Un mosaico di impunità tra riforme e silenzi?
Andrò dritta al punto. È una mistificazione della realtà affermare che i promotori del No al referendum sulla riforma della Giustizia siano soddisfatti dell'attuale stato delle cose. Le riforme sono necessarie, tutto è migliorabile e chi è contrario alla riforma Nordio lo ha già affermato e argomentato ampiamente nel corso di ogni intervento pubblico e intervista, lo hanno fatto soprattutto coloro che si sono particolarmente esposti mediaticamente in questi mesi, e nel farlo hanno affrontato l’ennesima e consueta campagna di delegittimazione. Non possiamo accettare che la 'cura' ai problemi attuali del sistema della Giustizia consista nel demolire la nostra Costituzione.
Privare per legge la magistratura della propria autonomia dalla politica è un errore che non risolve nessuna delle problematiche esistenti. Al contrario, questa riforma peggiora la situazione attuale, ma soprattutto deve essere letta come l'ultimo tassello di un mosaico normativo che, pezzo dopo pezzo, sta smantellando i presidi di legalità a tutela dei cittadini.
Se uniamo i puntini delle modifiche legislative degli ultimi anni, il quadro d'insieme non fa pensare a tutele per la gente comune, ma a uno scudo per i centri di potere e la politica collusa. Vale la pena riassumere brevemente quali sono state le ultime modifiche in materia di giustizia e reati.
Il reato di Abuso d'Ufficio è stato eliminato e oggi non è più perseguibile il pubblico ufficiale che usa il proprio potere per favoritismi o vendette personali.
Modificando il reato di Traffico di Influenze illecite si restringe la punibilità solo a casi limite, legalizzando di fatto zone d'ombra che prima la magistratura poteva illuminare e sanzionare, lasciando la collettività priva di difese contro i mercanti di favori.
La “legge bavaglio" vieta alla stampa di pubblicare integralmente o per estratto le ordinanze di custodia cautelare e impedisce ai cittadini di conoscere i dettagli (e i nomi) dietro arresti eccellenti.
Inoltre, sono state introdotte norme tecniche che ostacolano il lavoro investigativo. Il limite dei 45 giorni per le intercettazioni rende più difficile ricostruire reti complesse nelle grandi inchieste di mafia o corruzione.
L'Interrogatorio Preventivo è un "cortese preavviso" che offre all’imputato il tempo per inquinare le prove, coordinare versioni con i complici o far sparire patrimoni illeciti.
Infine, il limiti all'Appello impedisce al Pubblico Ministero di fare appello contro le sentenze di proscioglimento per una specifica categoria di reati, come ad esempio furto aggravato, truffa, lesioni personali colpose e alcuni reati contro la Pubblica Amministrazione. Un'impunità definitiva che colpisce la ricerca della verità.
Le prospettive future e i segnali di una deriva autoritaria
Se davvero attraverso questa riforma indeboliremo l'indipendenza dei giudici, non avremo più indagini sui colletti bianchi, sugli illeciti commessi da chi ha potere politico e in diversi ambiti, contemporaneamente l’opinione pubblica resterà all’oscuro rispetto a reati gravissimi commessi dai centri di potere. Invece di eliminare le disuguaglianze, costruiremo una casta sempre più intoccabile.
È emblematico, inoltre, che i magistrati più attaccati siano proprio quelli che lottano contro Mafia, 'Ndrangheta e Camorra. Ridurre tutto a "schieramento politico" è una distrazione che serve a nascondere la gravità di scelte politiche che deliberatamente depotenziano la lotta al malaffare.
Il clima diventa sempre più inquietante, anche a seguito di diverse affermazioni che arrivano dagli esponenti politici di Governo, come ad esempio il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani che il 25 gennaio 2026, durante un evento di Forza Italia organizzato per sostenere le ragioni del "Sì" al referendum sulla giustizia, dice: “Non basta la separazione delle carriere, non basta la riforma del Csm. Serve completare. Penso anche di aprire un dibattito se è giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l'autorità dei magistrati. Discutiamone, parliamone".
Questo significherebbe dare il potere al Governo di turno di decidere su cosa indagare e su cosa no.
In una recente intervista che ho fatto al Procuratore Capo di Napoli, Nicola Gratteri commenta le parole di Tajani e questa eventualità dicendo: “Se l'ufficiale di polizia giudiziaria, che ha il vincolo del segreto istruttorio e che oggi deve rispondere solo al Pubblico ministero, lo spostiamo e lo mettiamo sotto l'esecutivo, è ovvio che si sentirà intimorito e sarà molto più prudente, non farà indagini a rischio che riguardano centri di potere che hanno riferimenti diretti o indiretti con i ministeri o con il partito del ministro di turno”.
La lungimiranza dei nostri Padri Costituenti ha infatti previsto il pericolo e creato l’antidoto: l'Articolo 109 della Costituzione stabilisce chiaramente che "l'autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria", questo per garantire che le indagini siano autonome e non influenzate dal potere politico.
Mentre si discute di queste riforme, il Ministero della Giustizia arriva a chiedere all'ANM l'elenco dei finanziatori del comitato per il "No". È una dimostrazione pratica di un approccio antidemocratico che fatica a tollerare il dissenso e che brama il maggiore controllo possibile. E quando mancano gli argomenti o diventa difficile rimediare agli errori di comunicazione che svelano le reali ambizioni del Governo, ecco che si sposta l'attenzione su altri temi che alimentano la rabbia sociale per coprire lo smantellamento dei diritti.
Viviamo in un sistema dove il cancro della corruzione e i legami opachi tra mafie e politica non sono fenomeni rari e isolati, ma arrivano a colpire il cuore delle istituzioni. Ciò ha gravi ripercussioni su tutto il Paese e sempre a discapito dei cittadini, poiché corruzione e collusione alterano le regole del mercato e avvelenano ogni settore, trasformando la gestione della cosa pubblica e l'imprenditoria in territori di saccheggio.
Io ho a cuore la lotta alle mafie e alla collusione tra mafie e politica. Comprendo bene che non tutti gli italiani, da nord a sud, abbiano la stessa sensibilità su determinati temi e che possa essere assai diversa la percezione di ciò che è davvero prioritario. Dipende sempre dal punto di vista, ma non si può davvero prendere alla leggera quanto sta accadendo e ignorare il rischio concreto di una deriva autoritaria. È necessario esporsi e scegliere. Votare "No" non è affatto una preferenza politica, è l'ultima difesa di una Costituzione nata per garantire che la legge sia uguale per tutti, non uno strumento al servizio di chi detiene il potere.
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