Viaggio esplorativo sull’evoluzione culturale attraverso la lettura de “La specie nuova” di Igor Sibaldi
Nel periodo del Covid-19 abbiamo assistito ad un fenomeno nuovo e sconvolgente.
La popolazione mondiale è stata violentemente inghiottita dagli effetti di un processo di forte impatto sociale e psicologico: l’incomunicabilità.
Molte persone si sono ritrovate repentinamente impedite a dialogare non solo con le istituzioni, ma anche all’interno della propria cerchia di colleghi, amici e addirittura familiari. Il tormentoso ritmo mediatico e le tecniche di PNL (programmazione neuro linguistica), abbinati all’applicazione sincopata di regole comportamentali e divieti, hanno indotto una repressione generalizzata del pensiero critico delle masse. In breve tempo, si è reso possibile alterare la predisposizione a comunicare delle persone, qualità essenziale attribuita non solo agli esseri umani, ma estendibile anche a tutte le creature considerate viventi.
Parlare, confrontarsi o esprimere idee come si è abituati a fare normalmente, era diventata un’impresa ad alto rischio ostilità e pertanto evitata per quieto vivere, oppure affrontata dai più audaci, ma solo con la massima prudenza. È così che una minoranza - di pensiero divergente dal modello imposto dal potere - è stata attaccata, isolata e rifiutata, nell’impossibilità di venire non solo compresa, ma anche solo ascoltata dagli altri.
Ne siamo tutti testimoni: dal 2020 al 2022 è avvenuta una separazione.
Si sono delineati due gruppi distinti di persone che sembravano pensare e ragionare in modo diverso e non più compatibile. La differenza era lampante: con qualcuno ci si intendeva subito, mentre in altri casi, non si poteva ignorare che l’interlocutore faticava a seguire il filo del discorso e si chiudeva, tendendo a rifugiarsi in pensieri di recupero, abbandonando velocemente la conversazione.
Non ci si capiva più.
È proprio in quel periodo che il termine speciazione divenne oggetto d’interesse per una parte dell’opinione pubblica, quella meno condizionabile dalle pressioni dei media e dagli stimoli esterni.
Cosa si intende quindi, per speciazione?
È un processo evolutivo che definisce la nascita di una nuova specie, denominata specie figlia, che si distacca da quella di appartenenza, la specie madre. Il termine deriva dalla biologia, si fonda sulla teoria dell’evoluzione di Darwin e in natura, matura in centinaia di migliaia di anni.
Igor Sibaldi, scrittore, teologo e filologo se ne occupò già nel 2016, applicando all’uomo, il modello esistente in biologia. Il libro La specie nuova è infatti un saggio che propone l’idea della speciazione culturale: un fenomeno attraverso il quale nuovi tipi di individui emergono all’interno di una civiltà, distinguendosi dalla maggioranza per audacia, intraprendenza e capacità di individuare prospettive nuove. Questo tipo di speciazione parla della nascita di un nuovo modo di pensare, che non attraversa tempi lunghissimi come la tradizionale evoluzione darwiniana teorizza, ma si manifesta in periodi relativamente brevi; anche nell’arco di una o due generazioni.
È una possibile deviazione che si apre e si chiude in un tempo limitato, come un bivio in autostrada.
Nel libro si indaga la storia culturale e psicologica dell’umanità, sostenendo che anche le società attraversano momenti di speciazione rapida: periodi brevi in cui nasce un uomo nuovo, incompatibile con la precedente struttura. Questa specie emergente si separa di colpo dalla linea principale, creando una crepa tra chi resta nella specie madre e chi ne esce.
La sua ricerca si ispira alle teorie del biologo olandese Hugo De Vries e del genetista tedesco Richard Goldschmidt, audaci studiosi della speciazione immediata, anziché graduale. De Vries propose la teoria delle mutazioni improvvise eGoldschmidt introdusse l’idea dei hopeful monsters (mostri di belle speranze), individui radicalmente diversi, leader carismatici che emergono repentinamente nel corso della storia e dai quali può prodursi un nuovo ramo evolutivo.
Sibaldi porta come esempio la Grande Migrazione verso l’America, avvenuta in Italia dei primi del Novecento (1890-1915). In quel contesto, un terzo dei cittadini italiani emigrarono, senza conoscere la lingua inglese e senza avere reali prospettive per il futuro. Il processo è possibile solo se le condizioni sono favorevoli alla deviazione di una parte di popolazione dalla maggioranza e in quel momento storico, tutto cooperava verso la realizzazione di quella possibilità, compreso il prezzo del viaggio, che solo per un periodo circoscritto, è rimasto accessibile a tutti. Si è così formata questa specie nuova, che prima non esisteva: gli Italo-americani.
Analoghi schemi di divergenza vengono individuati, in eventi storici e mitici: l’arca di Noè che rappresenta una selezione non biologica ma esistenziale: pochi attraversano il confine mentre il vecchio mondo si dissolve. Poi si ricorda la storia di Abramo, seguita da quella di Mosè nell’Esodo biblico, provocando una spaccatura tra chi resta in Egitto e chi accetta il deserto come spazio di trasformazione. Anche Gesù fu rivoluzionario nella sua impresa, che solo in un tempo più maturo, vide il suo compimento. Fondando il Cristianesimo, inaugurò un enorme salto evolutivo, una vera speciazione religiosa, nella concezione di un essere umano più avanzato.
Nella contemporaneità l’autore descrive occasioni di speciazione, nella comparsa di nuove classi sociali in contesti di cambiamento - talvolta non riuscito - come il movimento di contestazione del ’68. Anche le grandi migrazioni moderne, vengono lette come eventi di speciazione culturale: non solo spostamenti geografici, ma nascita di nuovi modi di concepire l’esistenza. Dinamiche di mutazione sociale e culturale condividono tratti comuni negli esempi proposti: rapidità, rottura delle condizioni esistenti e nascita di tipologie di persone e gruppi in grado di tracciare nuovi percorsi.
Colui che accetta il cambiamento viene chiamato speciante e viene descritto come un individuo scontento, deluso e annoiato da ciò che lo circonda, ma è anche qualcuno che non può fare a meno di creare, esplorando l’ignoto. È proprio la consapevolezza della sua infelicità, che lo stimola ad interrogarsi, a guardarsi dentro e chiedersi prima che cosa gli piace davvero, per poi contattare nuove possibilità.
Lo scontento non si fa influenzare dalla disapprovazione altrui e non ne condivide le aspettative, se non coincidono con le sue, ma si dà il permesso di partire, perché in cuor suo sa che non può più stare fermo.
Lo scontento sa che si sentirà vivo solo partecipando a qualcosa di nuovo, perché sente di non avere più nulla da scoprire nelle sue abitudini.
Non sa dove andrà, ma parte verso il potenziale successo: la Fortuna.
Fortuna deriva dalla parola latina forse, che come si sa, non dà garanzie.
Chi accetta l’incertezza, ha più speranza di avere Fortuna.
(segue nella Parte II)
Immagine panoramica creata con chatgpt
Fotografie di Aloisa Clerici
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