L’istruzione parentale – di Aloisa Clerici
La pandemia ha rappresentato un momento di svolta per molte persone, molte famiglie, molti paesi. Durante la chiusura, sono state sperimentate nuove modalità di apprendimento e di comunicazione, come la didattica a distanza e lo studio domestico. In molti casi, l’esperienza è risultata inaspettatamente positiva, permettendo a genitori e famiglie di considerare l’istruzione parentale, anche dopo la riapertura delle scuole. L’idea che l’istruzione possa avvenire in contesti diversi e non solo all’interno di un’aula, sta modificando il concetto di scuola e il rapporto famiglia/educazione è ora visto in modo diverso, contribuendo ad un’ampia trasformazione culturale. Oggi molti genitori desiderano partecipare all’educazione dei figli, personalizzare i metodi di apprendimento e integrare attività artistiche, motivati talvolta da necessità specifiche (bisogni educativi particolari, mobilità familiare, trasferimenti o soggiorni prolungati all’estero). Questo ha incoraggiato lo sviluppo e la diffusione di modelli d’istruzione meno rigidi di quelli conosciuti. L’istruzione parentale (o homeschooling) in Italia è scelta da una percentuale molto ridotta della popolazione scolastica totale (circa lo 0,2-0,3%). L’apice di adesione è stato registrato tra il 2018 e il 2021, con un passaggio da circa 5.000 a oltre 15.000 studenti, soprattutto nella scuola primaria. Dal 2021 in poi, i dati più recenti indicano una stabilizzazione attorno a 16.000 homeschooler.

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