Le voci rivoluzionarie e resistenti dell’Iran “Né Pahlavi né Guida Suprema”. di Maurizio Torti

Pubblicato il 1 febbraio 2026 alle ore 13:17
Università di Teheran cuore delle rivolte

Gli eventi accaduti negli ultimi 40 anni ci restituiscono un’immagine della Repubblica Islamica dell’Iran e del suo popolo, storica e allo stesso tempo sconosciuta, perché siamo soliti giudicare questo paese del Medio Oriente senza conoscerne, abbastanza, la sua storia e i suoi interessi. Lo storico dell’antica Grecia Erodoto chiamava questi territori Persia, oggi Repubblica Islamica dell’Iran ed è il testimone di una civiltà che ha donato al mondo e alla regione del Medio Oriente cultura, monumenti storico-artistici di grande pregio e di meravigliosa bellezza. Tutto questo raccolto in un ecosistema paesaggistico di immenso fascino con le sue montagne, le lande di Yazd e la bellezza di Esfahan. Sono storie importanti di questi luoghi, tra natura, cultura e storia, accanto alla presentazione dei momenti di vita quotidiana di un popolo protagonista e fiero della sua storia e mai rassegnato ad una condizione di costrizione. Il nostro interesse, in quanto giornale indipendente, si concentra sullo sguardo vogliamo sul mondo, sui fatti della storia che viviamo, sui popoli che abitano questo pianeta che hanno bisogno di farsi conoscere senza le scorciatoie del pregiudizio. Le storie, alcune raccontate con immagini, non raccontano di un paese nato poco tempo fa per mezzo di manifestazioni di piazza. Il popolo iraniano è il protagonista in ogni occasione importante come nel 1978, quando dette vita alla Rivoluzione Islamica e da quei giorni si susseguirono eventi importanti per cui furono prese molte decisioni e oggi, ancora di più è importante continuare a riflettere.


La sconfitta dello Scià e la strage della Mecca

Dal 2016 dopo la strage della Mecca, dove vennero massacrati gli sciiti, nessun iraniano potrà recarsi alla Mecca e compiere l’Haji, il tradizionale pellegrinaggio che ogni devoto deve compiere almeno una volta nella vita. Da quel giorno, i pellegrini sciiti, si recano in pellegrinaggio a Karbala, città dell’Iraq a circa 100 km da Baghdad.

 

Le lancette del tempo nel Medio Oriente
Dicembre del 1979 l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan e la Repubblica Islamica dell’Iran viene travolta da due guerre.
Nel 1980 viene attaccata dall’Iraq, guidato da Saddam Hussein. La guerra durerà 8 anni.
L’invasione dell’Unione Sovietica in Afghanistan terminerà nel 1989 e nello stesso anno cadrà il muro di Berlino e solo due anni dopo l’Unione Sovietica non esisterà più.
Il 1991 è una data storica per la vittoria dei mujahidin, perché era la prima volta che una superpotenza veniva battuta da un movimento jihadista.
La guerra Iran Iraq poteva concludersi due o tre anni prima e nonostante gli 8 anni di distruzione, morti e violenza la Repubblica Islamica dell’Iran ha trovato in quella guerra il modo di compattarsi, per superare lo sforzo economico causato dalla guerra.
L’unico paese alleato in quegli anni era la Siria.
Sono trascorsi quasi 45 anni e la Siria è stata sempre un alleato fedele della Repubblica Islamica dell’Iran, ma con la caduta di Assad, sul territorio della Siria lo scacchiere degli interessi sta cambiando.
Lo sforzo e il superamento del lungo conflitto ha dato maggiore forza e legittimazione alla Repubblica Islamica dell’Iran.
Nella società iraniana, a seguito di questo lungo periodo bellico ha posto l’attenzione per la ricostruzione delle fasce sociali, i giovani eroi protagonisti della nascita della Repubblica Islamica dell’Iran, erano gli stessi uomini coraggiosi e martiri per difendere Teheran.
Come in tutte le guerre è stata una macelleria sociale, i martiri morti al fronte sono centinaia di migliaia e tutti per difendere la Repubblica Islamica dell’Iran e non solo uno Stato, un paese.
Nel dopo guerra, la Repubblica Islamica dell’Iran affrontava la grave emergenza economica ed è sempre più isolato, subisce ed è vittima delle sanzioni, imposte dagli USA, preoccupata per il controllo della commercializzazione del petrolio, del gas e da altre fonti energetiche e questa condizione rallenta la ripresa economica.

Dopo le sanzioni, l’Occidente non acquista il petrolio dalla Repubblica Islamica dell’Iran.

 

Fonti economiche
Nel 1978 poco prima della rivoluzione la Repubblica Islamica dell’Iran estraeva quasi sei milioni di barili di petrolio al giorno ed aveva una popolazione di 37 milioni di abitanti, oggi l'Iran ha 89 milioni di abitanti ed estrae poco più di 3,2 milioni di barili, in gran parte acquistati dalla Cina o dai paesi asiatici.
Solo l’aumento dei prezzi del barile di petrolio hanno sostenuto l’economia in quegli anni e nel 2004 raggiunge un importante obiettivo, frutto della diversificazione nella produzione ed estrazione del gas e a seguito di un interesse della Cina, preoccupata per la destabilizzazione dell’Iran.


Maggiore riserva di gas a livello mondiale
Dal 2009 l’Iran ha rischiato in più di una occasione di subire la destabilizzazione regionale quando nel 2003 gli americani invadono l’Iraq. In poche settimane l'Iraq non ha più il controllo dei confini e vaste aree di territorio diventano preda di eserciti irregolari, mercenari, denominati dalla stampa internazionale Isis.

 

L’Isis un pericolo per la Repubblica Islamica dell’Iran e il Medio Oriente
I mercenari dell’Isis, in Iraq, controllavano circa 400 kilometri e non hanno risparmiato la popolazione sciita presente in territorio iracheno e solo l’intervento del generale iraniano Qasem Soleimani, impedendo l’assedio e l’occupazione di città importanti come Najaf, l’Isis viene sconfitto. L’Isis ha condotto una vera guerra contro gli sciiti ed è riuscito ad arrivare con le sue milizie armate, nel 2014, nella città di Kobanê in Siria a soli 20 kilometri da Damasco e a 45 kilometri da Baghdad, città dell’Iraq.

 

La Repubblica Islamica sconfigge i mercenari dell’Isis salvando il Medio Oriente
Nasce una coalizione per combattere l’Isis, formata anche dalla presenza degli USA, ma ancora una volta sono i giovani iraniani a distinguersi sul campo di battaglia salvando dall’assedio e la distruzioni l’intera regione. La scelta di intervenire nel conflitto e di affrontare il rischio di una nuova crisi economica e contare il numero dei morti e delle vedove, tutto questo non ha fermato la Repubblica Islamica dell’Iran e questo contesto è un fatto storico, non è un episodio di poca importanza ma fondamentale per l’integrità della regione del Medio Oriente.

 

Non è possibile ignorare la storia di questi conflitti
La Repubblica Islamica dell’Iran ha combattuto queste guerre con alleati storici, con la Siria, con Hezbollah sulle alture del Qalamoun in Siria contro l’Isis e jiadisti provenienti da tutto il mondo arabo.
La Repubblica Islamica dell’Iran ha attraversato diversi anni di guerre, le ha combattute mentre costruiva la Repubblica Islamica.
Queste guerre potevano essere evitate?
Quale di queste guerre nella regione del Medio Oriente avrebbe potuto essere evitata? Continuare a parlare della Repubblica Islamica dell’Iran senza ricordare la storia di questi eventi non è corretto, la storia non può essere ignorata, questi fatti bellici sono storia.

 

La situazione in Medio Oriente
La guerra è qualcosa di unicamente distruttivo ma anche il collante sociale aggregativo anche se chi è al governo è sordo e non da importanza a cosa accade e da questi anni la Repubblica Islamica dell’Iran nella regione del Medio Oriente è l’unico paese ad essere integro e sovrano.


Che cosa è oggi l’Iraq?
Un enorme territorio diviso in regioni, diversissime tra loro, con una economia quai inesistente, i proventi dalla vendita della più importante ricchezza del sottosuolo iraqeno, il petrolio, vanno direttamente alla Federal Reserv americana che poi le ridistribuisce al governo di Baghdad, quindi non è più un paese indipendente.

 

La Siria
Dallo scoppio della guerra civile è un territorio dove decine di forze straniere si scontrano politicamente e militarmente, alimentando un lungo conflitto.
C'è l’esercito della Federazione della Russia, ci sono i marines USA, ci sono i militari della Turchia, c’è l’esercito di Tel Aviv sulle alture del Golan occupato nel 1967 e a seguito del genocidio in Palestina a Gaza, Israele ha occupato ulteriori territori a sud. Quindi la Siria è oggi un mosaico costituito e occupato da eserciti regolari e irregolari, guidata da un tagliagole militante delle bande dell’Isis, ricercato come terrorista dal mondo intero, improvvisamente è diventato l’eroe giusto per la transizione ed un nuovo governo se e quando ci saranno nuove elezioni.

 

Il Libano
Da diversi anni una forte crisi economica sta strangolando il paese in piena destabilizzazione economica ancora una volta aggredito in una nuova guerra da Israele.
La Repubblica dell’Iran oggi è un paese salvo, ma il futuro è incerto e le pressioni esterne sono molte, tante da costringere di concertare trattati e accordi con chi per anni è stato considerato un non alleato come l'Arabia Saudita.
Nella regione del Medio Oriente gli ultimi eventi hanno legittimato la Siria a partecipare nuovamente agli incontri della Lega Araba in un incontro storico a Mosca per definire un accordo tra siriani, turchi, iraniani e i sauditi.
Le tensioni nella regione del Medio Oriente sono forti e le politiche estere degli USA non sono affatto rassicuranti, errori e disastri compiuti in Afganistan, dagli USA, hanno inciso negativamente sulla fiducia verso Washington tutto potrebbe ripetersi anche in Medio Oriente e ridisegnare la carta geografica. Per prevenire ulteriori conflitti, oggi nella regione del Medio Oriente vengono definiti nuovi accordi di vicinato.


La destabilizzazione economica e militare ha raggiunto anche l’Africa
Al nord la Libia è disgregata e nessuno riesce ad applicare soluzioni politiche e negoziali al fine di ritornare ad una situazione normale, anche l’Egitto per evitare una destabilizzazione forte necessità di aiuti finanziari da paesi terzi ma il rischio di ricatto politico è molto reale.
Molti di questi paesi hanno alcune caratteristiche in comune, sono multietnici, multireligiosi ma la Repubblica Islamica dell’Iran in questi anni è riuscita ad evitare la nascita di divisioni settarie contenendole con la cultura Farsi ma resta comunque il timore per il pericolo esterno, una costante nella regione del Medio Oriente.
Da oltre 40 anni l’Iran è nella regione del Medio Oriente un paese che ha resistito ad ogni forma di destabilizzazione in periodi di forte crisi economica e rischio di disgregazione, alimentata da manifestazioni organizzate da una generazione di uomini e donne non consapevoli della storia e degli eventi accaduti alla generazione precedente.
Il welfare State dell’Iran, diversificato e costituito dalle Bonyads, (trust di beneficenza), dalla rete di fondazioni hanno resistito a questi anni difficili costrette ad utilizzare molti fondi per sostenere le famiglie, l’istruzione e la sanità ma le difficoltà lentamente si fanno giorno dopo giorno sempre più gravi.
Le preoccupazioni della popolazione, le incertezze sul futuro alimentano e motivano le manifestazioni di oggi, in modo particolare i giovani lontani dall’orizzonte rivoluzionario, forse capace di cambiare le cose.

Quale futuro e quale Iran immaginiamo se le pressioni interne ed esterne stravolgono e favoriscono un cambio di governo?
Potrebbe essere un Iran molto diverso, molto differente da quello che abbiamo visto passare la storia tormenta degli ultimi 40 anni.
Durante gli anni della guerra il venerdì, giorno di riposo settimanale, come spesso accade c’è sempre qualche cittadino distratto a bordo piscina sorseggiando una buona bevanda mentre al fronte morivano dei poveri ragazzi molto giovani comandati all’assalto contro l'artiglieria e i carri armati iracheni.

 

Iran oggi le proteste, il ruolo dell’università e del rifiuto delle false alternative
Dichiarazione congiunta degli studenti attivisti delle università di Teheran, Beheshti, Allameh, Science and Industry e Tarbiat Modares a sostegno delle proteste nazionali.
Le proteste che scuotono nuovamente l’Iran da settimane non possono essere ridotte a episodi isolati di malcontento. Sono il risultato di tensioni accumulate in un contesto di oppressione politica, collasso economico e controlli sociali rigidissimi. Il crollo drammatico del rial, la moneta nazionale, ha reso ancora più evidente la fragilità materiale della popolazione, erodendo salari, risparmi e possibilità di sostentamento. Dal punto di vista antropologico, queste mobilitazioni rappresentano anche e soprattutto una trasformazione dei tessuti sociali, delle reti di connessione, del modo di ribellarsi contro uno Stato e un sistema schizofrenico e fuori controllo. La comunità dunque si riorganizza, lo fa negli spazi urbani e universitari, costruendo nuove forme di vicinanza e di partecipazione collettiva. Le rivendicazioni non riguardano solo leggi o politiche specifiche, ma il diritto a determinare le proprie condizioni di vita e a partecipare attivamente alla costruzione del futuro politico e sociale del paese.


L’università come bersaglio storico del potere
Ed è proprio per questo che, nonostante tutto, l’università continua a parlare, o meglio a gridare a gran voce il proprio dissenso. Perché ogni volta che il potere tenta di ridurla al silenzio, rivela in realtà quanto la tema.
Il potere ha sempre paura dell’università. Non per quello che l’università è formalmente, ma per quello che può diventare. Un luogo in cui si produce pensiero non allineato, in cui si mettono in crisi le narrazioni dominanti, in cui si immaginano mondi che non coincidono con l’ordine esistente. Per questo, storicamente, ogni forma di potere autoritario ha considerato l’università un bersaglio da controllare, neutralizzare, svuotare. Non è una specificità della Repubblica Islamica: è una costante. Dalla monarchia Pahlavi alla Repubblica Islamica, cambia il linguaggio del potere, ma non cambia la sua ossessione. L’università resta uno spazio da disciplinare. Oggi i moniti, gli arresti e le impiccagioni avvengono proprio lì. Un monito. La continuità della repressione è uno degli elementi più importanti da tenere a mente. Non c’è una frattura netta tra “prima” e “dopo”, tra monarchia e teocrazia, ma una linea lunga di controllo, sorveglianza, violenza e corruzione. Perché l’università non è mai stata solo un luogo di istruzione, ma un laboratorio politico, in fabbricazione incessante e rumorosa. Produce immaginari (e aggiungerei desideri) che sfuggono al controllo statale, linguaggi che nominano ciò che il potere vorrebbe rendere indicibile, rotture simboliche che incrinano l’idea di un ordine naturale e immutabile. È da lì che nascono slogan, parole, pratiche che poi attraversano la società e oggi le strade. Non è un caso quindi che l’università venga sistematicamente militarizzata, depoliticizzata, mercificata. La trasformazione degli spazi universitari in luoghi sorvegliati, la repressione delle assemblee e delle forme di organizzazione studentesca non sono misure emergenziali, ma strategie strutturali e spietate. Allo stesso tempo, la mercificazione dell’istruzione e lo smantellamento dei servizi sociali servono a svuotare l’università del suo ruolo politico, riducendola a un ingranaggio economico, a un luogo di formazione incapace per tutte queste condizioni di produrre conflitto. Ma è dentro al corpo studentesco che il conflitto oggi irrompe senza catene.


Crisi multiple, un’unica matrice
Una delle operazioni più violente del potere è raccontare le crisi come fenomeni separati, contingenti, soprattutto emergenziali. Povertà da una parte, disuguaglianze dall’altra, oppressione di genere come “questione culturale”, crisi ambientale come problema tecnico. Il comunicato che in questi giorni circola dalle università iraniane rifiuta esplicitamente questa frammentazione. Dice una cosa semplice e radicale. Nessuna di queste crisi sono scollegate, non sono incidenti di percorso. Hanno tutte la stessa origine e devono essere lette tutte in chiave intersezionale. E questo lo insegna principalmente il motore propulsore del transfemminismo, lucido e arrabbiato, che attraversa le strade delle città in rivolta. Povertà, disuguaglianza, oppressione di classe e di genere, devastazione ambientale non sono il prezzo inevitabile della “modernizzazione” né il risultato di cattiva gestione. Sono il prodotto coerente di un sistema che combina capitalismo autoritario, Stato repressivo e gestione predatoria delle risorse.
Un sistema che governa attraverso l’espropriazione: del lavoro, dei corpi, dei territori, dell’acqua, dell’aria. Un sistema che concentra ricchezza e potere, mentre distribuisce precarietà, violenza e morte.
In Iran questo intreccio è particolarmente evidente. La repressione politica non è separabile dallo sfruttamento economico, così come il controllo sui corpi delle donne non è separabile dalla distruzione dell’ambiente. La stessa logica che impone il velo obbligatorio è quella che prosciuga fiumi, privatizza beni comuni, militarizza i territori e reprime le proteste sociali. Non si tratta di derive occasionali, ma di un modello di governo che ha bisogno della violenza per continuare a esistere. Novembre 2019 è stato uno di quei momenti in cui questa verità è diventata impossibile da occultare. La rivolta contro l’aumento del prezzo del carburante ha mostrato come una protesta sociale possa essere immediatamente trattata come una minaccia esistenziale allo Stato. La risposta è stata il massacro. “Donna, Vita, Libertà” ha rappresentato un altro momento di verità, ancora più profondo, non una rivolta contro una legge o un simbolo, ma una messa in discussione complessiva dell’ordine politico, economico e simbolico. La centralità delle donne non è stata un’aggiunta, ma il punto di rottura attraverso cui tutte le contraddizioni del sistema sono esplose insieme.
Leggere oggi questo comunicato significa riconoscere questa continuità. Significa capire che non esistono lotte isolate, né priorità da gerarchizzare dall’alto. La crisi è una sola, e la sua matrice è politica. Ed è proprio per questo che il potere tenta di frammentare, dividere, ridurre tutto a singole “emergenze”. Perché una lettura sistemica apre sempre alla possibilità della trasformazione.


“Né Pahlavi né Guida Suprema”
Questo è il punto cruciale e più radicale del comunicato. Quello che non può essere addomesticato, né facilmente tradotto nei linguaggi rassicuranti dell’opposizione mainstream. Dire “Né Pahlavi né Guida Suprema” significa rifiutare l’intero campo delle false alternative. Significa non limitarsi a dire contro cosa si è, ma soprattutto contro quali futuri ci si rifiuta di essere ricattati. Non si tratta solo di una presa di distanza dalla Repubblica Islamica. Questo rifiuto colpisce anche la restaurazione monarchica, il suo ritorno travestito da modernità, la nostalgia ripulita e resa presentabile come soluzione politica. È un no alla monarchia Pahlavi non come episodio storico concluso, ma come progetto politico che continua a riemergere ogni volta che l’orizzonte si restringe e la paura prende il sopravvento. Perché la nostalgia è sempre una forma di rimozione, un modo per non fare i conti con la violenza, le disuguaglianze e la repressione che quel passato ha prodotto.
In questo senso, il comunicato è esplicito. Non basta abbattere un regime se ciò che lo sostituisce riproduce le stesse logiche di potere, autoritarismo e verticalità. Le opposizioni autoritarie, i progetti politici costruiti attorno a leader carismatici, le promesse di ordine e stabilità non sono alternative reali. Sono variazioni dello stesso schema. Cambiano i simboli, non cambiano i rapporti di forza.
Assumere questa posizione richiede coraggio politico. Significa rifiutare il ricatto del “meno peggio”, quella logica per cui, di fronte alla violenza presente, qualsiasi passato diventa improvvisamente accettabile. Significa rifiutare l’idea che l’unico modo di uscire dall’oppressione sia affidarsi a figure salvifiche, a genealogie dinastiche, a miti nazionali riattivati in chiave opportunistica. È una scelta scomoda, perché non offre scorciatoie, non promette soluzioni immediate, non consola. Ed è qui che il testo parla in modo diretto anche a chi lo legge da fuori. Perché è facile sostenere una rivolta se questa può essere incanalata dentro un copione già noto. È più difficile accettare una posizione che rifiuta di essere arruolata, che non chiede legittimazione, che non si presta a essere usata come pedina geopolitica. Dire “né l’uno né l’altro” è un atto di rottura. Questo rifiuto segna una linea netta. Non si tratta di scegliere tra due forme di dominio, ma di spezzare la logica che le rende possibili. Ed è proprio per questo che questa frase, oggi, è così pericolosa. Perché apre uno spazio che il potere – vecchio o nuovo – non sa controllare. Perché afferma che il futuro non si eredita, non si restaura, non si delega. Lo costruisce solo il popolo.


Comunicato
Dichiarazione congiunta degli studenti attivisti delle università di Teheran, Beheshti, Allameh, Science and Industry e Tarbiat Modares a sostegno delle proteste nazionali
Da anni chi detiene il potere teme l’università e cerca di schiacciarla e logorarla con la repressione. Oggi le crisi si accumulano: povertà, disuguaglianza, oppressione di classe, oppressione di genere, pressioni sui popoli e crisi ambientali e idriche. Tutto ciò è il prodotto diretto di un sistema corrotto e in decadenza, l’espressione più evidente di una politica repressiva che, soprattutto dopo i vari movimenti sociali, ha mostrato il suo volto sanguinario nell’ottobre 2019 e nell’insurrezione “Donna, Vita, Libertà”. La politica dello Stato verso l’università segue lo stesso schema repressivo: privarla di qualsiasi elemento politico e critico e trasformarla in un terreno sterile, dominato da mercenari paramilitari basij. Gli sforzi incessanti del Ministero della Scienza e delle amministrazioni universitarie per mercificare l’istruzione ed eliminare ogni servizio sociale mirano a ridurre l’università da istituzione politica e impegnata a semplice ente economico passivo. Eppure, l’università ha ancora una volta dimostrato di resistere al dispotismo e che, nei momenti più bui della storia — sia sotto la monarchia Pahlavi sia sotto la Repubblica Islamica — ha saputo difendere la libertà e l’uguaglianza. L’università è sempre stata una barriera solida contro ogni forma di istituzioni reazionarie e arcaiche, e ogni giorno la sua voce progressista è diventata più forte del giorno precedente. Gli studenti sono figli di questa storia. È naturale, dunque, che slogan come “Né Pahlavi né Guida Suprema; libertà e uguaglianza” nascano dal cuore dell’università, e che “Donna, Vita, Libertà” risuoni con tanta forza. Sebbene le pressioni abbiano rallentato la crescita del dialogo libero e della critica radicale, e spesso abbiano rinviato le discussioni sulla discriminazione di genere e sul diritto a vivere liberamente, non le hanno mai spente. Oggi l’università è il cuore pulsante del confronto tra idee diverse. Università e studentə non si piegano davanti a nessuna autorità. I pugni chiusi che gridano “Morte alla dittatura” sono rivolti a ogni forma di autoritarismo, presente o futuro. Oggi l’università si schiera ancora una volta con il popolo, riaffermando quel “No” storico dell’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” e rifiutando falsi dualismi. Ciò che è urgentemente necessario ora è la solidarietà di tutte le componenti della nazione contro la Repubblica Islamica, la monarchia Pahlavi e i Mojahedin-e Khalq. Solo così ha senso essere la voce del popolo. Tuttavia, questa solidarietà non deve impedire all’università di esprimere la propria voce. Attraverso un dialogo interno, vogliamo costruire proposte concrete e un’immaginazione collettiva per il futuro dell’Iran, un futuro in cui libertà e uguaglianza camminano insieme, e in cui la liberazione delle donne e la fine dell’oppressione di genere guidano il cambiamento. Cambiamenti che si realizzeranno tramite istituzioni democratiche e con l’indebolimento delle strutture di dominio e sfruttamento. Un futuro che arriverà senza i principi della velayat-e faqih, senza il velo obbligatorio e senza esecuzioni, in cui libertà e uguaglianza saranno realtà concrete. Il movimento studentesco, con una visione trasformativa, cerca un futuro libero dal dispotismo e non si sottometterà a nessuna forma di autoritarismo. Oggi la nostra avanzata richiede una nuova visione. Le crisi della società e l’inadeguatezza di tutte le forze che si oppongono alla Repubblica Islamica ci portano a sostenere che il movimento studentesco ha bisogno di un’azione positiva: rispondere alle esigenze del tempo, affiancare le istanze del popolo e dei diversi gruppi sociali, e articolare i processi attraverso cui queste richieste possano essere soddisfatte. Popolo dell’Iran! Oggi dobbiamo essere tutti uniti nel dire “No” alla Repubblica Islamica. Nessuno sa cosa riserverà il domani, e nessuna forza singola determinerà il nostro destino. Ma una cosa è certa: è tempo di muoversi, è tempo di agire. Dobbiamo alzarci e scrivere il nostro destino con le nostre mani.
Il comunicato presenta questa sigla
Figli dell’Iran - Dalle strade delle università

 

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Commenti

Marì
2 giorni fa

Da una delle parte del mondo dicono: quale entrate tale guadagno, riferendoci a una chiesa. In caso civile possiamo dire, il popolo disperato, i crimini ispirati. Potevamo evitare le guerre o no? La risposta era così visibile nei tempi di Società Sovietica. Il popolo una volta ha preso la responsabilità e la disperazione è sparita.. effetto domino, i crimini erano meno globali e per questo meno forti del popolo ispirato.. prima era decisione, poi, parola, poi azzioni.. santa trinità da per tutto.. pensate..liberalismo non è al favore di tranità..