IL KALASHNIKOV DI MONTESANTO
E IL SILENZIO DI TUTTI
Quando un'arma da guerra passeggia in pieno giorno, e nessuno sa più parlare a nessuno
di Maurizio Torti
Napoli, 29 giugno 2026, ore 14. Il sole spacca le pietre a piazzetta Montesanto, nel cuore del centro storico. Emanuele Iaccarino cammina tra i passanti con un kalashnikov. Non di notte. Non in un vicolo cieco. In pieno giorno, tra la gente che fa la spesa, tra i turisti che cercano la fermata della funicolare. Giuseppe Triuolo, poco distante, esplode due colpi di pistola in aria. Due colpi secchi che rimbalzano tra i palazzi dei Quartieri Spagnoli come un avviso di servizio: siamo qui, siamo armati, e non ci importa niente di nessuno.
Li prenderanno in ventiquattro ore. La Squadra Mobile sequestrerà il kalashnikov nascosto sotto un'auto. Arresterà Arianna Rossetti, la compagna, per aver occultato la pistola. Fermerà Gianluca Calvanese, trentotto anni, trovato con una calibro 9 e dodici proiettili. L'indagine è coordinata dalla DDA di Napoli. Tutto regolare, tutto secondo procedura. Eppure niente è regolare.
Perché un ragazzo cammina con un'arma da guerra sotto il sole? E perché, nella stessa Italia, nello stesso mese di giugno 2026, da Bolzano a Catania, da Foggia a Bressanone, da Lecce a Pompei, altri ragazzi — sempre più giovani, sempre più armati, sempre più soli — stanno facendo la stessa identica cosa?
I. DUE PERSONE CHE NON SI ASCOLTANO
Immaginate due persone sedute una di fronte all'altra. Un giovane e un anziano.
Il giovane ha diciassette anni, forse sedici, forse dodici come la ragazzina di Afragola. Parla una lingua fatta di video da quindici secondi, di trap cantata su basi rubate, di emoji e dissing. Il suo corpo dice tutto quello che la bocca non sa articolare: la postura di chi occupa lo spazio pubblico come un territorio da conquistare, il passo di chi non ha nessun posto dove andare ma non può stare fermo. Le sue mani conoscono il peso di un coltello prima di quello di un libro.
L'anziano ha sessant'anni, forse settanta. Può essere un insegnante, un poliziotto, un giudice, un parroco, un assessore comunale. Parla una lingua fatta di decreti, circolari, convocazioni, protocolli. Le sue parole sono precise, corrette, inutili. Sa descrivere il problema. Sa catalogarlo, misurarlo, infilarlo dentro una statistica. Ma non sa raggiungerlo.
Il giovane parla e l'anziano non capisce. L'anziano parla e il giovane non ascolta. Non perché non vogliano. Perché non hanno gli strumenti. Non hanno mai avuto gli strumenti. E nessuno glieli ha mai dati, perché darli avrebbe significato ammettere che il problema non è il ragazzo con il coltello, ma il mondo che ha costruito il vuoto in cui quel ragazzo cade.
Questo articolo è il racconto di quel vuoto.
II. QUANTO È FACILE PROCURARSI UN'ARMA IN ITALIA
Partiamo dal dato che nessuno vuole guardare in faccia.
A Catania, il 26 giugno 2026, la Polizia di Stato scopre un arsenale in un garage di via del Bosco. Dentro ci sono armi comuni e armi da guerra. Droga. Motocicli rubati. Il garage non è un bunker sotterraneo: è un garage. In un quartiere. Dietro una saracinesca come tante.
Quindici giorni prima, l'11 giugno, in piazza Beppe Montana — la piazza intitolata al commissario ucciso dalla mafia — tre minorenni vengono feriti in una sparatoria tra fazioni del clan Cappello-Bonaccorsi. I ragazzi presi di mira non sono vittime innocenti: sono già armati. Rispondono al fuoco con pistole semiautomatiche. Un minorenne viene trasferito all'Istituto Penale Minorile di Bicocca. Un uomo fermato durante la fuga indossa un giubbotto antiproiettile fatto in casa con libri e coperte tenuti insieme dal nastro isolante.
Libri e coperte. Un giubbotto antiproiettile artigianale. Questa è l'immagine che dovrebbe toglierci il sonno: non solo la facilità con cui si trovano le armi, ma l'ingegno della disperazione con cui ci si prepara allo scontro. Una pistola calibro 9x21 con colpo in canna viene recuperata sul posto: era stata rubata.
Il rapporto Eurispes del 16 giugno 2026, coordinato da Susanna Fara, mette i numeri su questa realtà: le segnalazioni per reati in materia di armi nella fascia 14-24 anni hanno raggiunto le 9.762 nel 2025. Nel 2015 erano 6.640. Un aumento del 47% in dieci anni. E la curva non si è mai invertita dal 2021 in poi.
Ma i numeri dicono solo la metà.
A Firenze, quartiere San Jacopino, un giovane viene fermato con una pistola in piazza della Piccola. A Bressanone, il 12 giugno, i Carabinieri intercettano un ventanovenne alla stazione ferroviaria con un coltello da ventiquattro centimetri. Nove giorni prima, un ventiduenne aveva accoltellato un uomo al torace nel parcheggio dell'Eurospar di Milland, sempre a Bressanone. A Napoli, sulle spiagge di Largo Sermoneta, i bagnanti consegnano alla Polizia Municipale quindici tra coltelli e armi da taglio trovate sulla sabbia. Quindici. In una sola spiaggia.
E poi c'è Montesanto. Il kalashnikov.
Un fucile d'assalto sovietico progettato per i conflitti armati, che un ragazzo porta a spasso nel centro di Napoli come fosse un ombrello. La domanda non è come l'abbia trovato — le armi circolano, arrivano dall'Est Europa, dai Balcani, dai depositi che la criminalità organizzata mantiene sul territorio come magazzini di un commercio qualsiasi. La domanda è: perché nessuno, a nessun livello, riesce a interrompere questa catena? E soprattutto: a chi appartiene davvero quel ragazzo?
III. RAGAZZI SENZA PADRONI, MA NON PER QUESTO LIBERI
Qui sta il punto che sfugge a tutti. Il giovane con il kalashnikov, il minorenne che risponde al fuoco a Catania, la dodicenne che accoltella un tredicenne ad Afragola, il quindicenne che aggredisce la madre a Lecce perché gli vieta le cattive compagnie, il diciassettenne che spruzza spray urticante in via Nuova Marina per rubare un cellulare — questi ragazzi, nella stragrande maggioranza dei casi, non sono ancora affiliati alla criminalità organizzata.
Non sono camorristi. Non sono mafiosi. Non sono 'ndranghetisti.
Sono qualcosa di peggio: sono disponibili.
Disponibili perché vuoti. Vuoti di riferimenti, di modelli, di interlocutori. Vuoti di quella struttura invisibile che tiene insieme una persona: una famiglia che funziona, una scuola che accoglie, una comunità che include, un adulto credibile che ti guarda negli occhi e ti dice "io ci sono, e mi importa di te".
Ad Afragola, il 27 giugno, una ragazzina di dodici anni — dodici — governa una baby gang nella villa comunale. È lei il capo, «il vero e unico capo», scrive Marco Di Caterino su Il Mattino. Controlla una zona della villa dove nessuno, adulti compresi, può mettere piede. Quando un tredicenne "sconfina", lei estrae un coltello a lama stretta — sette centimetri, affilata — e gli infligge sette fendenti alle gambe con una «tecnica da esperti», la "sfilettatura": non affonda la punta, usa il filo della lama. Ha dodici anni. Venti ragazzini intorno a lei accolgono la punizione «con risate sguaiate e osceni sghignazzi».
Questa ragazzina era già seguita dai servizi sociali. Aveva precedenti: un'aggressione razzista contro un immigrato, con lancio di bidoni della spazzatura e insulti — «nero di m...a, torna in Africa». I servizi sociali la conoscevano. Sapevano. Eppure lei girava con un coltello, governava un territorio, applicava una giustizia sua. Perché i servizi sociali, a Forlì come ad Afragola, sono un guscio vuoto: il Gruppo Territoriale del M5S di Forlì ha denunciato il 29 giugno che l'organico dei servizi sociali comunali è di quattro persone. Quattro. Che lavorano «esclusivamente su appuntamento in date limitate».
Quattro assistenti sociali per una città intera. Questo è il vuoto di cui parliamo.
A Foggia, il 17 giugno, un undicenne compra un gelato nella centralissima piazza Umberto Giordano. Dieci ragazzini tra i dodici e i quindici anni lo circondano, lo minacciano con uno spacca-vetri in metallo, lo trascinano vicino alla Chiesa di Gesù e Maria, lo prendono a calci e pugni. Trauma cranico, contusione con interessamento della milza, prognosi dieci giorni. La madre dice la frase che dovrebbe essere scolpita su ogni palazzo di giustizia d'Italia: «Nessuno è intervenuto per aiutare il bambino. Un bambino di undici anni deve essere libero di camminare, comprare un gelato e vivere la città in sicurezza.»
Nessuno è intervenuto. Piazza piena, passanti, avventori. Nessuno.
E a Lecce, un quindicenne aggredisce la madre — la madre — con una sedia e delle grucce, perché lei gli vieta di frequentare amicizie legate alle baby gang. La donna racconta agli agenti di doversi barricare in camera da letto ogni notte. Ogni notte. Per difendersi da suo figlio.
Questi non sono ragazzi che hanno scelto il male. Sono ragazzi a cui nessuno ha offerto un'alternativa.
IV. IL DESERTO DEI PUNTI DI RIFERIMENTO
Proviamo a fare l'inventario di ciò che manca.
La famiglia. L'85,5% degli italiani intervistati dall'Eurispes ritiene che l'assenza o la distrazione della famiglia sia il fattore determinante della violenza giovanile. Non è un'opinione: è un consenso schiacciante. I genitori della dodicenne di Afragola sono stati denunciati per abbandono di minori — dopo l'accoltellamento, non prima. I genitori del quindicenne di Lecce avevano già un procedimento penale in corso per analoghi comportamenti. A Caserta, il boss Pasquale Apicella — alias «'o Bellomm» — minaccia una vittima in videochiamata dal carcere: «Tieni un problema a Casale». Dal carcere. In videochiamata. Questo è il modello familiare che hanno a disposizione migliaia di adolescenti in Campania.
La scuola. La dispersione scolastica nel Mezzogiorno supera il 15-20%, con punte del 30% in alcune aree. Il dato Sole 24 Ore su fonte Istat è devastante: tra il 2019 e il 2026, il Mezzogiorno ha perso oltre 313.000 residenti tra i 18 e i 35 anni. Trecentotredicimila giovani. Un esodo biblico che svuota i territori delle loro risorse migliori e lascia sacche di marginalità sempre più dense, sempre più sole. Chi resta? Chi non ha la possibilità di andarsene. Chi è destinato a diventare, nella migliore delle ipotesi, carne da impiego precario; nella peggiore, carne da reclutamento.
La religione. Don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano — il Caivano del Decreto, il Caivano diventato sinonimo di emergenza — ha detto una cosa che andrebbe ripetuta ogni giorno: «Sulle baby gang si sta sottovalutando il problema in tutta Europa. Il governo Meloni con il Decreto Caivano ha stanziato fondi per la ristrutturazione, ma il fenomeno è molto più profondo.» Più profondo. Patriciello parla dal fronte, non da un convegno. Ma anche la sua voce si perde nel rumore di fondo di un Paese che preferisce il decreto alla comprensione.
La cultura. A Santa Marinella, nel litorale romano, una settantenne viene accerchiata, insultata con frasi antisemite e inneggiamenti a Hitler, e colpita con un calcio da una baby gang di minorenni. Due settimane prima, bottiglie di vetro erano state lanciate nel giardino di un residente «al grido di 'ebrei di m...'», sfiorando un neonato. Questi ragazzini non sanno nulla del nazismo, nulla della Shoah, nulla della storia. Usano Hitler come un meme, come uno slogan da gridare per fare paura. L'antisemitismo diventa gesto estetico, provocazione vuota. Questo è il punto più basso che un sistema educativo possa raggiungere: quando il male assoluto viene svuotato di significato e ridotto a insulto da strada.
Gli interlocutori. Lo psicologo Matteo Lancini, intervistato nel rapporto Eurispes, ha frenato sulla linea del divieto dei social media per i minori: «Il divieto non è la soluzione.» Ha ragione. Ma qual è la soluzione? Chi parla a questi ragazzi? Chi li guarda? L'Eurispes ci dice che il 52,5% degli italiani percepisce un aumento di baby gang nella propria zona, ma il 52% dichiara di non avere informazioni dirette. Percepiamo il pericolo, ma non vogliamo guardarlo da vicino. Abbiamo paura del nostro stesso quartiere, ma non vogliamo sapere chi ci vive dentro.
V. IL DIALOGO NEGATO: LA RISPOSTA È SOLO REPRESSIVA
E qui torniamo alle due persone sedute una di fronte all'altra, il giovane e l'anziano, che non riescono a parlarsi.
Perché la risposta dell'Italia alla violenza giovanile, da Nord a Sud, è una e una sola: la repressione.
A Bergamo, dall'inizio del 2026, la Questura ha emesso sedici avvisi orali nei confronti di minorenni — quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2025 — in applicazione del Decreto Caivano, che ha esteso la misura ai minori dai quattordici anni in su. La procedura prevede la convocazione del ragazzo con un genitore. L'avviso orale dice, in sostanza: sappiamo chi sei, sappiamo cosa fai, ti avvisiamo che se continui finisci in guai peggiori.
A Bolzano, il Questore Giuseppe Ferrari dispone servizi straordinari di controllo «ad alto impatto»: Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Locale, militari dell'Esercito. In una notte, nella sola via Cappuccini, un arresto per minaccia aggravata; in piazza delle Erbe, due denunce per tentato furto; un cittadino irregolare spedito al Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Bari. A Bressanone, il Questore chiude una discoteca per quindici giorni dopo «ripetute risse e aggressioni». A Silandro, stessa cosa, un mese prima.
La Süd-Tiroler Freiheit — il partito secessionista che nel 2023 ha raddoppiato i seggi al Landtag — ha colto il paradosso prima di tutti: «Kriminelle bestrafen, nicht Lokale» — punire i criminali, non i locali. Cioè: state chiudendo i posti dove i giovani si incontrano, e credete che questo risolva il problema? I ragazzi andranno altrove, in luoghi dove nessuno li vede, dove nessuno li controlla, dove la violenza crescerà nel buio.
A Napoli, nella stessa settimana del kalashnikov, le forze dell'ordine eseguono controlli massicci: quattordici denunce nel centro, settantatré persone identificate ad Arzano e Frattamaggiore, cinque arresti nell'Agro Aversano, operazioni movida a Bagnoli. I Carabinieri del Comando Provinciale di Napoli comunicano che dal primo maggio 2025 a fine maggio 2026 sono stati registrati 2.164 episodi di violenza di genere. Centocinquanta armi e oggetti pericolosi sequestrati nei primi cinque mesi del 2026.
Numeri che impressionano. Ma cosa significano?
Significano che il sistema funziona a valle: cattura, arresta, sequestra, chiude, espelle. È bravissimo a reagire dopo che il danno è fatto. Ma a monte — dove si formano i ragazzi che impugneranno il kalashnikov, dove si costruisce il vuoto che li inghiottirà — non c'è niente. O quasi.
Il Decreto Caivano, entrato in vigore nel 2023, ha portato a un aumento dei minori detenuti: da undici bambini con le madri in carcere ad aprile 2025 a ventisei a marzo 2026. Ma il tasso di criminalità giovanile non cala. Le segnalazioni totali nella fascia 14-24 anni sono aumentate del 2,54% nel 2025. Le lesioni dolose del 29,82% in un decennio. Le percosse del 38,31%. Le risse del 35,70%.
Stiamo riempiendo le carceri e le misure restrittive, e il fenomeno cresce. C'è qualcosa che non funziona in questa equazione, e non serve un economista per capire cosa.
VI. DA NORD A SUD: UNA MAPPA DELLA SOLITUDINE
Prendiamo la cartina d'Italia e proviamo a disegnare questa mappa. Non una mappa della criminalità — quelle le abbiamo — ma una mappa della solitudine.
Bolzano. Quartiere Casanova. Alta densità di famiglie immigrate e di seconda generazione. Ragazzi sotto i quattordici anni si rendono responsabili di furti, maltrattamenti animali, atti vandalici. La marginalità si intreccia con le tensioni identitarie tra gruppi linguistici: tedesco, italiano, stranieri. Questi ragazzini non appartengono a nessuno dei tre mondi. Sono figli di un limbo. Il sistema scolastico sudtirolese è separato per lingua — scuole tedesche, scuole italiane, scuole ladine — e questo, per i figli degli immigrati, significa spesso non trovare posto in nessuna delle tre.
Bressanone. Due accoltellamenti in pochi giorni: un ventiduenne che colpisce al torace nel parcheggio del supermercato, un ventanovenne fermato con un coltello da ventiquattro centimetri alla stazione. Discoteche chiuse dal Questore per risse. Il pattern è chiaro: la violenza si concentra nei non-luoghi — stazioni, parcheggi, locali notturni — dove i giovani scivolano fuori dal campo visivo delle istituzioni.
Merano. L'Ortsgruppe della Süd-Tiroler Freiheit denuncia il 23 giugno: «Crescente violenza giovanile, rapine a mano armata, campi illegali, edifici occupati, risse di massa nel centro città.» Chiede un piano speciale immediato con «misure mirate contro la violenza giovanile e le bande giovanili». La risposta? Nessuna, per ora. Il Landeshauptmann non risponde. Le istituzioni tacciono. La STF capitalizza il silenzio.
Forlì. Via Caprera. Gruppi di "maranza" — il termine è diventato una categoria sociologica suo malgrado — si appropriano degli spazi pubblici. I residenti hanno paura. Non denunciano: hanno paura.
Brescia. Luna park di via Morelli. Rissa tra buttafuori e giovani. L'assessore alla Sicurezza interviene chiedendo «rafforzamento dei controlli». Sempre la stessa parola: controlli.
Senago, alle porte di Milano. Ventuno giugno, cinque del mattino. Un'Audi con nove ragazzi a bordo precipita nel canale Villoresi. Tre diciassettenni muoiono: Camilla Copparoni, Lorenzo Benin, Riccardo Provasi. Il conducente, diciottenne, è risultato positivo all'alcol. Nove ragazzi in un'auto. All'alba. Nessun adulto che sapeva, nessun adulto che ha fermato. Questo non è un fatto di cronaca: è un certificato di assenza.
Napoli. Bohdan, quindicenne ucraino, viene aggredito da cinque coetanei durante gli esami di terza media. «Sei ucraino? Sei come il tuo Paese di m...» Sputi, pugni, calci. Prognosi cinque giorni. Non si presenterà alla prova scritta successiva. La violenza razzista — la stessa che a Bressanone si esprime con il «Dreckswalscher» (sporco italiano) gridato tra i vicoli — trova a Napoli una declinazione diversa ma identica nella sostanza: chi è diverso merita dolore.
Pompei. Il figlio di un commerciante viene accoltellato alle gambe — due fendenti, prognosi trenta giorni — dopo aver difeso il padre da una campagna di intimidazione sistematica: fiori recisi per sfregio, secchiate d'acqua gelata, provocazioni quotidiane. La baby gang non aveva obiettivi economici: voleva il controllo dello spazio. L'umiliazione come esercizio di potere.
Catania. Piazza Beppe Montana. La sparatoria. Tre minorenni feriti. Un commando di sei persone a volto coperto, su tre scooter. La pistola calibro 9x21 con colpo in canna. Il giubbotto antiproiettile di libri e coperte.
Cagliari. L'Unione Sarda parla di una città «sotto scacco delle baby gang»: pestaggi, rapine, coltelli, droga.
Corato, in Puglia. Un rider viene aggredito e picchiato da una baby gang.
Bari. Un quindicenne di Bitonto viene aggredito da una baby gang in piazza del Ferrarese, finendo al pronto soccorso. Senza motivo. Senza ragione.
Senza motivo. Senza ragione. Queste due parole ricorrono in quasi tutti gli episodi. E sono le due parole più spaventose di tutte. Perché la violenza senza motivo è la violenza di chi non ha niente — niente da perdere, niente da proteggere, niente da desiderare. È la violenza del vuoto.
VII. L'IDENTITÀ FERITA E CHI LA MANIPOLA
Ed è in questo vuoto che si inserisce, con precisione chirurgica, la politica.
In Sud Tirolo, il meccanismo è visibile a occhio nudo. La Süd-Tiroler Freiheit — che alle elezioni del 2023 ha raddoppiato i seggi, passando da due a quattro consiglieri al Landtag — ha costruito una macchina narrativa perfetta. Osserviamo la sequenza del 23 giugno 2026, il giorno in cui entra in vigore la riforma dell'autonomia:
Cinque iniziative parlamentari in un solo giorno. Violazioni del bilinguismo. Storpiatura linguistica nei nomi dei progetti provinciali. Chiusura dei locali notturni. Caro benzina. E, soprattutto, la denuncia della «crescente violenza giovanile» a Merano.
Il messaggio è: l'autonomia non funziona. Non vi protegge. Non risolve i vostri problemi quotidiani. Solo l'autodeterminazione — lo Stato indipendente — può farlo.
I politologi Matthias Scantamburlo e Felix Schulte, in un articolo pubblicato il 12 giugno sul blog della London School of Economics, hanno definito la riforma dell'autonomia «merely cosmetic» — puramente cosmetica — e avvertito: «I partiti secessionisti comandano attualmente circa un quinto dell'elettorato — una base di supporto più ampia di quella che i movimenti secessionisti possedevano in Catalogna o nelle Isole Faroe prima delle rispettive impennate.»
Un quinto dell'elettorato. E quel quinto cresce, si nutre, si riproduce esattamente nel vuoto che abbiamo descritto. I giovani sudtirolesi che partecipano alle sfilate degli Schützen — le compagnie di difesa tirolese, con i loro cappelli piumati e le carabine cerimoniali, le stesse trentaquattro carabine sequestrate dalla Bundespolizei tedesca il 24 giugno su un autobus in Baviera — questi giovani trovano nelle Schützenkompanien ciò che non trovano da nessun'altra parte: appartenenza, identità, comunità, tradizione. E in quel contenitore identitario, il messaggio secessionista trova un terreno fertile.
Ma il meccanismo non è esclusivo del Nord.
In Sardegna, l'Assemblea Natzionale Sarda organizza l'11 giugno un incontro online con il progetto Noiland, dal titolo inequivocabile: «E se il Sudtirol diventasse uno Stato? Illusione o scenario plausibile?» Il collegamento tra secessionismo sardo e secessionismo sudtirolese è ormai operativo. S'Indipendente, testata indipendentista sarda, scrive: «Sempre più in ginocchio, la Sardegna è incapace di emanciparsi e di immaginarsi libera. La servile storica prostrazione e l'autocolonizzazione, questa è la vera identità dei sardi.»
E mentre il Psd'Az — il Partito Sardo d'Azione, partito storico dell'autonomismo — si avvia verso una scissione tra il gruppo Solinas di Cagliari e il gruppo Moro-Mereu di Orgosolo, con appena duemila tessere dopo oltre cent'anni di storia, il generale Vannacci conta anch'egli duemila iscritti nell'isola, essendo appena nato.
In Basilicata, l'opposizione abbandona l'aula del Consiglio regionale sul tema dell'autonomia differenziata, accusando il presidente Bardi di aver «immolato la Basilicata per interessi di partito». Il senatore Marrese del PD grida: «No a un'Italia con diritti diversi tra Nord e Sud.»
Diritti diversi. Ecco il punto. Quando un undicenne può essere pestato a Foggia e nessuno interviene, e quando un ragazzino può comprare un gelato in piazza e tornare a casa con un trauma cranico, il problema non è la baby gang: è lo Stato che ha smesso di essere presente. E quando lo Stato è assente, qualcun altro occupa quello spazio. Al Nord è la STF. Al Sud sono i clan. E in mezzo, in quel vasto territorio di nessuno che si estende lungo tutta la penisola, ci sono milioni di ragazzi che non sanno a chi appartenere.
VIII. LA TRAPPOLA DI TIKTOK E IL TRAPPER ESPULSO
C'è un elemento che attraversa ogni territorio, ogni classe sociale, ogni gruppo linguistico: il telefono. Lo schermo. TikTok.
Il rapporto Eurispes è esplicito: la quasi totalità dei contenuti legati alla criminalità giovanile è su TikTok, che risulta «permeabile a materiale violento non esplicito» amplificato dalla logica algoritmica. Non è un dettaglio: è il meccanismo di trasmissione. La violenza non si impara solo in strada. Si impara guardando chi la esercita e viene premiato con like, commenti, visualizzazioni. La violenza diventa spettacolo, e lo spettacolo diventa modello.
Il trapper bengalese Chakaloko — ventisei anni, residente per anni a Treviso — è stato espulso con divieto di rientro nell'area Schengen fino al 2036, dopo condanne per furti e rapine. In carcere aveva registrato video con protagonisti dell'omicidio di via Castelmenardo. Ha poi pubblicato un "dissing" contro il sindaco Mario Conte, che ha annunciato denuncia.
Espulso fino al 2036. E nel frattempo? Nel frattempo il video è lì, su TikTok, visto da migliaia di ragazzini che vedono un uomo sfidare un sindaco, sfidare la legge, sfidare tutto, e pensano: lui è qualcuno. Io non sono nessuno. Lui esiste. Io no.
Il governatore del Veneto Alberto Stefani ha rilanciato il disegno di legge per vietare i social media ai minori di quattordici anni. Lo psicologo Lancini frena: il divieto non è la soluzione. Hanno ragione entrambi e nessuno dei due. Il divieto senza alternative è un muro nel deserto. Ma l'assenza di divieto è una porta aperta sul vuoto.
IX. IL MONDO DOPO IL COVID: LA FRATTURA CHE NON SI È RICHIUSA
Il rapporto Eurispes identifica il 2020 come una cesura netta. Dopo la pandemia, i minori nella fascia 14-17 anni mostrano un aumento costante delle segnalazioni, più marcato rispetto ai giovani adulti. I numeri del decennio parlano chiaro:
Lesioni dolose: +29,82%.
Percosse: +38,31%.
Risse: +35,70%.
Rapine giovanili 14-24 anni nel 2025: 10.449 segnalazioni.
Atti sessuali con minorenne nel 2025: record storico, +28,32% rispetto al 2024.
Il Covid non ha creato il fenomeno. Lo ha accelerato. Ha chiuso le scuole, ha isolato i ragazzi, ha svuotato le piazze, ha consegnato un'intera generazione allo schermo e alla solitudine. E quando le porte si sono riaperte, quei ragazzi sono usciti cambiati. Più aggressivi, più soli, più disperati. E il sistema che avrebbe dovuto riacchiapparli — la scuola, i servizi sociali, le comunità, le parrocchie, i centri sportivi, le biblioteche — quel sistema non c'era più. O non c'era mai stato.
X. DUE MONDI, UNA SOLA FRATTURA
La comparazione tra Nord e Sud rivela una differenza di forma e un'identità di sostanza.
Al Nord — a Bolzano, a Bressanone, a Merano — la violenza giovanile è legata alla marginalità delle seconde generazioni, alla crisi identitaria di chi non trova posto in nessun gruppo linguistico, alla noia di una società ricca dove le aspettative superano le possibilità. I protagonisti sono più spesso giovani adulti che minorenni, più spesso stranieri che autoctoni. Le armi sono coltelli, spray, oggetti improvvisati. La criminalità organizzata è assente.
Al Sud — a Napoli, a Catania, a Foggia, a Cagliari — la violenza è strutturale, incastonata in contesti di criminalità organizzata che risalgono a generazioni. I protagonisti sono ragazzini, spesso sotto i quindici anni, talvolta sotto i dodici. Le armi sono da fuoco: pistole, calibro 9, kalashnikov. Il reclutamento è organizzato: il Prefetto di Napoli ha denunciato l'arruolamento di minori sotto i quattordici anni da parte della camorra.
Ma la radice è la stessa. Al Nord come al Sud, il ragazzo che impugna l'arma è un ragazzo a cui nessuno ha dato un motivo per non farlo. Nessuno lo ha ascoltato, nessuno lo ha visto, nessuno si è fermato a dirgli: tu vali qualcosa. La famiglia è assente o distrutta. La scuola è un parcheggio. I servizi sociali sono un miraggio. La comunità religiosa è svuotata. L'associazionismo è al collasso.
E in questa frattura — uguale al Nord e al Sud, uguale a Bolzano e a Caivano — si infilano le forze che vogliono dividere il Paese. Perché è facile dire che l'Italia non funziona, quando l'Italia effettivamente non funziona. È facile dire che serve un altro Stato, quando quello che c'è non ti protegge, non ti educa, non ti vede.
XI. IL VECCHIO E IL RAGAZZO, DI NUOVO
Torniamo alla scena iniziale. Il giovane e l'anziano, seduti uno di fronte all'altro.
Il giovane ha il telefono in mano. Scorre TikTok. Vede un video di Chakaloko che insulta il sindaco. Vede un video di una stesa a Forcella. Vede un video di una rissa in una discoteca di Bressanone. Vede ragazzi come lui che esistono perché sono violenti. Non ha un padre che lo aspetta a casa, o ne ha uno che minaccia gente dal carcere in videochiamata. Non ha un insegnante che lo conosce per nome, perché le classi hanno trenta alunni e l'insegnante è precario da quindici anni. Non ha un prete che lo cerca, perché la parrocchia è chiusa e don Patriciello è uno, mentre i ragazzi di Caivano sono migliaia. Non ha un centro sportivo, perché il campo è stato chiuso per mancanza di fondi. Non ha un lavoro, perché ne ha cercato uno e gli hanno offerto nero a quattro euro l'ora. Ha un coltello.
L'anziano ha un decreto in mano. Il Decreto Caivano. Ha avvisi orali, ha chiusure di locali, ha operazioni "alto impatto", ha espulsioni, ha sequestri. Ha numeri da comunicare in conferenza stampa. Ha la certezza di fare la cosa giusta. Non ha mai parlato con quel ragazzo. Non sa come si chiama. Non sa dove vive. Non sa cosa ha visto, cosa ha subito, cosa ha perso. Sa che è pericoloso. Questo gli basta.
Il giovane alza gli occhi dal telefono. Guarda l'anziano. L'anziano guarda il giovane. Per un istante i loro sguardi si incrociano.
Poi l'anziano torna al suo decreto. Il giovane torna al suo telefono.
E il kalashnikov di Montesanto continua a camminare sotto il sole.
NOTA EDITORIALE
Questo articolo è basato sui dati e le fonti raccolti nei Report di Monitoraggio N.2-N.8 (giugno-luglio 2026) del progetto di monitoraggio sulla violenza giovanile, i movimenti secessionisti e le azioni repressive in Italia, condotto da Sovranità Popolare.
Tutte le fonti sono elencate nell'appendice.
APPENDICE — FONTI
Fonti istituzionali e accademiche
1. Eurispes, "La criminalità giovanile. Fra rappresentazione e realtà", giugno 2026. Coordinatrice: Susanna Fara. Dati del Servizio Analisi Criminale, DCPC, Ministero dell'Interno. Periodo 2015-2025.
2. Scantamburlo, Matthias & Schulte, Felix, "South Tyrol and the myth of 'dynamic autonomy'", LSE European Politics Blog, 12 giugno 2026. Basato su studio pubblicato nella European Political Science Review (Cambridge University Press).
3. Transcrime — Università Cattolica del Sacro Cuore, "Le Gang Giovanili in Italia", in collaborazione con il Dipartimento della Pubblica Sicurezza e il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, 2022-2023.
4. Save the Children, indagine "Disarmati", 2024-2025.
5. Il Sole 24 Ore, elaborazione su dati Istat: esodo giovanile dal Mezzogiorno 2019-2026, giugno 2026.
6. Senato della Repubblica, resoconto stenografico seduta n. 431, 23 giugno 2026 — interrogazioni sull'autonomia differenziata.
Stampa locale — Campania
7. Open Online, sparatoria con kalashnikov a Montesanto, Napoli, 30 giugno 2026.
8. Il Mattino, Marco Di Caterino, "Afragola, a 12 anni armata di coltello litiga e ferisce un ragazzino", 28 giugno 2026.
9. Il Mattino, Dario De Martino e Luigi Nicolosi, aggressione razzista a 15enne ucraino durante esami, 18 giugno 2026.
10. Cronache della Campania, Gustavo Gentile, accoltellamento baby gang al mercato dei fiori di Pompei, 21 giugno 2026.
11. Cronache della Campania, 17enne arrestato per tentata rapina con spray urticante, Napoli, 21 giugno 2026.
Stampa locale — Puglia, Sicilia, altre regioni
12. FoggiaToday, Maria Grazia Frisaldi, 11enne aggredito da baby gang in piazza Giordano, 22 giugno 2026.
13. CataniaToday, sparatoria piazza Beppe Montana, sviluppi investigativi, 21 giugno 2026.
14. L'Unione Sarda, baby gang a Cagliari, giugno 2026.
15. LeccePrima, 15enne aggredisce la madre con sedia e grucce, 9 giugno 2026.
16. RomaToday, Valerio Valeri, baby gang antisemita a Santa Marinella, 24 giugno 2026.
Stampa locale — Alto Adige e Trentino
17. La Voce di Bolzano, accoltellamento a Bressanone-Milland, circa 9 giugno 2026.
18. La Voce di Bolzano, 29enne con coltello da 24 cm alla stazione di Bressanone, 12 giugno 2026.
19. La Voce di Bolzano, rissa nel centro storico di Bolzano, 7 giugno 2026.
20. suedtiroler-freiheit.com, Ortsgruppe Meran, allarme Jugendgewalt e richiesta Sonderplan, 23 giugno 2026.
21. stol.it, 34 carabine sequestrate su bus Schützen a Bad Reichenhall, 25 giugno 2026.
Stampa nazionale
22. SkyTG24, dati Eurispes sulla criminalità giovanile, 16 giugno 2026.
23. Il Fatto Quotidiano, "Decreto Caivano, più minori in carcere ma tasso di criminalità in discesa", 2026.
24. Corriere della Sera, profilo di Sven Knoll e raddoppio seggi STF, 23 ottobre 2023.
25. Corriere della Sera — Brescia, rissa al luna park di via Morelli, 21 giugno 2026.
26. AGI / Corriere della Sera, tragedia stradale a Senago, 9 ragazzi in un'auto, 3 morti, 21 giugno 2026.
Fonti — Movimenti secessionisti e indipendentisti
27. Instagram Assemblea Natzionale Sarda, incontro online con Noiland, 11 giugno 2026.
28. S'Indipendente, Ivan Monni, confronto Scozia-Sardegna e scissione Psd'Az, 30 maggio 2026.
29. suedtiroler-freiheit.com, SHB solidarietà con Schützen tirolesi, 27 giugno 2026.
30. TrevisoToday, espulsione trapper Chakaloko fino al 2036, 30 giugno 2026.
Fonti — Servizi sociali e prevenzione
31. Forlì24ore, M5S Forlì denuncia collasso servizi sociali (4 addetti), 29 giugno 2026.
32. BergamoNews, 16 avvisi orali a minori dall'inizio del 2026, applicazione Decreto Caivano, 16 giugno 2026.
33. GenovaToday, progetto "Orizzonti di Rinascita" per minori stranieri non accompagnati, 10 giugno 2026.
34. Il Gazzettino, ddl social media under 14, governatore Veneto Stefani, 15 giugno 2026.
© 2026 Sovranità Popolare — Tutti i diritti riservati
Direttore: Maurizio Torti
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