Sicilia in ginocchio, l'Italia guarda altrove - di Anna Lisa Maugeri

Pubblicato il 31 gennaio 2026 alle ore 19:47

Il Ciclone Harry e il paradosso del Ponte

Mentre il fango del Ciclone Harry ancora blocca le strade e la terra di Niscemi continua a scivolare a valle, il silenzio dei media nazionali si fa assordante. Con danni stimati che superano il miliardo e 200 milioni di euro solo in Sicilia, la risposta del Governo appare non solo insufficiente, ma simbolicamente offensiva: 100 milioni da spartire tra tre regioni.

Sorge spontaneo un dubbio: questo silenzio serve a proteggere la narrazione del Ponte sullo Stretto?

Il Ministro Salvini ha recentemente difeso l'opera definendola vitale proprio in caso di eventi catastrofici. Eppure, la realtà del territorio racconta un’altra storia. In una regione dove un ciclone mediterraneo può causare danni miliardari e dove le frane flagellano centri abitati, l’idea di un’opera monumentale appare a molti come un futuro cumulo di macerie. In un territorio così fragile, ha senso costruire nuove infrastrutture monumentali mentre il terreno su cui poggiano le case dei cittadini crolla e i collegamenti ferroviari sono interrotti?

I danni alle ferrovie

Il simbolo della catastrofe è l’immagine dei binari sospesi nel vuoto tra Itala, Scaletta Zanclea e Alì Terme. La forza delle onde del Ciclone Harry ha letteralmente "svuotato" la terra sotto la linea Messina-Catania, lasciando le rotaie prive di appoggio per decine di metri. L'unica arteria che collega il porto di Messina al resto dell'isola è crollata sotto i colpi delle mareggiate.

La Linea Messina-Taormina è completamente interrotta e, secondo alcune stime, serviranno almeno sei settimane per il ripristino. A Catania gli allagamenti hanno messo fuori uso gli apparati tecnologici della stazione centrale, mentre tra Giarre e Acireale il crollo di alberi ha tranciato le linee elettriche.

In queste condizioni e senza un piano di consolidamento del territorio e delle coste, oltre a maggiori collegamenti infrastrutturali interni, il Ponte sullo Stretto appare sempre più una beffa, se non una truffa.

Niscemi e il sacrificio dell'isola: tra frane e MUOS

Il caso di Niscemi è emblematico. Mentre la città frana sotto il peso del dissesto idrogeologico, i riflettori restano spenti su un dettaglio fondamentale, Niscemi non è una città qualunque, è la sede del MUOS, un’infrastruttura militare strategica costata milioni di euro e messa al servizio delle necessità belliche statunitensi.

Il paradosso è brutale: si trovano fondi illimitati per la tecnologia militare di ultima generazione, ma si lasciano le comunità locali a combattere il fango a mani nude. La Sicilia sembra essere vista dal Governo come una piattaforma logistica militare da sacrificare sull'altare del riarmo.

Le cifre a confronto

I numeri non mentono e definiscono la visione politica dell'attuale esecutivo. Si calcola che i danni causati in Sicilia dal Ciclone Harry ammontino ad oltre 1,2 Miliardi di Euro, ma il Governo sta stanziando 100 Milioni di Euro per tutte e tre le regioni coinvolte, Calabria, Sicilia e Sardegna. Per il potenziamento missilistico invece è previsto lo stanziamento di 2 Miliardi di Euro e ogni anno sono stanziati 2 Miliardi per l’Ucraina.

Questa sproporzione indica una direzione chiara: la priorità è la guerra. Il silenzio sul Ciclone Harry non è un caso, è una necessità politica. Ammettere l'entità del disastro fornirebbe ai detrattori del Ponte sulle Stretto e delle politiche del Governo sui conflitti attuali ancora più argomenti, come già sta avvenendo. In molti, infatti, propongono di dirottare i fondi del Ponte e delle armi verso la messa in sicurezza del territorio nazionale.

Ma quale futuro può esserci per l’Italia, per la Sicilia e per Niscemi se lo Stato investe solo in ciò che serve a distruggere, ignorando ciò che serve a ricostruire?

Il Governo Meloni sembra avere già scelto: preferisce la guerra e un'opera faraonica alla dignità di una terra che frana.

Aggiungi commento

Commenti

Non ci sono ancora commenti.