Personalismi - di Verdiana Siddi

Pubblicato il 24 dicembre 2025 alle ore 09:32

Avevo un solo desiderio per le ultime settimane del 2025: evitare di trovarmi in un qualsiasi negozio in questi giorni di psicosi collettiva, ma non avevo scritto la letterina e quindi è andata diversamente. Questa mattina mi sono dunque trascinata tra le corsie del non-luogo più vicino, già invaso di carrelli straripanti e braccia operanti, che spostavano cose da una parte all’altra, con l’individualismo congenito di una qualsiasi ginnastica posturale. 

Il capitalismo elargisce a noi così tanti contenti polverizzati e polverizzanti, dall’antinfluenzale fino al porno online, che non possiamo proprio fare a meno di ricompensarlo al cospetto delle casse automatiche parlanti, in questi giorni di generoso e caritatevole masochismo, per restituire il tempo passato, già convertito in denaro, al suo presente dissipatore, espiatore di colpe recondite delle nostre anime autocensurate. 

Mi dico che va bene così, queste ultime gocce del limone sfatto vanno pur versate, perché non manca molto: la macchinazione delle esistenze sta per finire, perché ne è già iniziata una peggiore. La produzione spasmodica usa e getta, spirale infinita del non-senso, farà presto a meno di ogni traccia di materia. Chili di cibo industriale, che te lo mangi e poi ne espelli ciò che proprio non puoi assimilare, e in un emocromo irregolare si esaurisce tutto il suo essere stato, ma un post – ragazzi – un bel post invece no: l’effimera metonimia di una vita inadatta ad essere vissuta per davvero, può reinventare qualsiasi cosa, ubicandola ovunque nello spazio e nel tempo, cioè da nessuna parte, la potenzia smaterializzandola, al punto da sublimarne l’insensatezza intrinseca e renderla vittima d’onore sull’altare sacrificale, dove immolare il senso e far desistere ogni critica. La vita è allora eternamente espulsa, eterno scarto, eternamente inassimilabile. Idolatria e dissacrazione, abbondante miseria, tracotante autoflagellazione. 

L’oppio dei popoli è una droga sempre diversa, ma ha sempre il medesimo effetto. Siamo drogati di “basta a te stesso” (ma non prima di averlo detto agli altri), di psicoterapica memoria. 

Dov’è il senso intenzionato dell’agire politico e nondimeno dell’agire sociale? Quali Immagini del Mondo generano oggi scelte, se il mondo non è più mondo, ma sua virtualizzazione? Individuale eppure social, interiore ma controllabile, originale ed unico quanto prevedibile ed orientabile, sterile, mortifero, paradossalmente conforme all’irrazionalismo più bieco, a immagine e somiglianza di ogni fantasia. Un agglomerato di mondi impermeabili, particolaristici, perfetti perché conformi a se stessi. Ciascuno nel proprio piccolo ignobile riassunto, nel sogno che millanta qualsiasi cosa non sia Vocazione. L’utopia, che emancipa la visione e dunque genera la possibilità del cambiamento, potrà restituire una dignità politica a questa moltitudine di smarrimenti?

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