Ho visto i semplici al servizio del Male - di Guido Grossi

Pubblicato il 1 marzo 2026 alle ore 08:28

E rabbia montare dentro di me, che vuole trascinarmi dentro

La scena che più mi ha provocato dolore, ieri, nell’accogliere le notizie di guerra, è stata quella di un servizio televisivo nostrano nel quale improbabili esperti ragionavano con calma apparente su come attuare il cambio di regime in Iran. Come fosse naturale e giusto. Tolto di mezzo - con un evidente crimine internazionale - quello che nella narrazione mediatica occidentale è stato dipinto come un sacerdote del male, finalmente noi, i buoni, lo sostituiamo con uno più… educato? Civile?

Serenamente, senza Coscienza, esperti e giornalisti al servizio del Male.

Ciechi, oggettivamente schierati dalla parte della prepotenza che uccide, sfacciatamente. A sostegno servile della fine del mondo delle autorità, delle leggi e dei diritti. Mondo su cui il tono delle loro voci, più delle bombe, sputa veleni acidi, corrosivi. Definitivi.

Perdonatemi, se non andrò a votare, neppure al referendum sulla giustizia. Perché mi salta agli occhi l’ipocrisia inaccettabile di quel tono di normalità scelto e voluto da chi organizza e pianifica questa rappresentazione subdolamente efficacie in cui è lecito saltare da una guerra a una canzonetta, da un genocidio ignorato a un referendum in cui entrambe le parti, senza rendersene conto, diventano attori usati per rappresentare l’impossibile difesa di una giustizia che è già, irrimediabilmente, morta e sepolta, da tempo. Talmente lontana dalla nostra quotidianità che ne abbiamo perso perfino il ricordo. Quello delle sue forme, del suo profumo, altrimenti ci colpirebbe il naso l’odore forte della sua putrefazione.

Una narrazione pianificata e voluta, ipocrita, che però ci rende complici, qualunque sia la profonda e rispettabilissima convinzione che ci spinge ad agire, e a far finta di vivere in un mondo normale, ancora un po’ civile, in cui le regole abbiano ancora un po’ di senso.

Ci vuole coraggio a vedere lo sfacelo per quello che è. Prenderne atto. Smettere di sperare… e smettere di servire, senza rendersene conto, l’illusione.

So perfettamente che con queste parole susciterò indignazione, perderò stima e amicizie. Lo metto in conto. Posso giusto invitarti a soffermarti, almeno un solo attimo, a pensare a cosa sia la Giustizia con la G maiuscola e, magari, aiutarmi a vederla dove io non la vedo più, nelle aule dei tribunali, delle istituzioni, della narrazione mediatica chi ci invita con tecniche subliminali a restarci dentro, facendo finta di nulla.

La violenza. Le bombe e i missili.

Ho sentito rabbia! L’ho vista, unita a un senso di impotenza, montarmi dentro. E ho visto la mia immaginazione rabbiosa costruire missili e bombe, e violenza distruttiva, abbattersi come giustizia divina sul Male.

Poi ho ricordato: è esattamente quello che desiderano più ardentemente i potenti malvagi che organizzano lo spettacolo: trascinarmi dentro, trascinarci tutti dentro la voglia di una giustizia rabbiosa e violenta, fino all’atomica. Da una parte o dall’altra, credimi, non fa differenza.

Se pensi sia troppo, forse stai ignorando la violenza su bambini e bambine di cui sono capaci. Certificata e perfino sbandierata. Si sentono intoccabili. Sono gli stessi soggetti che passano con disinvoltura da un’aula istituzionale a uno di quei luoghi oscuri in cui vivono – vivono - le cose mostruose che ci hanno mostrato, impudenti, da anni, al cinema. A confondere abilmente realtà e rappresentazione.

Come trasformare la rabbia che è dentro di me in compassione?

Coraggio di vedere, portare a evidenza, e poi scegliere, con cura meticolosa, piccole o grandi azioni quotidiane, valutandone la coerenza e l’efficacia.

Cercare umani che condividano il senso. Fare cose di senso insieme. Con amore, con passione, ma anche con lucidità e, soprattutto, coerenza. Costruire Pace. Organizzarla, là dove arriviamo.

E’ l’unica barriera potente che possiamo ancora erigere contro una voglia montante di guerra mondiale.

L'energia che ci appare debole, usata in coerenza, è potente. Più di quanto non immaginiamo. 

i folli, da una parte e dall'altra, già lo sanno.

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Commenti

Carlo
2 mesi fa

Io voto NO proprio per non essere connivente e consenziente e concretizzare la mia indignazione.

Domenico
2 mesi fa

Buongiorno Guido,
ho letto le tue parole e mi ha colpito la lucidità con cui descrivi lo smarrimento e la rabbia che molti di noi provano davanti a ciò che accade e al modo in cui viene raccontato.
Condivido la tua amarezza e la sensazione di assistere a qualcosa di profondamente distorto.
Proprio per questo, però, mi sono chiesto se rinunciare al voto non significhi lasciare un ulteriore spazio a chi già decide senza consultare la comunità.
Per me il voto non è una soluzione, né un atto di fiducia cieca nelle istituzioni. È semplicemente uno dei pochi strumenti che ancora abbiamo per orientare, anche minimamente, la direzione delle scelte collettive.
Capisco la tua posizione e la rispetto. Io, nel mio piccolo, sento invece il bisogno di usare anche quel gesto, pur consapevole dei suoi limiti.
Comunque Ti ringrazio per la profondità del tuo scritto: offre spunti che costringono a fermarsi e a riflettere davvero.

Antonio chialastri
2 mesi fa

Condivido il ragionamento e il senso di rabbia indotta dall'impotenza di poter combattere il Male. Manca in questo articolo l'analisi delle cause. Finanza, commercio, politica, media, tecnologia Militare sono in mano a un gruppo facilmente identificabile. E' necessario un impianto legislativo che impedisca l'attività di lobby occulta, togliendo lo scudo morale che permette non solo di fare ma anche di giustificare il Male. La legge che giace in parlamento in attesa di approvazione sull'antisemitismo e' un oltraggio al pudore. Un governo di assassini a cui parlamentari italiani intendono dare uno scudo morale e ora anche legale. Non si può tollerare. Oltre il danno anche la beffa

Guido
un mese fa

Non intendo convincere nessuno per quanto riguarda il voto, e lungi da me l'idea di giudicare scelte altrui. Preciso meglio: credo che se ognuno riuscisse sempre a fare quello che gli detta la coscienza, indipendentemente dal parere che esprimono gli altri, questo mondo farebbe un grosso salto di qualità.

grazie per le vostre condivisioni

Rosapia Farese
un mese fa

Guido, ho letto le tue parole e sento tutta la fatica che descrivi. La rabbia davanti alla violenza, alle bombe, ai bambini che crescono sotto i missili, è umanissima. Ma la domanda che ti rivolgo, riflettendo davvero a fondo, è questa: cosa dobbiamo fare concretamente perché questa situazione, ormai insostenibile, non continui a riprodursi?
Se fossimo davvero in guerra – e forse lo siamo, in forme nuove e frammentate – non potremmo limitarci a constatare il male o a sottrarci. Dovremmo scegliere da che parte stare e come agire per il bene di tutti, soprattutto dei più piccoli che non hanno voce né difesa.
La rabbia, se resta solo rabbia, rischia di essere funzionale proprio a ciò che denunciamo. Ma se diventa lucidità, responsabilità, azione coerente, allora può trasformarsi in forza morale. Uscire dall’ipocrisia significa anche non rifugiarsi nell’astensione, ma entrare nella verità della giustizia: quella che non grida, non semplifica, non si presta alla propaganda, ma costruisce.
Forse il punto non è scegliere tra indignazione e partecipazione, ma chiederci quali strumenti – culturali, civili, istituzionali – possiamo ancora usare per non lasciare il campo alla prepotenza. La giustizia con la “G” maiuscola non è uno spettacolo mediatico: è una pratica quotidiana, imperfetta, ma necessaria.
Ti chiedo allora: quali azioni, anche piccole ma organizzate, possiamo mettere in campo per difendere la dignità umana, per proteggere i bambini, per non normalizzare la guerra? Perché se la guerra è organizzata, anche la pace deve esserlo.

Guido
un mese fa

@Rosapia
la mia astenzione non è un defilarsi, ma indirizzare altrove le mie energie.
Ho preso atto, attraverso studi ed esperienze ultra decennali, che NON ho (non abbiamo) strumenti efficaci (sottolineo efficaci) per modificare le scelte prese dalle istituzioni politiche. Forse, qualcosina, a livello locale (municipi - comuni). In questo momento storico è così, per una serie di ragioni che se vuoi approfondiamo ma si sintetizzano in due parole: abbiamo lasciato fare per troppo tempo e le porte si sono chiuse, comprese quelle del sistema mediatico.
Prima, dobbiamo recuperare capacità di partecipazione a processi sociali di dimensione non piccola, senza contare su un supporto istituzionale. Il progetto di cooperativa al quale sto collaborando va in quella direzione. Altri progetti, tanti, vanno in quella direzione. Si tratta di creare pazientemente connessioni fra questi, infrastrutture. Fiducia, capacità, risultati concreti su cui, un domani, potremo recuperare spazio istituzionale o, meglio: cambiare forma alle istituzioni, perché quelle che pensavamo di avere non sono efficienti né efficaci.