Max Weber intendeva la Professione politica come un agire dotato di senso intenzionato per Vocazione, in una tensione sensibile tra l’ardente moto passionale e la fredda distanza, necessaria a qualsiasi cognizione razionale. L’apparente inconciliabilità tra etica dell’intenzione (passione) ed etica della responsabilità (ragione) è per Weber l’impossibile indispensabile che ispira ogni utopia dell’agire politico; l’eroismo realista fonde gli opposti nell’unicum e, su base morale e con carattere responsabile, restituisce la sua progenie, il Mondo, e deve considerare irrinunciabile il saper tenere l’equilibrio tra i poli: una forma di realismo dell’impossibile.
Ogni sbilanciamento rischierebbe di far precipitare le azioni nel fallimento del proprio senso e financo del significato, producendo effetti indesiderati o permettendo l’impiego di mezzi inaccettabili.
L’effetto dell’arco novecentesco è stato il suicidio della Politica delle democrazie occidentali.
Se noi intendiamo con “democrazia” il suo significato etimologico, troviamo la radice “dêmos” a corollario, e il popolo, comunque lo si voglia configurare, è il detentore della sovranità in questa specifica forma di governo. Il dispositivo della rappresentanza, agevolatore di una sprovveduta delega, ha pian piano trasformato la stessa concezione di Stato. Oggi vediamo che il parlamento rappresenta una diversa “assemblea dei consociati”, l’associazione non è più dunque l’identità di interessi che guardano al benessere distribuito equamente tra i cittadini e che a quest’ultimi inerisce, ma è un’altra assemblea, un’identità differente. Non degli elettori, rappresentati dal parlamento, ma del tutto svincolata da confini territoriali, culturali o di appartenenza comunitaria, essa è basata sì su tipi ideali di scambio, unione di scopo o di intenzioni, ma come scaturigine dei meccanismi di mercato e logiche finanziarie globaliste. Le leggi degli Stati oggi si rivolgono ai cittadini come norme di comportamento, tese alla distribuzione del benessere in quella esterna rete di centri di comando sovranissimo.
La sensazione che i governi prendano decisioni contrarie all’interesse nazionale consuetamente inteso, non è un abbaglio, ma il sadismo che ne detta il destino non è certo originato da una pura mancanza di competenza, piuttosto è il concetto stesso di nazione che non è più - o forse non è mai stato - quello che il vocabolario sociologico-politico vorrebbe. La nazione è oggi l’istituzione di sorveglianza e punizione, per dirla con Foucault, che strumentalizza il lavoro di tutti per la produzione di risorse e guadagno per pochi, nell’alto tradimento Costituzionale. Una forma di nuovo schiavismo malcelato ha sostituito l’antico oppio dei popoli con una, già suggerita, garanzia del minimo. Questa anestesia, fatta di libertà di espressione (fino a un certo punto), diritto alle cure (ma non troppo), diritto allo studio (se lavori), diritto al lavoro (se ti adegui), ed altri contenti modulari simili, reprime senza sforzo il sentimento di urgenza ed emergenza di cambiamento, e tramortisce al contempo lo spirito di appartenenza, individualizzando gli ideali cui ciascuno riesce stentatamente ad ambire.
Assistiamo dunque ad espressioni di recupero di quel ruolo attivo che ci compete, e questa direzione autonoma sembra oggi essere l’unica strada percorribile, sebbene con i limiti intriseci a qualsiasi operazione apolitica o anarchica che però pretenda di muoversi entro i limiti della legalità, in una complessa forma di contraddizione realizzabile, come assunzione dell’assurdo. Questo anti-sistema però ha una pecca irresponsabile: il confine sottile con il privilegio, che pericolosamente lo avvicina alla natura prima del nemico stesso che intende combattere.
Nei termini di un giornalismo costruttivo io dovrei esortare il lettore a prendere parte a queste iniziative indipendenti che si facciano protagoniste di un’alternativa, e intendo farlo, viste le condizioni istituzionali in cui versa il presente attuale, ma mi domando anche se possa esistere un’alternativa all’alternativa, un passo di perfezionamento dell’agire stesso. Questo sistema politico generalista e sempre più centrificato, scollato dagli ambiti specifici e particolari che sono gli ambiti del vivere, può essere pensato diversamente e riportato quindi “a terra” con dignità politica, nel merito del senso politico.
Come?
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