Raccontare storie tra finzione e realtà
Proseguendo l’indagine avviata nella Parte I, ricordiamo che secondo la PNL (Programmazione Neuro Linguistica) e la teoria dei neuroni-specchio, mentre guardiamo un film o una pubblicità, possono attivarsi processi di rispecchiamento e identificazione: posture, emozioni e stati interni dei protagonisti vengono modellati inconsciamente. Le immagini e le parole fungono da aggancio per associare prodotti o idee a sensazioni. Questo può generare un’influenza comportamentale non consapevole, orientando preferenze e scelte senza un’elaborazione critica esplicita. Inoltre, l’utenza viene portata ad immedesimarsi, proiettando parti di sé nei personaggi, condividendone emozioni e conflitti. La storia, costruita su valori contrapposti, induce a schierarsi, rafforzando identificazioni falsate e giudizi morali. Quando il coinvolgimento è intenso, può affievolirsi il confine tra finzione e realtà, col rischio di interiorizzare convinzioni in modo passivo.
Le piattaforme oggi straripano di titoli, categorie e nuovi generi. Si pensi a quante sono le storie e i personaggi costruiti solo nel genere Legal Drama, incentrate su avvocati, tribunali e vicende legali, oppure il genere Medical, dedicate all’ambientate ospedaliero raccontato dal punto di vista dei medici e del relativo staff, offrendo prospettive sull’ambiente sanitario e le sue dinamiche umane.
Ecco quelle più note a noi occidentali: ER - Medici in prima linea, Dr. House – Medical Division, Grey’s Anatomy, The Good Doctor, Chicago Med, New Amsterdam, The Resident, Transplant, Nurses, Pulse e molte altre, distribuite in tutto il mondo.
Anche il nuovo genere Distopico offre un’ampia rosa di narrazioni sempre aggiornate e si riferisce ad un tipo di rappresentazione di fantasia, ambientata in una società opprimente e totalitaria, dove il degrado ambientale e i sistemi di controllo simulano scenari catastrofici in cui i diritti umani e le libertà sono annullati, proprio come in 1984 di Orwell, opera narrativa distopica per eccellenza.
Tra le più seguite: Black Mirror, Westworld, The Last of Us, 1983, Brave New World, Years and Years, Silo, ecc.
Cosa se ne può dedurre?
La cornice culturale all’interno del quale si muovono i personaggi delle storie, soprattutto delle produzioni Netflix, è spesso caratterizzata da una rappresentazione della sessualità e dell’identità di genere molto complessa e variegata. Una realtà certamente esistente e verificabile, ma che sullo schermo sembra proposta in modo inutilmente incalzante ed esasperato. Le coppie sono spesso omosessuali e miste, tanto da insinuare il dubbio che sia l’eterosessualità ad essere diventata una minoranza e l’integrazione un processo già da tempo acquisito armoniosamente in ogni coppia, gruppo, popolo. Aldilà delle mura domestiche, questi grandi temi sociali non evidenziano benefici apprezzabili sul piano della coesione sociale, nonostante le piattaforme insistano a figurarne un’attuazione già concretizzata stabilmente.
Le strategie del condizionamento sono studiate per uno specifico pubblico (target), bisognoso di aderire ad un’etichetta, ad un’immagine sociale riconoscibile. Come in pubblicità, si sfruttano i codici estetici, per indurre l’emulazione e la reattività infantile, anziché la consapevolezza adulta. Tutti abbiamo bisogno di essere riconosciuti ed accettati dal mondo esterno, ma il processo di identificazione in questo caso, non avviene per permetterci di comunicare chi siamo, ma per imitare chi vorremmo essere. Stiamo parlando di comunicazione di massa, diretta dagli stessi poteri che decidono cosa dobbiamo sapere con l’informazione, cosa dobbiamo acquistare con la pubblicità e come dobbiamo essere con il cinema.
Vista l’enormità di materiale disponibile attualmente, ricordiamoci che non è quella la realtà.
È simulazione, finzione, rappresentazione.
Con l’esuberanza dell’offerta virtuale, la capacità di distinguere realtà oggettiva da realtà virtuale si è fatta sempre più fragile e il dialogo interiore confuso. Si sta perdendo la capacità di indignarsi di fronte all’orrore. Sta svanendo l’abilità di scegliere, evitare o ignorare contenuti impregnati di violenza, potere, ossessione, sesso e messaggi subliminali, poco funzionali allo sviluppo di una società migliore. Nella gradualità le masse si educano facilmente a nuovi modelli culturali, secondo quelli che ci vengono venduti come principi di uguaglianza, democrazia e presunto benessere sociale, come la visione politicamente corretta impone.
Oppure veniamo preparati a nuovi orizzonti collettivi, acquisendo pian piano familiarità con specifici scenari, che sul lungo periodo, intenderebbero cancellare qualsiasi tipo di tradizione per creare un’umanità diversa, la società del futuro.
Una narrazione ben costruita rende i contenuti memorabili, facilita l’empatia e aiuta a comprendere temi complessi attraverso esempi concreti, ma la varietà delle combinazioni possibili, abbinati alla pervasività di applicazione in ogni ambito, fanno temere che - nell’abilità di raccontare storie - vengano veicolate narrazioni false o manipolate, capaci di influenzare opinioni, ideologie, idee e libere scelte.
Il rischio cresce per i giovani e le persone più esposte a condizionamenti mentali e costruzioni persuasive travestite da racconto autentico.
Non possiamo vivere senza comunicare e non possiamo comunicare senza raccontare.
Non ci resta che chiederci se è la realtà che crea il film o il film che crea la realtà.
Fonti:
Tesi di Laurea in Comunicazione “Il formato seriale e la società di massa” di Jessica Evelyn Rodrigues de Lima – anno accademico 2018-2019 - Dipartimento di filosofia, sociologia, pedagogia e psicologia applicata Università di Padova
Wikipedia
Immagini create con ChatGPT
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