Intervista a Nino Di Matteo
Il referendum del 22 e 23 marzo sulla Riforma della Giustizia potrebbe cambiare per sempre il volto della nostra Costituzione. Per capire cosa c’è davvero in gioco, abbiamo incontrato Nino Di Matteo, Sostituto Procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. Il Dott. Di Matteo è uno dei magistrati simbolo della lotta alla mafia, ha condotto indagini cruciali sulle stragi del 1992 e sui rapporti tra Stato e criminalità organizzata. Oggi è fra gli oppositori della riforma costituzionale.
L’intervista
A.L.M.: Dott. Di Matteo, la separazione delle carriere è una delle modifiche più importanti e anche più controverse di questa riforma. E' davvero necessario separare le carriere di giudici e PM per garantire ai cittadini imparzialità durante i processi e per diminuire i tempi della giustizia?
Nino Di Matteo: No, è esattamente il contrario. Con questa riforma i cittadini subirebbero un danno e si verrebbe a creare per loro un pericolo. In tutti i paesi in cui vige la separazione delle carriere, dalla Germania alla Francia, dall'Austria all'Olanda e alla Spagna, il Pubblico Ministero e gli uffici di procura dipendono e sono controllati dal Ministro della Giustizia, e quindi dall'esecutivo. Questa è una situazione che, con ogni probabilità, si vorrebbe a realizzare anche nel nostro ordinamento giuridico in caso di vittoria del Sì.
Il Pubblico Ministero perderebbe la cultura della terzietà e della giurisdizione, che invece per come stanno le cose oggi e per come le ha disegnate la nostra Costituzione, lo devono caratterizzare.
Il Pubblico Ministero diventerebbe, nel caso di vittoria del Sì, una sorta di accusatore a vita, una specie di avvocato della Polizia, un soggetto che, ripeto, non farebbe più quello che deve fare oggi, cioè cercare la verità, qualunque essa sia, anche se a favore dell'indagato o imputato di turno.
A.L.M: Dunque, Lei ritiene che il cambio di funzione, ovvero la possibilità di passare dal ruolo di PM a giudice e viceversa, sia importante e debba essere mantenuto?
Nino Di Matteo: Sa quale modifica avrei introdotto? Sembra paradossale. Ma avrei, con legge ordinaria, stabilito che nel corso della carriera di un magistrato, quel magistrato avrebbe dovuto avere, in tempi diversi ovviamente, sia le funzioni di Pubblico Ministero, cioè fare l’esperienze requirente, sia quella di giudice.
Perché sono due funzioni che si completano e che completano la professionalità di un magistrato. Io ho incontrato, nel corso della mia esperienza trentennale di magistratura, dei bravissimi giudici che prima avevano fatto il Pubblico Ministero, degli ottimi Pubblici Ministeri che avevano fatto il giudice, che quindi avevano quella cultura della prova che deve caratterizzare il giudice. E d'altra parte, se vogliamo fare degli esempi, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rosario Livatino, Antonino Saetta, Rocco Chinnici, solo per limitarci purtroppo alla memoria dei nostri morti, avevano fatto nella loro carriera sia il Pubblico Ministero che il giudice.
I fautori del Sì fondano le loro ragioni su una serie di mistificazioni. Una è quella che soltanto la separazione delle carriere può garantire la parità nel processo. Non c'entra assolutamente nulla.
La parità nel processo è garantita dall'articolo 111 e riguarda appunto l'aspetto processuale, dibattimentale, cioè il difensore deve avere la stessa facoltà che ha il Pubblico Ministero di provare un fatto. Ma non ci può essere una parità ordinamentale, perché il difensore è vincolato a fare esclusivamente interessi del suo assistito. Il Pubblico Ministero è una parte pubblica e deve avere soltanto lo scopo di cercare la verità.
A.L.M.: Dunque chi realmente può beneficiare di una riforma di questo tipo?
Nino Di Matteo: Guardiamo un po' alla storia di questo progetto di riforma. Il primo a teorizzare la separazione delle carriere in termini molto fattivi e concreti fu Licio Gelli col Piano di Rinascita Democratica della P2. E non mi si venga a dire, come pure è stato detto al Ministro Nordio, che Licio Gelli, come qualsiasi cittadino, poteva esprimere un'opinione e che quell'opinione poteva essere anche giusta.
È giusto sottolineare però, per i cittadini che non lo sanno o che non lo ricordano, che Licio Gelli è stato a capo di un'organizzazione eversiva e che, secondo sentenze definitive, mi riferisco a quella sulla strage del 1980 alla stazione di Bologna, è stato un finanziatore delle organizzazioni che hanno portato a termine quella strage.
Poi, la separazione delle carriere è stato un cavallo di battaglia del primo governo Berlusconi. Fino a pochi giorni fa abbiamo sentito l'intervista a un pluricondannato come Cesare Previti, uno dei fondatori del partito di Forza Italia, che ha riferito come fosse stato lui stesso a perorare con Silvio Berlusconi nel 1994 di fare propria la battaglia per la separazione delle carriere.
Il motivo di questa riforma costituzionale non sta nel cercare di evitare gli errori giudiziari. Non c'entra assolutamente nulla e si riempiono la bocca di frasi tipo mai più errori giudiziari, mai più caso Tortora, Garlasco, quant'altro, senza considerare che questa riforma non sposta di un centimetro la questione. Questa è una clamorosa mistificazione. La riforma non c’entra neanche con la risoluzione dei problemi veri della giustizia che affliggono i cittadini italiani: la lentezza dei processi, la condizione dei detenuti in carcere.
Inoltre vogliono far apparire quello che non è vero, ossia che i giudici oggi sono appiattiti sulle richieste dei pubblici ministeri. Ci sono delle statistiche ministeriali, che provengono proprio dall'esecutivo e da chi oggi è fautore della riforma, che attestano come circa il 51% dei pronunciamenti dei giudici di primo grado disattende quella che è la richiesta dei pubblici ministeri.
Allora si deve pensare che forse il vero obiettivo sia quello in qualche modo “confessato” dal Ministro Nordio quando ha detto qualche giorno fa, rivolgendosi ai capi dell'opposizione che sarebbe stato interesse di tutti i politici di venire ad una separazione delle carriere per evitare che in futuro la magistratura possa esercitare un controllo incisivo nei confronti della politica.
Questa riforma la dobbiamo vedere assieme a tutte le altre che sono state concepite e approvate in quest'ultimo periodo: dalla riforma dell'abuso d'ufficio, a quella del reato di traffico di influenza, dalla limitazione delle intercettazioni telefoniche alle limitazioni per la stampa di pubblicare contenuti non più segreti delle indagini. Vediamo tutto in un unico contesto e ci rendiamo conto che sostanzialmente è la politica che cerca di affrancarsi dal pericolo di un controllo di legalità troppo incisivo della magistratura e dei giornalisti seri di inchiesta che ancora, per fortuna, nel nostro Paese, tra mille difficoltà, continuano ad operare.
A.L.M.: Lei ha condotto indagini cruciali sulle stragi del 92 e sui rapporti tra Stato e mafia. Secondo lei questa riforma potrebbe rendere più difficile condurre indagini sulla sulla pubblica amministrazione o sui colletti bianchi?
Nino Di Matteo: Nel momento in cui si verificasse quello che si è verificato in tutta Europa, e cioè che a carriere separate sia previsto un controllo dell'attività del pubblico ministero da parte dell’esecutivo, senza altro. Ma la partita è ancora più ampia.
In questi giorni il Ministro degli Esteri italiano ha detto che la vittoria del Sì costituirebbe soltanto un primo passo nella riforma complessiva della giustizia. E ha parlato della necessità, a suo dire, di rivedere il rapporto nella fase delle indagini preliminari tra l'ufficio del pubblico ministero e la polizia giudiziaria. Cioè sostanzialmente di verificare la possibilità di tornare a quando era la polizia che faceva le indagini e il pubblico ministero era una specie di notaio che poi sulla base delle indagini, condotte soltanto dagli organi di polizia, stabiliva se chiedere o meno il processo per l'indagato o per l'imputato.
Lei immagina un processo a carico di un alto funzionario dello Stato, prendiamo ad esempio del dottor Contrada, il generale Mori o dei politici dai quali dipendono le forze di polizia? Un processo istruito dalla polizia e non dalla magistratura. E sostanzialmente questo il nodo: sottrarre potere investigativo al pubblico ministero e concentrarlo sulla polizia significherebbe attribuirlo comunque ad un organismo istituzionale che dipende dall'esecutivo, che dipende dal ministro.
Io spero che gli italiani sappiano valutare in maniera complessiva quello che sta accadendo. C'è una rivalza nei confronti della magistratura, ma non perché la magistratura dia fastidio con le sue inchieste cosiddette ordinarie sugli omicidi comuni, sulle rapine, sulle estorsioni, sui traffici di stupefacenti, ma perché la magistratura ha dato fastidio quando ha indagato e processato il mondo del potere. Il cittadino deve stare attento che non si crei con il suo voto eventualmente favorevole una giustizia a due velocità, ovvero spietata nei confronti dei cittadini comuni e una giustizia con le armi spuntate nei confronti dei colletti bianchi, di chi esercita un potere, dei politici, dei grossi imprenditori, dei colossi finanziari.
A.L.M.: La riforma Nordio introdurrebbe anche il sistema del sorteggio per scardinare il potere delle correnti, ma si tratta di un sorteggio puro per i membri togati e un sorteggio con preselezione da parte del Parlamento per i membri laici. Non si crea un paradosso istituzionale affidando effettivamente al caso i magistrati eletti mentre la politica blinda i propri nomi rappresentanti attraverso un elenco di nomi già scelti?
Nino Di Matteo: Lei ha colto nel segno. Io sono stato anche componente del CSM e ho cercato sempre, qualche volta riuscendovi, qualche volta fallendo, di contrastare le degenerazioni del correntismo giudiziario, cioè le decisioni del CSM condizionate dalle aspettative delle correnti, le candidature precostituite dai capi correnti al CSM, ma per fare questo non era necessario cambiare la Costituzione e mortificare con il sorteggio secco la stessa dignità della magistratura. Sarebbe stato sufficiente, con una semplice legge ordinaria, il sorteggio temperato, una doppia fase, un sorteggio di una platea di candidati e poi l'elezione dei togati del CSM scelti tra i sorteggiati. Questa riforma costituzionale presenta un'insidia, un trucco, che è quello che accennava lei nella sua domanda.
Mentre per i togati, cioè per i consiglieri magistrati, si prevede un meccanismo secco del sorteggio, quindi tra migliaia di nomi appartenenti alla categoria, per i componenti laici, cioè quelli scelti dalla politica, il sorteggio è soltanto illusorio, perché esso avrà luogo pescando da un elenco elettivo di persone che saranno oculatamente scelte dai partiti, dalla maggioranza di turno,.
Si dice di volere affrontare i rischi del correntismo giudiziario, ma con questo stratagemma, si sposta il termine e il pericolo dal correntismo giudiziario al correntismo politico. Si introduce così un sistema illusoriamente neutro con cui il peso dei laici e il peso della politica nel CSM sarà sicuramente maggiore rispetto a quello che è stato fino ad ora. E la stessa situazione si riproduce per l'Alta Corte disciplinare.
Questo creerà sempre più il pericolo di magistrati attenti a fare gli interessi della politica, a non urtare la suscettibilità della politica, attenti a non disturbare il cane che dorme. Questa non è la magistratura, non è il sistema dei pesi e dei contrappesi che è garantito e previsto dalla nostra Costituzione.
Ecco, sono tanti gli aspetti che fanno comprendere che questa riforma, spacciata per riforma della giustizia ma che è una riforma della magistratura contro l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, è un pericolo per i cittadini.
Il cittadino dissenziente rispetto a quello che è il pensiero e l'agire politico della maggioranza di turno, il cittadino che appartiene ad una minoranza politica avrà sempre e dovrà sempre coltivare l'aspettativa di confrontarsi con un magistrato che sia il più lontano possibile dal potere politico. L’approvazione di questa riforma avvicinerebbe pericolosamente queste due sfere, questi due poteri e farebbero sostanzialmente della magistratura, soprattutto la magistratura requirente, una sorta di organo collaterale rispetto all'esecutivo. Questo è un pericolo per i cittadini.
A.L.M.: Cosa direbbe ai giovani che non ritengono importante andare a votare il 22 e 23 marzo perché pensano che questo referendum riguardi questioni tecniche e non la propria vita ed il proprio futuro?
Nino Di Matteo: Gli direi: stai attento perché stiamo parlando proprio dei tuoi diritti e delle tue garanzie. Gli direi: se un giorno tu venissi fermato dalla polizia perché nel corso di una manifestazione si sono creati dei disordini e tu sei stato individuato come uno dei fautori di quei disordini, ti sentiresti più garantito se il primo magistrato che ti trovi di fronte e che dovrà decidere se richiedere o meno la convalida del tuo arresto è un pubblico ministero libero, indipendente, con la cultura del giudice come è ora, o un accusatore a tutti i costi e soprattutto condizionabile dal Governo?
“La giustizia è uguale per tutti” è la scritta che campeggia in tutte le aule dei tribunali d'Italia, ma perché possa realizzarsi c’è bisogno di pubblici ministeri con la cultura della giurisdizione e che non abbiano nulla da temere rispetto all'esecutivo di turno. Ecco perché questo è un voto importante e io mi auguro che vadano a votare in tanti, soprattutto i giovani, che devono decidere da che parte stare. Non è più il momento di stare a guardare.
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Commenti
Non ho l'esperienza per opinare in merito. Ma sono in Olanda da diversi anni….se loro ( come la Germania, etc) hanno le carriere separate e confrontando come funzionano y sistemi giudiziari….direi che forse non è del tutto ilógico.
In Olanda la separazione delle carriere non è esattamente come quella pensata in Italia con questa riforma. Inoltre il problema della corruzione è dell’inquinamento delle amministrazioni da parte delle mafie non è ai nostri livelli. In Olanda é possibile fare il cambio di funzioni che qui vuole essere impedito per grantire imparzialità dei giudici. L’Olanda si sta ispirando proprio al modello italiano per affrontare invece il problema crescente della Mocro Maffia, ovvero la violenta mafia di origine marocchina.