Possibilità e responsabilità - di Verdiana Siddi

Pubblicato il 30 gennaio 2026 alle ore 21:52

La natura del pensiero conoscitivo è di arricchimento, funziona per somma e sovrapposizione di idee, e si sviluppa in una concezione consueta di tempo e spazio, mentre un’indagine epistemico-fondazionalista su base fenomenologica, dovrebbe esperire, del pensiero, la matrice elementare e strutturale che ne consente l’Origine, procedendo per sottrazione, e solo allora trovare un sistema ininfluente di trasmissione e teoria, diverso dunque da tutti i sistemi attuali implicati nell’autopoiesi del Sapere.

Il pensiero, in quanto strumento di conoscenza, concepito in forza della coscienza – capace di stati di introspezione che potrebbero essere intesi come oltrepassanti l’Io1 – è sempre successivo all’esperienza, e quest’ultima, elaborata col pensiero, viene poi traslata col linguaggio e dall’esperienza si dà la teorizzazione. Il ricordo, se non l’effetto della fondazione, rimane dunque il superstite minimo, se il tempo viene inteso come linearità e successione (anche circolare), così come solitamente è percepito: passato, presente, futuro.
Eppure, molta filosofia e molta scienza sostengono anche altro, andiamo con ordine. Intanto consideriamo la possibilità.

 

Cos’è la possibilità?
Per dirla con Husserl, esiste un orizzonte aperto di possibilità che sottende alla sensibilità soggettiva in un tessuto temporale e che accoppia l’ego-cogito ai cogitata, o correlati intenzionali (gli oggetti intenzionati dall’ego-cogito), nonché agli alter-ego (le coscienze distinte da quella che è-la-mia e che si percepisce in se stessa come irriducibile). La coscienza-di-me ha una propria temporalità interna, così per ogni coscienza esterna a me, che empaticamente io posso raggiungere con l’immedesimazione, osservando nel lieb (corpo vivo) altrui la somiglianza di comportamento a quella riduzione indubitabile che sono-io in quanto punto di vista. E queste temporalità interne si intersecano in un tessuto interoperante che è proprio del processo di percezione-appercezione (noesi), ed implicitamente contiene la determinabilità dell’indeterminato: la possibilità.
C’è dunque qualcosa che percepisco, e poi c’è qualcosa che non percepisco: un’evidenza completa, che possa restituire apoditticità, non può passare da un processo meramente percettivo; la percezione sensibile precisa sì l’evidenza, ma resta vincolata ad una perpetua eccedenza, che può essere colmata idealmente in una tensione-verso l’infinito orizzonte del possibile come una cognizione della coscienza nelle sintesi dei vissuti originari, e non nei vissuti originari stessi.
Nessun solipsismo, nessun dualismo, se non come dispositivi di argomentazione e descrizione, ma un monadismo teleologico di compartecipazione, questa è la possibilità.
Nessuna distanza è reale. Le semplificazioni percettive e simboliche dell’esperienza della separazione sono, in questa visione, una pura illusione.

A tal proposito, nel panorama odierno è interessante notare come si siano formati ambiti di ricerca che uniscono scienze cognitive e filosofia, come a voler trovare un sistema di superamento del limite che sembra rendere impossibile una concordanza dialogica tra sfera soggettiva e teorizzazione oggettiva.
Nel loro lavoro di ricerca, un neuroscienziato ed un filosofo, intervistano un esperto di meditazione della tradizione tibetana Kagyü circa gli stati profondi della pratica meditativa, nell’ambito della MPE1,2. Dalla testimonianza si apprende che esisterebbe la facoltà per il Lama di percepire luminescenza ad un livello non sensoriale. Stando a quanto riportato, si tratterebbe di uno stato di esperienza che esclude la dicotomia soggetto-oggetto, nonché la concezione stessa d’Io.
Quella che egli definisce “vibrazione stabile di base” dell’esistente, non può essere analizzata con strumenti diversi dall’esperienza diretta e, in questo particolare stato alterato della coscienza, benché sia stato possibile misurare in EEG variazioni rilevanti dei funzionamenti delle aree relative alla concezione spazio-temporale, in un certo accordo con la sua testimonianza, le misurazioni non hanno comunque potuto descrivere l’esperienza, né essa ha potuto essere descritta in modo esauriente.

L’esperienza soggettiva risulta imprescindibile allo stato attuale dell’evoluzione della specie umana e sembra allontanare dalla possibilità di ricondurre ad un fondamento univoco. Gli approcci universalistici, pur svelando elementi ricorrenti, non trovano disponibilità di stati neutrali della coscienza, adatti a dimostrazioni generali definitive. La stessa osservazione scientifica è in fondo un approccio vieppiù dualistico.

 

“I risultati della filosofia sono la scoperta di un qualche schietto non-senso

e di bernoccoli che l’intelletto si è fatto cozzando contro i limiti del linguaggio.

Essi, i bernoccoli, ci fanno comprendere il valore di quella scoperta.”

 

Così scriveva Wittgenstein3, che ora mi perdonerà: il limite o il Tutto, scrivo - o almeno per ora è questo che io sento come utile ed urgente.

Cos’è la responsabilità?

Un fondamento della conoscenza, oggettivo e soggettivo al contempo, è ancora atteso. Se ne parla alternativamente in forma soggettiva o oggettiva, trovandosi a dover necessariamente scegliere tra opinioni e neutralità verificabili.

Per il prof. Jacopo Colelli4 è stato possibile individuare strutture funzionali attraverso le quali la capacità cognitiva attua quelle che egli chiama “modalizzazioni”, ovvero l’intenzionalità soggettiva conferisce significato agli oggetti, o stati di cose, su meccanismi naturali che, in forma complessa di stratificazione computazionale, suggeriscono proprietà essenziali dei processi cognitivi. Ciò per definire come, con diversi tipi di approccio e metodi differenti, le scienze cognitive intendono individuare modelli e standard pluralistici applicabili ai singoli domini esperienziali, nell’intento di teorizzare princìpi di funzionamento generali ai quali si intersecano le soggettività. Trovo quindi riscontro in tali dimostrazioni scientifiche dell’esistenza di leggi universalistiche nel sistema-mente, oltre all’emergere del ruolo della coscienza nell’agire intenzionato; complementare a queste scienze è infatti la psicologia. Da una parte la ricerca dell’universalismo dei meccanismi cerebrali, dall’altra l’elemento soggettivo e dunque l’esperienza personale.

Caro Wittgenstein, quale operazione terapeutica può dissolvere questo problema? Quale esperienza ultra-soggettiva, o meta-soggettiva, derivante dall’Io intenzionale ma ad esso trascendente, come in un’epochè dell’Essere che si dà puramente, può aiutarci? La parola può farlo? La nostra evoluzione linguistica sarà sintatticamente bastevole? Il nostro intenderci porterà a comprensione? Potremo mai procedere oltre il gioco, con responsabilità?

Al momento la volontà di appropriarsi teoricamente dell’Origine è necessitante in partenza, in quanto pretende di giungere all’essenzialità per mezzo di sovrastrutture, contraddicendosi, ed attenerci ad un’analisi dei meccanismi di funzionamento degli strumenti linguistici sicuramente ci immunizza dal rischio di cadere nel ridicolo o nell’inutile, ma ciò non esclude che questo livello originario della conoscenza esista, che l’essere-non-essere vi attinga perpetuamente per dono di natura: altrimenti perché domande anziché il silenzio? Il silenzio, allo stato attuale, sarebbe come un farmaco che cura il sintomo, ma se il genere umano potrà divenire pienamente consapevole delle risposte, allora sarà naturale tacere.

In un’ignota forma futura della coscienza, libera dalla passione del desiderio di Sé, ovvero del proprio posto nello spazio e nel tempo, emancipando la propria soggettività, per via della soggettività intenzionale stessa e verso una compartecipazione possibile, si dissolverà il limite?

 

 

NOTE

1 Costines, Cyril, Tilmann Lhündrup Borghardt, e Marc Wittmann. “The Phenomenology of ‘Pure’ Consciousness as Reported by an Experienced Meditator of the Tibetan Buddhist Karma Kagyü Tradition. Analysis of Interview Content Concerning Different Meditative States”. 2021. Philosophies. https://doi.org/10.3390/philosophies6020050

2 MPE Project. “The Minimal Phenomenal Experience Project: Towards a Minimal‑Model Explanation for Consciousness”. 2025. https://mpe-project.info

3 Wittgenstein, Ludwig. "Ricerche filosofiche", §119. Ed. Piccola biblioteca Einaudi. 1953, Basil Blackwell - Oxford

4 Colelli, Jacopo. “From Pure Experience to Cognitive Models: Constitutive Explanations and Modalization in Phenomenological Cognitivism”. 2025. Phenomenology and the Cognitive Sciences. https://doi.org/10.1007/s11097-025-10095-2

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Commenti

Francesco Caracciolo
4 giorni fa

La pretesa assurda, che ancora oggi seduce molti ricercatori, è l'opinione fallace che sia possibile un'esperienza oggettiva.
Tale concetto è di per sé un ossimoro, in quanto lo stesso concetto di "esperienza" implica l'esistenza di un soggetto che, appunto, esperisce.
Nel linguaggio scientifico tale soggetto viene chiamato "osservatore".
Se per "conoscenza" si volesse intendere l'indagine dell'intero insieme di elementi che costituiscono il mondo sensibile (nel gergo scientifico, "gli osservabili"), allora bisogna accettare che si tratta irrimediabilmente di una conoscenza soggettiva, cioè si "conosce" l'esperienza della cosa (fenomeno), non la cosa in sé (noumeno).
E quindi tutte le regole e "leggi" che si ricavano da tale "conoscenza" attengono esclusivamente alla descrizione dell' esperienza e non al suo contenuto.