immagine generata con l'AI
Torna ogni anno il 25 novembre, data istituita dalle Nazioni Unite nel 1999 per ricordare tutte le donne vittime di violenza e ribadire la necessità di lavorare, a livello politico e sociale, per l'eliminazione della violenza contro le donne. Questa ricorrenza vede puntualmente l’impegno di media, stampa ed associazioni per trattare l’argomento e promuovere iniziative e dibattiti.
Purtroppo è la cronaca a costringerci ad affrontare il tema a prescindere dal periodo dell’anno. I dati ufficiali raccontano di un’Italia che vede accadere un femminicidio ogni due giorni, numeri in leggero calo rispetto agli anni scorsi, ma non per questo confortanti. Sono stati 106 i femminicidi commessi nel nostro Paese nel 2024, 77 nel 2025. Ovviamente, la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne pone l’attenzione non solo sul terribile fenomeno del femminicidio, ma anche su tutte quelle violenze, fisiche e psicologiche, subite dalle donne per mano di un uomo, solitamente un famigliare, partner o ex partner, che considera la donna una proprietà, pretendono di fare scelte per lei, di dettare regole severe, imporre limiti e di infliggere punizioni nel caso di ribellione.
Secondo gli ultimi dati Istat, le donne italiane di età compresa tra i 16 e i 75 anni che hanno subito una violenza fisica o sessuale sono circa 6 milioni e 400mila, di queste il 18,8% ha subìto violenze fisiche e il 23,4% violenze sessuali. A compiere tali violenze sono spesso parenti, amici, colleghi di lavoro e, in numero minore, anche sconosciuti. Denunciare è doveroso, oltre che un diritto, ma non è sempre facile. Ancora oggi, troppo spesso, le vittime di violenza sono colpevolizzate, additate come provocatrici, donne troppo “libere”, i loro racconti passano sotto la lente d’ingrandimento, vengono esaminate dall’occhio sociale, talvolta anche dai giudici all’interno delle aule di giustizia che dovrebbero garantire loro giustizia, e invece si cerca ossessivamente il movente che possa aver scatenato la violenza da parte dell’uomo che l’ha compiuta, con l’intento di giustificarlo, generando mortificazione nella vittima.
Ma esiste anche un altro fenomeno che pesa ulteriormente sulle vittime di violenza: è quello del negazionismo di una parte della società, prevalentemente costituita da uomini, che vuole puntare il dito contro le donne e che si oppone persino all’utilizzo del termine “femminicidio”, con polemiche spesso assurde e argomentazioni misogine.
Misoginia e Negazionismo
In un articolo a firma di Claudia Torrisi pubblicato recentemente sul giornale online IrpiMedia, l’autrice porta l’attenzione sulla violenza impregnata di misoginia che invade i social, e in particolare la piattaforma TikTok. Attraverso un esperimento in cui si utilizza un account fittizio, Torrisi dimostra come l’algoritmo, partendo da contenuti motivazionali, “spinga progressivamente verso contenuti misogini, maschilisti e legati alla manosphere” (o manosfera), ovvero l’ambiente online in cui proliferano contenuti misogini e sessisti.
Sui social, oltre ai contenuti che mirano a ridicolizzare o contrastare l’emancipazione femminile, ci sono diversi influencer legati alla manosfera e che promuovono pensieri misogini.
In questo contesto, anche il fenomeno del femminicidio viene banalizzato, ridotto ad ideologia, minimizzando il ruolo delle dinamiche di genere e dei rapporti di potere alla base di molti di questi delitti.
Questo è un fenomeno globale ed è purtroppo presente anche in Italia dove, questa corrente di negazionismo è composta perlopiù da uomini che sostengono che i femminicidi, e in generale la violenza contro le donne, non abbiano caratteristiche strutturali né dinamiche di genere. Questa posizione, però, contrasta con i dati criminologici e con le definizioni adottate dalle principali istituzioni internazionali. Inoltre la diffusione di ideologie misogine rischia di portare indietro di decenni la nostra società e di vanificare il lavoro delle attiviste e dei movimenti storici che hanno permesso di raggiungere risultati importanti in merito ai diritti delle donne e alla loro emancipazione.
Visto l’impato enorme che oggi i social hanno sugli utenti, e specialmente su quelli più giovani, diventa necessario attuare delle contromisure. L’arma più efficace è sempre quella dell’educazione, attraverso il dialogo ed il confronto, sia a scuola che in famiglia. Ancora una volta, la politica ha un ruolo centrale nello studio del fenomeno e nella programmazione ed attuazione di percorsi che mirino ad educare al rispetto e alla parità di genere, sul piano sociale e sentimentale. La domanda cruciale è: i politici ed i governanti dei giorni nostri sono all’altezza del compito?
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