E rabbia montare dentro di me, che vuole trascinarmi dentro
La scena che più mi ha provocato dolore, ieri, nell’accogliere le notizie di guerra, è stata quella di un servizio televisivo nostrano nel quale improbabili esperti ragionavano con calma apparente su come attuare il cambio di regime in Iran. Come fosse naturale e giusto. Tolto di mezzo - con un evidente crimine internazionale - quello che nella narrazione mediatica occidentale è stato dipinto come un sacerdote del male, finalmente noi, i buoni, lo sostituiamo con uno più… educato? Civile?
Serenamente, senza Coscienza, esperti e giornalisti al servizio del Male.
Ciechi, oggettivamente schierati dalla parte della prepotenza che uccide, sfacciatamente. A sostegno servile della fine del mondo delle autorità, delle leggi e dei diritti. Mondo su cui il tono delle loro voci, più delle bombe, sputa veleni acidi, corrosivi. Definitivi.
Perdonatemi, se non andrò a votare, neppure al referendum sulla giustizia. Perché mi salta agli occhi l’ipocrisia inaccettabile di quel tono di normalità scelto e voluto da chi organizza e pianifica questa rappresentazione subdolamente efficacie in cui è lecito saltare da una guerra a una canzonetta, da un genocidio ignorato a un referendum in cui entrambe le parti, senza rendersene conto, diventano attori usati per rappresentare l’impossibile difesa di una giustizia che è già, irrimediabilmente, morta e sepolta, da tempo. Talmente lontana dalla nostra quotidianità che ne abbiamo perso perfino il ricordo. Quello delle sue forme, del suo profumo, altrimenti ci colpirebbe il naso l’odore forte della sua putrefazione.
Una narrazione pianificata e voluta, ipocrita, che però ci rende complici, qualunque sia la profonda e rispettabilissima convinzione che ci spinge ad agire, e a far finta di vivere in un mondo normale, ancora un po’ civile, in cui le regole abbiano ancora un po’ di senso.
Ci vuole coraggio a vedere lo sfacelo per quello che è. Prenderne atto. Smettere di sperare… e smettere di servire, senza rendersene conto, l’illusione.
So perfettamente che con queste parole susciterò indignazione, perderò stima e amicizie. Lo metto in conto. Posso giusto invitarti a soffermarti, almeno un solo attimo, a pensare a cosa sia la Giustizia con la G maiuscola e, magari, aiutarmi a vederla dove io non la vedo più, nelle aule dei tribunali, delle istituzioni, della narrazione mediatica chi ci invita con tecniche subliminali a restarci dentro, facendo finta di nulla.
La violenza. Le bombe e i missili.
Ho sentito rabbia! L’ho vista, unita a un senso di impotenza, montarmi dentro. E ho visto la mia immaginazione rabbiosa costruire missili e bombe, e violenza distruttiva, abbattersi come giustizia divina sul Male.
Poi ho ricordato: è esattamente quello che desiderano più ardentemente i potenti malvagi che organizzano lo spettacolo: trascinarmi dentro, trascinarci tutti dentro la voglia di una giustizia rabbiosa e violenta, fino all’atomica. Da una parte o dall’altra, credimi, non fa differenza.
Se pensi sia troppo, forse stai ignorando la violenza su bambini e bambine di cui sono capaci. Certificata e perfino sbandierata. Si sentono intoccabili. Sono gli stessi soggetti che passano con disinvoltura da un’aula istituzionale a uno di quei luoghi oscuri in cui vivono – vivono - le cose mostruose che ci hanno mostrato, impudenti, da anni, al cinema. A confondere abilmente realtà e rappresentazione.
Come trasformare la rabbia che è dentro di me in compassione?
Coraggio di vedere, portare a evidenza, e poi scegliere, con cura meticolosa, piccole o grandi azioni quotidiane, valutandone la coerenza e l’efficacia.
Cercare umani che condividano il senso. Fare cose di senso insieme. Con amore, con passione, ma anche con lucidità e, soprattutto, coerenza. Costruire Pace. Organizzarla, là dove arriviamo.
E’ l’unica barriera potente che possiamo ancora erigere contro una voglia montante di guerra mondiale.
L'energia che ci appare debole, usata in coerenza, è potente. Più di quanto non immaginiamo.
i folli, da una parte e dall'altra, già lo sanno.
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Commenti
Io voto NO proprio per non essere connivente e consenziente e concretizzare la mia indignazione.