Vincere le guerre, perdere la pace – di Salvatore Azzuppardi

Pubblicato il 10 marzo 2026 alle ore 18:45

La specialità dello stato di Israele

Albert Einstein, Franz Kafka, Sigmund Freud. Sono solo tre degli innumerevoli scienziati, intellettuali, musicisti e altro, riconducibili alla cultura ebraica, anche se nati e cresciuti in paesi molto diversi fra loro.

Un lunghissimo elenco di persone il cui genio nei rispettivi ambiti di competenza, ha arricchito l’umanità intera, non soltanto chi si riconosce nella cultura e nella religione ebraica.

Risulta perciò difficile capire come alla stessa cultura appartengano persone talmente fanatiche da non avere imparato la lezione della storia degli ultimi settantotto anni, cosa abbia impedito a una consistente parte della popolazione israeliana e ai governanti di quello stato, di capire che si possono vincere le guerre, ma se non si è capaci di costruire la pace, le guerre non finiranno mai e la sicurezza a cui ambiscono, non l’avranno mai.

Un desiderio, un bisogno di sicurezza, comprensibile, se si pensa non solo allo sterminio portato avanti scientificamente dalla Germania nazista, ma anche alle persecuzioni di cui le popolazioni di religione ebraica sono state vittime per secoli, nella per altri versi civilissima Europa.

Eppure, da quando, nel 1948, le nazioni occidentali – costringendo quasi un milione di palestinesi ad abbandonare le loro case e la loro terra – hanno favorito la nascita dello stato di Israele, per pulirsi la coscienza dalle persecuzioni portate avanti per secoli, quello stato ha vinto militarmente tutte le guerre che ha subito o ha iniziato, ma è sempre stato incapace di attuare una pace vera, non quella finta che deriva dalla sottomissione e dall’umiliazione dei vinti.

Cosa immancabilmente accade quando si è incapaci di costruire una vera pace lo si è visto con il Trattato di Versailles, nel 1919. Allora le potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale, Francia, Regno Unito e Stati Uniti, umiliarono la Germania sconfitta, imponendole condizioni vessatorie che quel paese non riuscì a rispettare, e dalla crisi economica e sociale che ne derivò nacque il nazismo.

 

Nel 1945, invece, gli Stati Uniti dimostrarono di avere appreso la lezione e seppero fare dei loro ex acerrimi e potenti nemici, la stessa Germania e il Giappone, due fedelissimi alleati.

La sola eccezione israeliana nel tentare un dialogo con i palestinesi la si ebbe all’inizio degli anni Novanta, quando l’allora premier Yitzhak Rabin favorì quel dialogo che nel 1993 portò agli Accordi di Oslo, firmati insieme al leader palestinese Yasser Arafat.

Quegli accordi avrebbero potuto portare alla pace, se il fanatismo non avesse cessato di seminare veleno, così due anni dopo Rabin fu ucciso da un suo connazionale contrario ad un rapporto pacifico con il popolo palestinese.

Si potrebbe rovesciare il concetto, affermando che i palestinesi continueranno a perdere le guerre e non avranno mai la pace, se non adotteranno metodi gandhiani. Ma quanti di noi oggi saprebbero convertirsi alla non violenza (o porgere l’altra guancia, per dirla in altro modo), dopo essere stati costretti ad abbandonare la propria terra e avere visto i propri figli, genitori e fratelli, uccisi e le proprie case distrutte?

Quanto tempo dovrà passare prima che si capisca che i centomila morti di Gaza, metà dei quali bambini, e le migliaia di vittime dei bombardamenti sull’Iran, sono germe non di pace ma di altre violenze future?

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