Cambiano i suonatori, ma la musica è sempre la stessa – di Salvatore Azzuppardi

Pubblicato il 3 febbraio 2026 alle ore 08:53

1977 Roma, 2026 Torino: pacifici manifestanti e violenti provocatori (ignoti?)

Le violenze seguite al pacifico corteo svoltosi a Torino a sostegno del centro sociale Askatasuna, insieme alle domande sul come e perché si è arrivati a tanto, richiamano alla mente altre degenerazioni simili avvenute nei decenni scorsi nel nostro Paese.

È stato raccapricciante vedere le immagini del poliziotto atterrato e preso a calci e pugni a Torino, ma è istintivo domandarsi cosa e perché non ha funzionato, visto che «Il rischio disordini era noto da giorni», come titola un giornale non certo “antagonista” come Avvenire e «nelle ore precedenti alla manifestazione, erano state identificate oltre 700 persone e controllati 236 veicoli».

E allora? Che sarebbero avvenuti dei disordini non era solo un timore, ma probabilmente una certezza. I cosiddetti antagonisti, italiani e provenienti dall’estero (non immigrati, a proposito!) che sono soliti infiltrarsi in cortei di pacifici manifestanti, erano certamente noti alle autorità, che però non sembra abbiano fatto nulla per prevenire gli scontri.

La domanda che maliziosamente ci facciamo è: ma non è che questo era proprio ciò che il governo voleva, per potere più facilmente far passare le proprie politiche autoritarie? La domanda non è peregrina, perché è impossibile che al Ministero dell’Interno non conoscano i nomi di questi criminali, e quindi è spontaneo chiedersi perché non è stato fatto nulla per la prevenzione.

Allora bisogna chiedersi: cui prodest? La risposta è talmente ovvia che non c’è bisogno di enunciarla, anche perché non è la prima volta, e purtroppo non sarà neanche l’ultima, che non si prevengono violenze per poi potere più facilmente far passare soluzioni autoritarie, oppure, come sta avvenendo oggi, per continuare ad attaccare, senza motivo, la magistratura.

A noi ventenni degli anni Settanta viene subito in mente un’altra manifestazione pacifica che terminò nel modo peggiore, perché una ragazza diciannovenne, Giorgiana Masi, fu uccisa da un assassino rimasto ignoto e impunito.

Era il 12 maggio 1977, a Roma il Partito Radicale aveva organizzato una manifestazione per celebrare la vittoria al referendum sul divorzio, tenuto tre anni prima. Doveva essere – e lo sarebbe stato senza l'ottusa rigidità del ministro dell'Interno dell'epoca – una manifestazione pacifica, gioiosa, ma ciò nonostante il ministro ordinò di reprimere qualunque protesta e la polizia caricò pesantemente, prendendo spunto dal presunto lancio di bottiglie molotov da parte dei manifestanti.

È probabile che provocatori della cosiddetta Autonomia – cioè quei gruppi che non si riconoscevano nei partiti e movimenti tradizionali – e agenti “in borghese” si siano trovati fianco a fianco per favorire lo scontro e alimentare quel clima di odio che faceva comodo sia ai sedicenti rivoluzionari nostrani che al potere costituito, che usava le forze di polizia per i propri fini.

Giorgiana fu uccisa nei pressi del ponte Garibaldi da un proiettile vagante, forse sparato da autonomi infiltrati, forse da poliziotti travestiti da autonomi. Il ministro dell’interno in carica negò che polizia e carabinieri avessero sparato, ma fu clamorosamente smentito dalle innumerevoli foto pubblicate nei giorni successivi dai giornali, che mostrano agenti con le armi in pugno vestiti, appunto, da “autonomi”.

Se il governo dell’epoca (come altri prima e dopo), anziché una cieca contrapposizione avessero cercato il dialogo con chi protestava pacificamente e avessero colpito i veri violenti, si sarebbero evitate morti inutili come quella di Giorgiana Masi, di Francesco Lo Russo (a Bologna, nel marzo 1977), di Carlo Giuliani (a Genova nel 2001) e di tanti altri giovani incolpevoli.

Ma è più facile essere forti con i deboli e deboli con i forti, così i governi continuano a schierare poliziotti e carabinieri in assetto di guerra contro studenti, lavoratori e pensionati, e ordinare agli stessi uomini di subire senza reagire le provocazioni e le violenze dei teppisti degli stadi, fino ad arrivare a tragedie come quella dell’ispettore Raciti, ucciso nel 2007 a Catania durante disordini davanti allo stadio.

A Giorgiana Masi sono dedicati i versi di una canzone di Stefano Rosso, Bologna ’77.

e poi primavera e qualcosa cambiò,

qualcuno moriva e su un ponte lasciò,

lasciò i suoi vent'anni e qualcosa di più...

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