immagne creata con AI
Negli ultimi giorni, dopo l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York, sui social e non solo è riemerso con maggiore vigore un fenomeno che si manifesta già da tempo: l’islamofobia, in Italia come nel resto d’Europa. Si tratta di una forma di intolleranza che non deve essere considerata semplicemente una questione religiosa. È un nodo culturale e politico che attraversa le nostre società e che spesso finisce per essere cavalcato da chi, nella politica, trova conveniente alimentare paura e diffidenza.
Che cosa intendiamo davvero con “islamofobia”?
La parola rimanda a un insieme di atteggiamenti ostili nei confronti dei musulmani, o di chi viene percepito come tale. Non riguarda solo la fede, ma il modo in cui una società decide di rappresentare una comunità attraverso immagini e stereotipi, alimentando paure e pregiudizi che si stratificano nel tempo. Così, l’Islam viene spesso associato automaticamente al radicalismo, il velo diventa simbolo di oppressione senza che ci si chieda cosa significhi per chi lo indossa; interi quartieri vengono etichettati come “zone problematiche” o “pericolose”.
Questa costruzione del “musulmano” come figura sospetta non nasce dal nulla. Ha radici nel colonialismo, nell’eredità geopolitica del Novecento, nei conflitti mediorientali raccontati da media che, per necessità, fretta o per una forma di strumentalizzazione intenzionale, semplificano. E poi ci sono gli attentati, che hanno segnato profondamente l’immaginario collettivo, come ad esempio quello alle Twin Towers.
Il ruolo della politica
Negli ultimi anni alcune scelte politiche in diversi Paesi europei hanno contribuito a irrigidire il clima. Norme sul velo (in Francia e in Belgio è vietato l'uso del velo integrale nei luoghi pubblici nazionali), controlli di sicurezza che colpiscono soprattutto determinate comunità, dibattiti trasformati in palcoscenici identitari: tutto questo ha reso l’Islam un tema di scontro, più che di comprensione.
È come se il continente, che pure si proclama baluardo di libertà e pluralismo, faticasse ancora a riconoscere pienamente la presenza musulmana come parte integrante della propria storia contemporanea. Le crisi economiche, le ondate migratorie, la retorica securitaria hanno reso il discorso pubblico più nervoso, più disposto a cercare un “altro” da cui difendersi.
E in Italia?
L’Italia vive questa dinamica in modo particolare. La comunità musulmana è giovane e, in larga parte, italiana: persone nate qui, che parlano italiano come prima lingua e che spesso faticano a farsi riconoscere come parte del Paese a tutti gli effetti. Eppure, il dibattito sembra tornare sempre allo stesso punto: moschee viste come minaccia, il velo ridotto a battaglia politica, immigrazione e Islam sovrapposti come se fossero la stessa cosa.
Accanto a questa narrazione c’è però un’altra Italia, più silenziosa ma molto attiva: scuole che costruiscono progetti interculturali, associazioni che promuovono il dialogo, parrocchie che aprono spazi di confronto. È un lavoro quotidiano, fatto senza slogan e spesso senza visibilità, ma che tiene insieme pezzi di società che altrimenti rischierebbero di allontanarsi.
Perché parlarne adesso
L’islamofobia non è un problema dei musulmani: è un problema della democrazia. Una società che accetta discriminazioni strutturali finisce per perdere equilibrio, per abituarsi all’idea che ci siano cittadini più legittimi di altri.
Parlarne significa provare a riconoscere le paure senza trasformarle in ostilità, rifiutare le semplificazioni e accettare la complessità delle diverse identità. Non per negare le differenze, ma per farne uno spazio di incontro e inclusione.
Contrastare l’islamofobia richiede strumenti culturali e politici: educazione, informazione onesta, responsabilità nel linguaggio pubblico, politiche che non alimentino la diffidenza ma che sappiano invece costruire fiducia.
Una comunità più giusta non nasce cancellando ciò che ci distingue, ma imparando a viverlo senza percepirlo come una minaccia. È un lavoro lento, impegnativo, ma necessario.
Aggiungi commento
Commenti