza per l'istituzione di una zona libera da armi nucleari e altre armi di distruzione di massa in Medio Oriente” (MENWMDFZ). Questo processo, che nel 2025 ha visto riunioni del comitato di lavoro a New York e Amman, mira a negoziare un trattato legalmente vincolante per la regione. Esistono già bozze di trattato dettagliate, come quella elaborata dalla Middle East Treaty Organization (METO), che propongono sistemi innovativi di verifica reciproca e cooperazione con l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) e l'Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC) .Un trattato firmato da tutti i paesi della regione, ma sistematicamente ignorato da Israele. Mentre Trump ripete in loop “l'Iran non avrà mai la bomba atomica”, ignora deliberatamente questa opzione diplomatica globale.Ora, come estrema ratio, l'Iran ha bloccato lo Stretto di Hormuz, la rotta energetica più vitale del pianeta. L'effetto sarà un'impennata dei prezzi di gas e petrolio in tutto il mondo, dai nostri fornelli di casa all'industria. La durata di questa fase dipenderà dalla capacità della resistenza iraniana. Ma al di là degli equilibri geopolitici, una verità emerge nitida: la follia di questa guerra poteva essere evitata. Ed è nostra responsabilità, come cittadini del mondo, difendere i diritti umani e sostenere un’ONU che, seppur imperfetta, rimane l'unica arena possibile per il disarmo e la pace. O continueremo a contare le studentesse morte mentre i leader giocano a scacchi con le loro vite?

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Ho visto i semplici al servizio del Male - di Guido Grossi

La scena che più mi ha provocato dolore, ieri, nell’accogliere le notizie di guerra, è stata quella di un servizio televisivo nostrano nel quale improbabili esperti ragionavano con calma apparente su come attuare il cambio di regime in Iran. Come fosse naturale e giusto. Tolto di mezzo - con un evidente crimine internazionale - quello che nella narrazione mediatica occidentale è stato dipinto come un sacerdote del male, finalmente noi, i buoni, lo sostituiamo con uno più… educato? Civile?

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4 febbraio 2026
1 febbraio 2026

Le voci rivoluzionarie e resistenti dell’Iran “Né Pahlavi né Guida Suprema”. di Maurizio Torti

Gli eventi accaduti negli ultimi 40 anni ci restituiscono un’immagine della Repubblica Islamica dell’Iran e del suo popolo, storica e allo stesso tempo sconosciuta, perché siamo soliti giudicare questo paese del Medio Oriente senza conoscerne, abbastanza, la sua storia e i suoi interessi. Lo storico dell’antica Grecia Erodoto chiamava questi territori Persia, oggi Repubblica Islamica dell’Iran ed è il testimone di una civiltà che ha donato al mondo e alla regione del Medio Oriente cultura, monumenti storico-artistici di grande pregio e di meravigliosa bellezza. Tutto questo raccolto in un ecosistema paesaggistico di immenso fascino con le sue montagne, le lande di Yazd e la bellezza di Esfahan. Sono storie importanti di questi luoghi, tra natura, cultura e storia, accanto alla presentazione dei momenti di vita quotidiana di un popolo protagonista e fiero della sua storia e mai rassegnato ad una condizione di costrizione. Il nostro interesse, in quanto giornale indipendente, si concentra sullo sguardo vogliamo sul mondo, sui fatti della storia che viviamo, sui popoli che abitano questo pianeta che hanno bisogno di farsi conoscere senza le scorciatoie del pregiudizio. Le storie, alcune raccontate con immagini, non raccontano di un paese nato poco tempo fa per mezzo di manifestazioni di piazza. Il popolo iraniano è il protagonista in ogni occasione importante come nel 1978, quando dette vita alla Rivoluzione Islamica e da quei giorni si susseguirono eventi importanti per cui furono prese molte decisioni e oggi, ancora di più è importante continuare a riflettere.

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25 gennaio 2026
23 gennaio 2026

Cultura e filosofia


27 febbraio 2026
25 febbraio 2026
16 febbraio 2026

Sì, ma come? - di Verdiana Siddi

Max Weber intendeva la Professione politica come un agire dotato di senso intenzionato per Vocazione, in una tensione sensibile tra l’ardente moto passionale e la fredda distanza, necessaria a qualsiasi cognizione razionale. L’apparente inconciliabilità tra etica dell’intenzione (passione) ed etica della responsabilità (ragione) è per Weber l’impossibile indispensabile che ispira ogni utopia dell’agire politico; l’eroismo realista fonde gli opposti nell’unicum e, su base morale e con carattere responsabile, restituisce la sua progenie, il Mondo, e deve considerare irrinunciabile il saper tenere l’equilibrio tra i poli: una forma di realismo dell’impossibile.

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30 gennaio 2026

Possibilità e responsabilità - di Verdiana Siddi

La natura del pensiero conoscitivo è di arricchimento, funziona per somma e sovrapposizione di idee, e si sviluppa in una concezione consueta di tempo e spazio, mentre un’indagine epistemico-fondazionalista su base fenomenologica, dovrebbe esperire, del pensiero, la matrice elementare e strutturale che ne consente l’Origine, procedendo per sottrazione, e solo allora trovare un sistema ininfluente di trasmissione e teoria, diverso dunque da tutti i sistemi attuali implicati nell’autopoiesi del Sapere.

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25 gennaio 2026

Robert Capa, fotoreporter di guerra che amava la pace - di Salvatore Azzuppardi

Il viaggio attraverso una Sicilia meno frequentata, iniziato sulle Madonie – prima con la visita al Museo di Arte Contemporanea Sotto Sale di Petralia Soprana, (https://www.sovranita-popolare.org/2896497_il-sale-si-fa-arte-al-m-a-c-s-s-di-petralia-soprana-di-salvatore-azzuppardi), e poi lungo la Via dei Frati (https://www.sovranita-popolare.org/2896449_la-via-dei-frati-parte-prima-di-salvatore-azzuppardi) – prosegue sui Nebrodi, a Troina, prima capitale normanna nel 1062.

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20 gennaio 2026

Scienza e tecnologia


Ambiente e salute


24 dicembre 2025

La via dei Frati, Parte Seconda  - di Salvatore Azzuppardi

L’agriturismo in cui abbiamo pernottato è ciò che resta di un feudo in passato appartenuto a dei baroni che pian piano sperperarono il patrimonio familiare.  Vicino all’edificio principale sono visibili i ruderi della casa del capostipite e mentre il gestore ci raccontava la storia di quella famiglia, ho pensato che quel rudere è una metafora di quello che la nobiltà agraria ha lasciato alla Sicilia: povertà e rovine.

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23 dicembre 2025
7 dicembre 2025
29 ottobre 2025
8 ottobre 2025

L'Autunno in Medicina Cinese - di Aloisa Clerici

È il momento della raccolta e della concentrazione fino alla morte dello stato precedente, per poter ricominciare un ciclo. Ci accompagna verso il buio e il freddo dell'inverno, recidendo i rami secchi per arrivare al nuovo seme. È il movimento dell’interiorizzazione, che corrisponde in campo emozionale a quel sentimento crepuscolare, dalle tinte impressionistiche, che è stato definito come ‘tristezza’, ma da intendere come tale solo se degenera; in condizioni normali si tratta di una specie di languore melanconico profondamente armonizzante, una sorta di equilibrio melodico dell’anima, che consente di apprezzare appieno le manifestazioni più ‘artistiche’ della natura. (Atti del convegno S.I.A. Tenuto il 6 novembre 1993).

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7 ottobre 2025

Informazione e media


17 febbraio 2026
4 febbraio 2026

Guerrilla Radio è online! - di Verdiana Siddi

Oggi Vittorio Arrigoni avrebbe compiuto 51 anni, se martirio non fosse sopraggiunto nell’aprile del 2011. 
Attivista per i diritti umani e giornalista, di recente insignito di iscrizione postuma all’albo; opera tra Africa e Medio Oriente in diverse missioni umanitarie, finché il suo “senso della vita” non troverà ragione nella Palestina assediata, in anni dediti e significativi. Erano i tempi di Piombo Fuso, quando divampava la spregiudicata e indegna furia sionista contro l’indeformabile onore del popolo palestinese. 
Cosa resta delle sue eroiche gesta, in questo presente?

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19 dicembre 2025

“La nostra rivoluzione pacifica dell’informazione” Come e perché sovranità popolare adotta il giornalismo costruttivo di Maurizio Torti

Dopo otto anni di critica radicale al sistema, compiamo un passo decisivo: non solo denunciare ciò che non funziona, ma costruire, giorno per giorno, il racconto delle alternative possibili. Ecco il nostro manifesto per un'informazione che riaccenda la fiducia, coinvolga la comunità e indichi strade praticabili verso una sovranità reale.

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18 dicembre 2025
11 dicembre 2025
13 novembre 2025

Sono stato al Brand Journalism Festival - di Guido Grossi

11 novembre 2025, Roma, secondo Festival del giornalismo aziendale. Ah, scusa: brand journalism, così si dice, in inglese, forse per evitare un pensiero inopportuno: se dici Brand pensi al successo, alla dimensione, alla solidità, alla serietà; se invece dici Azienda, magari pensi a qualcuno che vuole venderti qualcosa, e non sta bene.

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