Il Kalashnikov di Montesanto e il Silenzio di Tutti – di Maurizio Torti

Pubblicato il 2 luglio 2026 alle ore 20:19

Armi, nazismo, secessione, baby gang: il pericolo che l'Italia non vuole vedere

 

di Maurizio Torti

Incipit

C'è un filo. Lo vedi se lo cerchi. Parte da un garage di Catania dove la polizia trova armi da guerra accanto alla droga. Passa per una piazzetta di Napoli dove un ragazzo porta a spasso un kalashnikov sotto il sole delle due del pomeriggio. Risale verso una provincia pavese dove la DIGOS arresta un neonazista brasiliano che si nascondeva sotto falso nome in una cascina tra Voghera e Pontecurone. Attraversa le valli del Sud Tirolo dove una fiamma arde sui monti per ricordare i dinamitardi del 1961. Si incunea in un canale Telegram dove un sedicenne bolognese studia manuali di suprematismo bianco mescolato a jihadismo. Si ferma davanti a Montecitorio, dove CasaPound deposita centocinquantamila firme per una legge sulle deportazioni di massa.

 

È lo stesso filo. Non è una cospirazione. È un sistema: una catena di vuoti — familiari, educativi, istituzionali, culturali — che produce ragazzi senza punti di riferimento, identità ferite, territori abbandonati. E in quei vuoti si inseriscono, con precisione chirurgica, le armi, il fascismo, il secessionismo. Tre forze che sembrano distinte, ma si nutrono della stessa radice. E la radice è il silenzio.

Il silenzio di chi non sa ascoltare. Il silenzio di chi non vuole parlare. Il silenzio di due persone sedute una di fronte all'altra — un giovane e un anziano — che non hanno gli strumenti, gli interessi, le parole per raggiungersi.

Questo articolo è il racconto di quel silenzio. Di come produce mostri. E di come quei mostri stiano divorando l'Italia, dal Brennero alla Sicilia, senza che nessuno — davvero nessuno — stia provando a fermarli.


I. DUE PERSONE CHE NON SI ASCOLTANO

Immaginate due persone sedute una di fronte all'altra. Un giovane e un anziano.

Il giovane ha diciassette anni, forse sedici, forse dodici come la ragazzina di Afragola. Parla una lingua fatta di video da quindici secondi, di trap cantata su basi rubate, di emoji e dissing. Il suo corpo dice tutto quello che la bocca non sa articolare: la postura di chi occupa lo spazio pubblico come un territorio da conquistare, il passo di chi non ha nessun posto dove andare ma non può stare fermo. Le sue mani conoscono il peso di un coltello prima di quello di un libro. Il suo telefono è pieno di video di Chakaloko che insulta un sindaco, di stese nei Quartieri Spagnoli, di risse nelle discoteche di Bressanone. Non ha un padre che lo aspetta a casa, o ne ha uno che minaccia gente dal carcere in videochiamata. Non ha un insegnante che lo conosce per nome. Non ha un prete che lo cerca. Ha un algoritmo che gli dice: la violenza ti rende visibile. Il resto ti rende niente.

L'anziano ha sessant'anni, forse settanta. Può essere un insegnante, un poliziotto, un giudice, un parroco, un assessore comunale. Parla una lingua fatta di decreti, circolari, convocazioni, protocolli. Le sue parole sono precise, corrette, inutili. Sa descrivere il problema. Sa catalogarlo, misurarlo, infilarlo dentro una statistica. Ma non sa raggiungerlo. Ha il Decreto Caivano in mano. Ha avvisi orali, chiusure di locali, operazioni "alto impatto", espulsioni, sequestri. Ha numeri da comunicare in conferenza stampa. Ha la certezza di fare la cosa giusta. Non ha mai parlato con quel ragazzo. Non sa come si chiama.

Il giovane parla e l'anziano non capisce. L'anziano parla e il giovane non ascolta. Non perché non vogliano. Perché non hanno gli strumenti. Non hanno mai avuto gli strumenti. E nessuno glieli ha mai dati, perché darli avrebbe significato ammettere che il problema non è il ragazzo con il coltello, ma il mondo che ha costruito il vuoto in cui quel ragazzo cade.

E quel vuoto ha un nome. Anzi, ne ha diversi. Si chiama baby gang, si chiama neonazismo, si chiama secessione, si chiama armi. Si chiama Italia, 2026.


II. IL KALASHNIKOV E LA FACILITÀ DELL'IMPOSSIBILE

Napoli, 29 giugno 2026, ore 14. Il sole spacca le pietre a piazzetta Montesanto, nel cuore del centro storico. Emanuele Iaccarino cammina tra i passanti con un kalashnikov. Non di notte. Non in un vicolo cieco. In pieno giorno, tra la gente che fa la spesa, tra i turisti che cercano la fermata della funicolare. Giuseppe Triuolo, poco distante, esplode due colpi di pistola in aria. Due colpi secchi che rimbalzano tra i palazzi dei Quartieri Spagnoli come un avviso di servizio: siamo qui, siamo armati, e non ci importa niente di nessuno.

Li prenderanno in ventiquattro ore. La Squadra Mobile sequestrerà il kalashnikov nascosto sotto un'auto. Arresterà Arianna Rossetti, la compagna, per aver occultato la pistola. Fermerà Gianluca Calvanese, trentotto anni, trovato con una calibro 9 e dodici proiettili. L'indagine è coordinata dalla DDA di Napoli. Tutto regolare, tutto secondo procedura. Eppure niente è regolare.

Un fucile d'assalto sovietico progettato per i conflitti armati, che un ragazzo porta a spasso nel centro di Napoli come fosse un ombrello. Da dove arriva quell'arma? Le rotte sono note e documentate: Est Europa, Balcani, depositi della criminalità organizzata mantenuti sul territorio come magazzini di un commercio qualsiasi. Ma c'è una rotta in più, che nessuno vuole nominare. L'Istituto Affari Internazionali ha stimato che in contesti di guerra ad alta intensità una quota compresa tra il 12 e il 23 per cento delle forniture militari perde tracciabilità entro diciotto mesi dalla consegna. L'Italia ha inviato in Ucraina oltre un miliardo e mezzo di euro in armamenti, attraverso otto decreti quasi tutti secretati, senza clausole di utilizzo finale verificabili, senza meccanismi di monitoraggio post-fornitura. Zelensky ha autorizzato l'esportazione di armamenti ucraini con dieci hub militari in Europa. Il circuito è bidirezionale: l'Europa invia armi all'Ucraina, l'Ucraina produce ed esporta armi verso l'Europa. Una parte di quelle armi — pistole, munizioni, esplosivi, componenti — inevitabilmente finisce nel mercato nero. E dal mercato nero alla piazzetta di Montesanto il passo è breve.

Ma il kalashnikov di Montesanto non è un caso isolato. A Catania, il 26 giugno, la Polizia scopre un arsenale in un garage di via del Bosco: armi comuni e armi da guerra, droga, motocicli rubati. Quindici giorni prima, in piazza Beppe Montana — la piazza intitolata al commissario ucciso dalla mafia — tre minorenni vengono feriti in una sparatoria tra fazioni del clan Cappello-Bonaccorsi. I ragazzi non sono vittime innocenti: rispondono al fuoco con pistole semiautomatiche. Un minorenne viene trasferito all'Istituto Penale Minorile di Bicocca. Un uomo fermato durante la fuga indossa un giubbotto antiproiettile fatto in casa con libri e coperte tenuti insieme dal nastro isolante. Libri e coperte. Questa è l'immagine che dovrebbe toglierci il sonno: non solo la facilità con cui si trovano le armi, ma l'ingegno della disperazione con cui ci si prepara allo scontro.

Il rapporto Eurispes del 16 giugno 2026, coordinato da Susanna Fara, mette i numeri su questa realtà: le segnalazioni per reati in materia di armi nella fascia 14-24 anni hanno raggiunto le 9.762 nel 2025. Nel 2015 erano 6.640. Un aumento del 47 per cento in dieci anni. La curva non si è mai invertita dal 2021 in poi.

A Firenze, quartiere San Jacopino, un giovane viene fermato con una pistola in piazza della Piccola. A Bressanone, il 12 giugno, i Carabinieri intercettano un ventanovenne alla stazione ferroviaria con un coltello da ventiquattro centimetri. Nove giorni prima, un ventiduenne aveva accoltellato un uomo al torace nel parcheggio dell'Eurospar di Milland. A Napoli, sulle spiagge di Largo Sermoneta, i bagnanti consegnano alla Polizia Municipale quindici tra coltelli e armi da taglio trovate sulla sabbia. Quindici. In una sola spiaggia.

La domanda non è come le armi arrivino nelle mani di questi ragazzi. La domanda è: perché nessuno, a nessun livello, riesce a interrompere la catena? E soprattutto: chi sono, davvero, questi ragazzi?


III. RAGAZZI SENZA PADRONI, MA NON PER QUESTO LIBERI

Qui sta il punto che sfugge a tutti. Il giovane con il kalashnikov, il minorenne che risponde al fuoco a Catania, la dodicenne che accoltella un tredicenne ad Afragola, il quindicenne che aggredisce la madre a Lecce perché gli vieta le cattive compagnie, il diciassettenne che spruzza spray urticante in via Nuova Marina per rubare un cellulare — questi ragazzi, nella stragrande maggioranza dei casi, non sono ancora affiliati alla criminalità organizzata.

Non sono camorristi. Non sono mafiosi. Non sono 'ndranghetisti.

Sono qualcosa di peggio: sono disponibili.

Disponibili perché vuoti. Vuoti di riferimenti, di modelli, di interlocutori. Vuoti di quella struttura invisibile che tiene insieme una persona: una famiglia che funziona, una scuola che accoglie, una comunità che include, un adulto credibile che ti guarda negli occhi e ti dice "io ci sono, e mi importa di te".

Ad Afragola, il 27 giugno, una ragazzina di dodici anni governa una baby gang nella villa comunale. È lei il capo, «il vero e unico capo», scrive Marco Di Caterino su Il Mattino. Controlla una zona della villa dove nessuno, adulti compresi, può mettere piede. Quando un tredicenne "sconfina", lei estrae un coltello a lama stretta — sette centimetri, affilata — e gli infligge sette fendenti alle gambe con una «tecnica da esperti», la "sfilettatura": non affonda la punta, usa il filo della lama. Ha dodici anni. Venti ragazzini intorno a lei accolgono la punizione «con risate sguaiate e osceni sghignazzi».

Questa ragazzina era già seguita dai servizi sociali. Aveva precedenti: un'aggressione razzista contro un immigrato, con lancio di bidoni della spazzatura e insulti — «nero di m...a, torna in Africa». I servizi sociali la conoscevano. Sapevano. Eppure lei girava con un coltello, governava un territorio, applicava una giustizia sua. Perché i servizi sociali, a Forlì come ad Afragola, sono un guscio vuoto: il Gruppo Territoriale del M5S di Forlì ha denunciato il 29 giugno che l'organico dei servizi sociali comunali è di quattro persone. Quattro. Che lavorano «esclusivamente su appuntamento in date limitate».

Quattro assistenti sociali per una città intera. Questo è il vuoto di cui parliamo.

A Foggia, il 17 giugno, un undicenne compra un gelato nella centralissima piazza Umberto Giordano. Dieci ragazzini tra i dodici e i quindici anni lo circondano, lo minacciano con uno spacca-vetri in metallo, lo trascinano vicino alla Chiesa di Gesù e Maria, lo prendono a calci e pugni. Trauma cranico, contusione con interessamento della milza, prognosi dieci giorni. La madre dice la frase che dovrebbe essere scolpita su ogni palazzo di giustizia d'Italia: «Nessuno è intervenuto per aiutare il bambino. Un bambino di undici anni deve essere libero di camminare, comprare un gelato e vivere la città in sicurezza.»

Nessuno è intervenuto. Piazza piena, passanti, avventori. Nessuno.

A Lecce, un quindicenne aggredisce la madre con una sedia e delle grucce, perché lei gli vieta di frequentare amicizie legate alle baby gang. La donna racconta agli agenti di doversi barricare in camera da letto ogni notte. Ogni notte. Per difendersi da suo figlio.

A Pompei, il figlio di un commerciante viene accoltellato alle gambe — due fendenti, prognosi trenta giorni — dopo aver difeso il padre da una campagna di intimidazione sistematica: fiori recisi per sfregio, secchiate d'acqua gelata, provocazioni quotidiane. La baby gang non aveva obiettivi economici: voleva il controllo dello spazio. L'umiliazione come esercizio di potere.

Questi non sono ragazzi che hanno scelto il male. Sono ragazzi a cui nessuno ha offerto un'alternativa. E quando l'alternativa non arriva dalla famiglia, dalla scuola, dalla comunità — arriva da qualcun altro.


IV. IL VUOTO CHE SI RIEMPIE DI NERO: IL NEONAZISMO ENTRA NELLE BABY GANG

Ed è qui che la storia cambia registro. Perché quel vuoto — quel deserto di riferimenti — non resta vuoto a lungo. Qualcuno lo riempie. E quel qualcuno, in Italia nel 2026, ha un volto sempre più preciso: il neonazismo.

Il 28 giugno, la DIGOS di Milano, Sezione Antiterrorismo, arresta a Pavia João Guilherme Correa, trentacinque anni, brasiliano, esponente di punta del network neonazista internazionale Hammerskin Nation. Era ricercato con mandato di cattura brasiliano per promozione e partecipazione ad associazione con finalità di discriminazione razziale. Deve scontare sei anni e mezzo di reclusione. Si era stabilito in Italia sotto falso nome, spostandosi tra diverse località prima di attestarsi in una cascina nella provincia pavese, tra Voghera e Pontecurone — una zona isolata, priva di traffico turistico, ideale per un latitante.

Un neonazista brasiliano sceglie l'Italia come nascondiglio. Non la Svezia, non la Polonia, non l'Argentina. L'Italia. E la domanda che nessuno pone con sufficiente forza è: perché? La risposta è nella rete di solidarietà e connivenza che rende il nostro paese un safe haven — un rifugio sicuro — per l'estrema destra internazionale. Gli Hammerskin Nation sono una delle più antiche e violente organizzazioni suprematiste bianche al mondo, con ramificazioni in Europa, Americhe e Oceania. Il Centro Europeo di Studi Politici documenta contatti tra la rete Hammerskin e CasaPound in Italia, con scambi di materiali formativi, partecipazioni incrociate a eventi, casi di cittadini europei arruolati nel Battaglione Azov in Ucraina.

Ma la rete non è fatta solo di latitanti stranieri e vecchi militanti. La rete recluta. E recluta giovani.

L'Ordine di Hagal è una struttura neonazista attiva in Italia da almeno il 2018. Il nome prende ispirazione dalla runa Hagal, simbolo cosmologico nordico reinterpretato dall'esoterismo nazista. Opera con cellule indipendenti a Milano, Torino, Roma, Napoli, Palermo. Non si presenta come partito. Si camuffa da comunità culturale, da gruppo di fitness e arti marziali, da circolo storico. L'accesso avviene per cooptazione fiduciaria. I nuovi membri vengono selezionati nelle palestre, nelle scuole superiori, sui social network — in particolare su Telegram e Discord. L'età media di ingresso stimata dalla Rete Antifascista è sedici anni. Il caso Ammendola è in appello: nove anni di condanna.

Sedici anni. La stessa età dei ragazzi delle baby gang. La stessa età della ragazzina di Afragola con il coltello. La stessa età del quindicenne di Lecce che aggredisce la madre. Il reclutamento neonazista pesca nello stesso bacino della violenza giovanile. E lo fa con una logica industriale.

L'Operazione Format 18 è il nome di un progetto di reclutamento intercettato dalla Rete Antifascista tra il 2024 e il 2026. Il numero "18" non è casuale: 1 uguale A, 8 uguale H, Adolf Hitler. Il progetto prevede la distribuzione di materiali formativi attraverso canali Telegram criptati, l'organizzazione di raduni presentati come "campeggi scout", la progressiva esposizione degli aderenti a contenuti di violenza, suprematismo razziale e apologia del nazionalsocialismo. Tredici minorenni sono stati indagati.

A Bologna, un sedicenne è stato arrestato nell'ambito dell'operazione White Jihad per suprematismo bianco mescolato a jihadismo accelerazionista — una variante particolarmente pericolosa che fonde l'ideologia neonazista con la tattica terroristica dell'accelerazione del collasso sociale. A Roma, il caso UFI ha portato alla condanna di Sabelli a cinque anni e mezzo per legami con l'Atomwaffen Division, uno dei gruppi terroristici neonazisti più pericolosi al mondo, responsabile di omicidi negli Stati Uniti.

Il monitoraggio della Rete Antifascista ha censito quarantasette cellule neonaziste attive sul territorio italiano nel giugno 2026. Undici in Lombardia, otto in Piemonte (in crescita, con tre nuovi nuclei universitari a Torino), sette in Veneto, sei nel Lazio (in crescita), cinque in Campania — in forte crescita, con quattro cellule nuove a Napoli e Caserta — quattro in Sicilia, dove è stato effettuato il primo censimento strutturato, tre in Emilia-Romagna.

Il dato che gela il sangue è questo: nelle periferie di Milano e Torino, il reclutamento neonazista ha avuto successo in almeno sei casi documentati tra il 2024 e il 2026, con ragazzi provenienti dalle baby gang strutturate. Al Sud, in Campania e Sicilia, sono stati registrati quattro nuovi casi. Il meccanismo è semplice e devastante: Ordine di Hagal e Format 18 offrono "appartenenza" e "identità" come leva di ingresso. Esattamente ciò che le baby gang già offrono — un gruppo, un territorio, un nome — ma con un'aggiunta: un'ideologia. Un orizzonte. Un nemico. Un senso.

Un senso violentissimo. Un senso mortale. Ma un senso. Ed è proprio quello che quei ragazzi non avevano.

Pensateci. La ragazzina di Afragola governa il suo pezzo di villa comunale con un coltello. Il sedicenne bolognese studia manuali di suprematismo bianco su Telegram. Il ragazzo di Catania risponde al fuoco con una pistola rubata. Tre storie diverse, tre geografie diverse, tre lingue diverse. Ma la radice è identica: un ragazzo vuoto, un'offerta di appartenenza, un'arma. Cambiano solo il fornitore e il colore della bandiera.


V. IL FASCISMO IN PIAZZA: DA ROMA A GENOVA, LA NORMALIZZAZIONE

Se il reclutamento nelle baby gang avviene nel sottobosco — palestre, Telegram, campeggi — la normalizzazione del fascismo avviene alla luce del sole. In piazza. Davanti a Montecitorio. Con bandiere, saluti romani e centocinquantamila firme.

Il 13 giugno 2026, circa quattromila persone si radunano a Roma per il corteo "Remigrazione e Riconquista", organizzato da CasaPound. Luca Marsella, ex consigliere comunale di Ostia e leader del comitato, dichiara dal palco: «Vogliamo mandare via gli irregolari e anche i regolari perché non siamo politicamente corretti.» Centocinquantamila firme raccolte per una legge di iniziativa popolare sulle deportazioni di massa. E poi la minaccia, pronunciata in un microfono, davanti a telecamere, con il tono di chi sa che non sarà fermato: «Se provassero a fermarci quando la depositeremo, chiamerò tutti voi ad assaltare il parlamento.»

Assaltare il parlamento. Detto così, in pubblico, senza conseguenze.

Nel corso del corteo sono stati documentati almeno undici saluti romani eseguiti pubblicamente, l'esposizione di una bandiera riconducibile al Fronte della Gioventù, il canto di "Faccetta Nera" e altri inni del ventennio. I partecipanti includevano skinhead veneti, militanti del Veneto Fronte Skinheads, la Rete dei Patrioti, delegazioni da tutta Italia. Nessuno dei partecipanti è stato fermato o identificato dalle forze dell'ordine presenti. Nessuno.

Due settimane dopo, il 30 giugno, Marsella deposita le centocinquantamila firme alla Camera dei Deputati. Montecitorio blindata, reparti di polizia schierati. Il messaggio è: noi entriamo nelle istituzioni. Noi non siamo più il margine. Noi siamo il futuro.

E qui entra in scena il generale. Roberto Vannacci, sei virgola sei per cento nei sondaggi di fine giugno, ha reclutato Gianni Alemanno — ex sindaco di Roma, ex militante del Movimento Sociale Italiano — nel suo movimento "Futuro Nazionale". L'asse CasaPound-Vannacci-Alemanno crea un polo che mescola neofascismo di piazza e legittimazione parlamentare, propaganda digitale e nostalgia del ventennio. I duemila iscritti di Vannacci in Sardegna — un numero pari alle tessere residue del Partito Sardo d'Azione dopo oltre un secolo di storia — raccontano la velocità con cui questa operazione sta avanzando.

La cronologia dei cortei neonazisti è un crescendo: aprile 2024 a Milano, quattrocento partecipanti, nessun fermo. Settembre 2024 a Verona, raduno internazionale con delegazioni da nove Paesi europei. Novembre 2024 a Torino, aggressione a un presidio ANPI da parte di militanti del Fronte Nazionale Identitario. Marzo 2025 a Napoli, corteo con esposizione di simboli neonazisti, tre denunciati a piede libero. Giugno 2025 a Bologna, tentativo di corteo bloccato da contromanifestazione. Giugno 2026 a Roma, quattromila persone, zero fermi.

La curva è esponenziale. E ciò che è particolarmente pericoloso è la composizione dei partecipanti, analizzata dalla Rete Antifascista: tre componenti distinte. La prima è il nucleo ideologico duro, militanti di lunga data con precedenti per violenza politica. La seconda è costituita da giovani tra i sedici e i venticinque anni, con caratteristiche di reclutamento recente attraverso canali social e Telegram. La terza, la più pericolosa perché meno visibile, è quella dei professionisti: persone tra i trentacinque e i cinquantacinque anni, in abiti borghesi, senza simboli espliciti, che partecipano ma non si espongono.

Quella seconda componente — i ragazzi tra i sedici e i venticinque — è la stessa fascia d'età delle baby gang. La stessa fascia d'età di Format 18. La stessa fascia d'età del sedicenne di Bologna, dell'Hammerskin di Pavia, dei tredici minorenni indagati. Il cerchio si chiude. Il neonazismo non è un fenomeno separato dalla violenza giovanile. Ne è l'evoluzione. Ne è lo sbocco. Ne è la promessa — violentissima, mortale, ma concreta — di un'identità. Dove la famiglia, la scuola, la Chiesa, lo Stato hanno fallito, il fascismo offre una risposta. Una risposta orrenda. Ma una risposta.


VI. SANTA MARINELLA E AFRAGOLA: QUANDO HITLER DIVENTA UN MEME

E la prova che il fascismo si è già infiltrato nel tessuto della violenza giovanile è sotto gli occhi di tutti. Non nei dossier dell'antiterrorismo. Nelle cronache locali.

A Santa Marinella, nel litorale romano, una settantenne viene accerchiata, insultata con frasi antisemite e inneggiamenti a Hitler, e colpita con un calcio da una baby gang di minorenni. Due settimane prima, nella stessa zona, bottiglie di vetro erano state lanciate nel giardino di un residente «al grido di 'ebrei di m...'», sfiorando un neonato. A Napoli, Bohdan, quindicenne ucraino, viene aggredito da cinque coetanei durante gli esami di terza media. «Sei ucraino? Sei come il tuo Paese di m...» Sputi, pugni, calci. Prognosi cinque giorni. Non si presenterà alla prova scritta successiva. Ad Afragola, la dodicenne con il coltello aveva già al suo attivo un'aggressione razzista: lancio di bidoni della spazzatura contro un immigrato, insulti — «nero di m...a, torna in Africa».

Questi ragazzini non sanno nulla del nazismo, nulla della Shoah, nulla della storia. Usano Hitler come un meme, come uno slogan da gridare per fare paura. L'antisemitismo, il razzismo, la xenofobia diventano gesto estetico, provocazione vuota, marcatura territoriale. Questo è il punto più basso che un sistema educativo possa raggiungere: quando il male assoluto viene svuotato di significato e ridotto a insulto da strada.

Ma non è vuoto del tutto. Perché da quel gesto estetico al reclutamento ideologico il passaggio è breve. Il ragazzo che oggi grida «ebrei di m...» per impressionare i compagni, domani troverà su Telegram un canale di Format 18 che gli dirà: hai ragione. Tu appartieni a qualcosa. Tu sei la razza superiore. Ecco il manuale. Ecco il campeggio. Ecco il fratello maggiore che ti insegna a tirare di boxe e intanto ti spiega chi sono i nemici.

L'ISPI — l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale — ha lanciato l'allarme sulla totale assenza di una strategia italiana di prevenzione della radicalizzazione. Non c'è un programma nazionale. Non ci sono fondi dedicati. Non c'è una struttura che faccia ciò che altri Paesi europei fanno da anni: intercettare i segnali di radicalizzazione nei giovani, intervenire prima che diventino reclute, offrire percorsi di uscita. L'Italia è il vuoto. Il vuoto è il fascismo.


VII. IL DESERTO DEI PUNTI DI RIFERIMENTO

Proviamo a fare l'inventario di ciò che manca. Non con un elenco, ma con un giro tra le macerie.

La famiglia. L'85,5 per cento degli italiani intervistati dall'Eurispes ritiene che l'assenza o la distrazione della famiglia sia il fattore determinante della violenza giovanile. Non è un'opinione: è un consenso schiacciante. I genitori della dodicenne di Afragola sono stati denunciati per abbandono di minori — dopo l'accoltellamento, non prima. I genitori del quindicenne di Lecce avevano già un procedimento penale in corso. A Caserta, il boss Pasquale Apicella — alias «'o Bellomm» — minaccia una vittima in videochiamata dal carcere: «Tieni un problema a Casale». Dal carcere. In videochiamata. Questo è il modello familiare che hanno a disposizione migliaia di adolescenti in Campania. E quando il modello familiare è un boss in carcere, il modello alternativo — il reclutatore di Hagal, il Landeskommandant degli Schützen, il capo della gang — diventa l'unico adulto che ti guarda negli occhi.

La scuola. La dispersione scolastica nel Mezzogiorno supera il 15-20 per cento, con punte del 30 in alcune aree. Il dato del Sole 24 Ore su fonte Istat è devastante: tra il 2019 e il 2026, il Mezzogiorno ha perso oltre 313.000 residenti tra i 18 e i 35 anni. Trecentotredicimila giovani. Un esodo biblico che svuota i territori delle risorse migliori e lascia sacche di marginalità sempre più dense, sempre più sole. Chi resta? Chi non ha la possibilità di andarsene. Chi è destinato a diventare, nella migliore delle ipotesi, carne da impiego precario; nella peggiore, carne da reclutamento — della camorra, della 'ndrangheta, o dell'Ordine di Hagal. In Alto Adige il sistema scolastico è separato per lingua — scuole tedesche, scuole italiane, scuole ladine — e per i figli degli immigrati, questo significa spesso non trovare posto in nessuna delle tre. Ragazzi senza lingua, senza comunità, senza bandiera. Perfetti per chi ne ha una da offrire.

La religione. Don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano — il Caivano del Decreto, il Caivano diventato sinonimo di emergenza — ha detto una cosa che andrebbe ripetuta ogni giorno: «Sulle baby gang si sta sottovalutando il problema in tutta Europa. Il governo Meloni con il Decreto Caivano ha stanziato fondi per la ristrutturazione, ma il fenomeno è molto più profondo.» Più profondo. Patriciello parla dal fronte, non da un convegno. Ma anche la sua voce si perde nel rumore di fondo di un Paese che preferisce il decreto alla comprensione. In Sud Tirolo, il Landeskommandant dello Schützenbund, Christoph Schmid, ha detto ai fuochi del Sacro Cuore di giugno: «Questi fuochi non sono un qualsiasi folklore, ma una dichiarazione visibile di fede, patria e coesione. Proprio in un tempo in cui a giugno molto viene inscenato pubblicamente e caricato simbolicamente, in Tirolo dovremmo prima onorare quelle tradizioni che hanno plasmato il nostro paese da secoli.» Fede, patria, coesione. Dove la parrocchia chiude e don Patriciello è uno contro migliaia, gli Schützen offrono una comunità, un rito, una tradizione. Ma dentro quella tradizione — cappelli piumati, carabine cerimoniali, fuochi sulle montagne — cresce un messaggio che va oltre il folklore: noi non siamo italiani. Noi apparteniamo a un altro mondo.

La cultura. Il rapporto Eurispes ci dice che il 52,5 per cento degli italiani percepisce un aumento di baby gang nella propria zona, ma il 52 per cento dichiara di non avere informazioni dirette. Percepiamo il pericolo, ma non vogliamo guardarlo da vicino. Abbiamo paura del nostro stesso quartiere, ma non vogliamo sapere chi ci vive dentro. A Parma, l'AUSL ha registrato 575 casi di violenza giovanile trattati dalla neuropsichiatria infantile nel periodo recente. Cinquecentosettantacinque casi: non criminali, non arrestati, malati. Ragazzi che esprimono il disagio attraverso la violenza perché non hanno altro linguaggio. Perché nessuno gliene ha insegnato un altro.


VIII. LA RISPOSTA CHE NON È UNA RISPOSTA: SOLO REPRESSIONE

E qui torniamo al dialogo impossibile tra il giovane e l'anziano. Perché la risposta dell'Italia alla violenza giovanile, dal Brennero alla Sicilia, è una e una sola: la repressione. E alla crescita del neonazismo, la risposta è un'altra sola: il silenzio.

A Bergamo, dall'inizio del 2026, la Questura ha emesso sedici avvisi orali nei confronti di minorenni in applicazione del Decreto Caivano. La procedura prevede la convocazione del ragazzo con un genitore. L'avviso orale dice: sappiamo chi sei, sappiamo cosa fai. Poi il ragazzo torna nel suo quartiere. Niente di diverso lo aspetta.

A Bolzano, il Questore dispone servizi straordinari "ad alto impatto": Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Locale, militari dell'Esercito. In una notte, nella sola via Cappuccini, un arresto per minaccia aggravata; in piazza delle Erbe, due denunce per tentato furto; un cittadino irregolare spedito al Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Bari. A Bressanone, il Questore chiude una discoteca per quindici giorni dopo ripetute risse. A Silandro, stessa cosa, un mese prima. A Gargazon, chiusura dell'Après-Club. La Süd-Tiroler Freiheit ha colto il paradosso: «Kriminelle bestrafen, nicht Lokale» — punire i criminali, non i locali. State chiudendo i posti dove i giovani si incontrano, e credete che questo risolva il problema? I ragazzi andranno altrove, in luoghi dove nessuno li vede, dove la violenza crescerà nel buio. E in quel buio, le cellule di Hagal li aspettano.

A Napoli, nella stessa settimana del kalashnikov, le forze dell'ordine eseguono controlli massicci: quattordici denunce nel centro, settantatré persone identificate ad Arzano e Frattamaggiore, cinque arresti nell'Agro Aversano. I Carabinieri comunicano che dal primo maggio 2025 a fine maggio 2026 sono stati registrati 2.164 episodi di violenza di genere. Centocinquanta armi e oggetti pericolosi sequestrati nei primi cinque mesi del 2026.

Numeri che impressionano. Ma il Decreto Caivano, entrato in vigore nel 2023, ha portato a un aumento dei minori detenuti: da undici bambini con le madri in carcere ad aprile 2025 a ventisei a marzo 2026. Il tasso di criminalità giovanile non cala. Le segnalazioni totali nella fascia 14-24 anni sono aumentate del 2,54 per cento nel 2025. Le lesioni dolose del 29,82 per cento in un decennio. Le percosse del 38,31 per cento. Le risse del 35,70 per cento.

Stiamo riempiendo le carceri e le misure restrittive, e il fenomeno cresce. E nel frattempo, mentre lo Stato si affanna a chiudere discoteche e ad emettere avvisi orali, il 13 giugno quattromila persone sfilano con saluti romani a Roma senza che nessuno venga fermato. Il 30 giugno un leader di CasaPound entra a Montecitorio con centocinquantamila firme e la promessa di "assaltare il parlamento" se qualcuno lo ferma. Il neonazista brasiliano vive indisturbato in una cascina pavese fino a quando il Brasile non chiede la sua estradizione.

La repressione funziona a valle, verso il basso, contro i ragazzini. Verso l'alto — verso chi li recluta, chi li radicalizza, chi dà loro un'ideologia e un'arma — la risposta è il nulla.


IX. DAL BRENNERO ALLA SICILIA: QUANDO IL FASCISMO INCONTRA LA SECESSIONE

C'è un livello ulteriore di pericolo che pochissimi vedono. Il neonazismo e il secessionismo non sono fenomeni paralleli. Sono convergenti.

In Sud Tirolo, la Süd-Tiroler Freiheit — che alle elezioni del 2023 ha raddoppiato i seggi al Landtag — ha costruito una macchina narrativa perfetta. Osserviamo la sequenza del 23 giugno 2026, il giorno in cui entra in vigore la riforma dell'autonomia: cinque iniziative parlamentari in un solo giorno. Violazioni del bilinguismo. Storpiatura linguistica. Chiusura dei locali notturni. Crescente violenza giovanile a Merano. Il messaggio è: l'autonomia non funziona. Non vi protegge. Solo l'autodeterminazione può farlo.

L'11 giugno, per il sessantacinquesimo anniversario della Feuernacht — la Notte dei Fuochi del 1961, quando il Befreiungsausschuss Südtirol fece saltare trentasette tralicci dell'alta tensione — lo Schützenbund organizza commemorazioni massicce in Val Pusteria: fuochi sulle montagne, scritte "65" luminose, omaggi ai "combattenti per la libertà". La Junge Süd-Tiroler Freiheit definisce l'evento «ein lebendiges Bekenntnis zu Heimat und Freiheit» — una viva dichiarazione di patria e libertà. Muore il dottor Josef "Pepi" Fontana, uno degli ultimi attivisti degli anni Cinquanta e Sessanta. Funerali solenni alla Kapuzinerkirche di Bolzano.

La STF organizza contemporaneamente un webinar con la storica Margareth Lun sulla Feuernacht. L'Assemblea Natzionale Sarda organizza un incontro online con il progetto Noiland: «E se il Sudtirol diventasse uno Stato? Illusione o scenario plausibile?» Il collegamento tra secessionismo sardo e secessionismo sudtirolese è ormai operativo.

I politologi Matthias Scantamburlo e Felix Schulte, in un articolo sulla London School of Economics, hanno definito la riforma dell'autonomia «merely cosmetic» — puramente cosmetica — e avvertito: «I partiti secessionisti comandano attualmente circa un quinto dell'elettorato, una base di supporto più ampia di quella che i movimenti secessionisti possedevano in Catalogna o nelle Isole Faroe prima delle rispettive impennate.»

Un quinto dell'elettorato. E quel quinto cresce dentro lo stesso terreno dove crescono le baby gang e il neonazismo: il terreno dell'identità ferita, del vuoto istituzionale, della risposta repressiva che non risolve nulla.

Ma il meccanismo non è esclusivo del Nord. Ed è qui che la storia si fa davvero inquietante.

Al Sud, il secessionismo ha radici storiche profonde che la narrativa dominante ignora sistematicamente. I Neoborbonici documentano una storia di conquista e annessione che non è mai stata elaborata dal progetto nazionale. Il movimento indipendentista siciliano ha una tradizione che risale al 1943. L'Assemblea Natzionale Sarda discute di lingua sarda, spopolamento, autonomia, rete tra assemblee locali. S'Indipendente scrive: «Sempre più in ginocchio, la Sardegna è incapace di emanciparsi e di immaginarsi libera. La servile storica prostrazione e l'autocolonizzazione, questa è la vera identità dei sardi.»

E mentre il Psd'Az — il Partito Sardo d'Azione, partito storico dell'autonomismo — si avvia verso una scissione tra il gruppo Solinas di Cagliari e il gruppo Moro-Mereu di Orgosolo, con appena duemila tessere dopo oltre cent'anni di storia, il generale Vannacci conta duemila iscritti nell'isola, essendo appena nato. In Basilicata, l'opposizione abbandona l'aula del Consiglio regionale sull'autonomia differenziata, accusando il presidente Bardi di aver «immolato la Basilicata per interessi di partito».

Il nesso è questo: quando lo Stato è assente, quando non protegge, non educa, non vede, la domanda "perché dovremmo restare in questo Stato?" diventa legittima. E quando quella domanda si incrocia con il fascismo — con l'ideologia che offre un'identità forte a chi non ne ha nessuna — il miscuglio diventa esplosivo. In Sud Tirolo, le commemorazioni della Feuernacht celebrano uomini che usavano la dinamite. Il Veneto Fronte Skinheads sfila al corteo della Remigrazione a Roma. A Napoli, dove lo Stato è un kalashnikov in pieno giorno e quattro assistenti sociali per un'intera città, la camorra recluta ragazzini sotto i quattordici anni con la stessa logica con cui Format 18 recluta nelle palestre milanesi: tu non sei nessuno, con noi diventi qualcuno.

Armi, nazismo, secessione, baby gang. Quattro parole che sembrano quattro mondi diversi. Ma sono lo stesso mondo. Sono il mondo dei ragazzi a cui nessuno parla, delle istituzioni che rispondono solo con le manette, dei politici che surfano sulla paura, delle identità ferite che cercano un'appartenenza e la trovano nel posto peggiore possibile.


X. IL CIRCUITO DELLE ARMI: DALL'UCRAINA AI QUARTIERI SPAGNOLI

C'è un ultimo filo da tirare, il più scomodo di tutti. E quel filo collega le armi che camminano per le strade italiane con le armi che l'Italia manda in Ucraina.

Il Parlamento italiano ha autorizzato otto pacchetti di forniture militari all'Ucraina per un valore complessivo stimato superiore al miliardo e mezzo di euro. Il dettaglio delle forniture è secretato. Non esiste clausola di utilizzo finale verificabile. Non esiste meccanismo di monitoraggio post-fornitura. Non esiste preclusione esplicita rispetto a unità paramilitari.

E quelle unità paramilitari includono il Battaglione Azov, integrato nella Guardia Nazionale Ucraina dal 2015 ma fondato da Andriy Biletsky, ex leader del Partito Sociale-Nazionalista d'Ucraina, che nel 2010 dichiarava l'obiettivo di «guidare le razze bianche del mondo in una crociata finale contro i semiti e i sotto-umani guidati da loro». L'83° Corpo d'Armata ucraino ha celebrato simboli delle Waffen-SS. Il Manifesto ha documentato la presenza di contractor della Blackwater nel Donbass operanti a fianco di Azov. Un soldato Azov è stato fotografato con la svastica sul braccio nel marzo 2026.

L'Italia finanzia, direttamente o attraverso il programma SAFE, un esercito ucraino in cui operano componenti con chiari riferimenti all'ideologia nazista. E nel frattempo, sul suolo italiano, quello stesso nazismo cresce: quarantasette cellule, tredici minorenni indagati, sei casi di reclutamento nelle baby gang, un latitante Hammerskin in una cascina pavese, quattromila persone a Roma con i saluti romani.

Transparency International classifica l'Italia al ventottesimo posto su quarantuno Paesi NATO per qualità dei meccanismi di controllo parlamentare sulle forniture militari all'estero. Ventottesima. Il quinto contributore militare europeo alla causa ucraina ha uno dei peggiori sistemi di controllo su dove finiscono le armi che manda.

Il circuito è circolare: l'Italia manda armi in Ucraina, una parte delle armi finisce nel mercato nero, il mercato nero rifornisce la criminalità europea, la criminalità rifornisce i ragazzi di Montesanto. Nel frattempo, l'ideologia neonazista che anima una parte dell'esercito ucraino — Azov, Pravy Sektor, le celebrazioni delle Waffen-SS — ha contatti documentati con CasaPound, con gli Hammerskin, con le reti che reclutano sedicenni nelle palestre italiane.

Non è una cospirazione. È un sistema. Un sistema di omissioni, silenzi, segreti di Stato, assenze istituzionali. Un sistema in cui nessuno è responsabile perché tutti sono responsabili.


XI. L'ANTIFASCISMO CHE RISPONDE, MA NON BASTA

C'è chi resiste. Il 13 giugno, mentre quattromila persone sfilavano con i saluti romani, oltre ventimila persone rispondevano tra il Colosseo e piazza Vittorio al grido di «Fuck Remigration». Protagonista la Generazione Z: studenti delle superiori e universitari. Centinaia di associazioni aderenti: CGIL, ARCI, ANPI, collettivi studenteschi, centri sociali.

A Trieste, il 19 giugno, oltre cinquecento antifascisti hanno sfilato da Riva Traiana a largo Santos. Un quarantenne alla guida di un furgone ha tentato di investire i manifestanti nei pressi di piazza Goldoni, forzando un blocco della Polizia locale e percorrendo un tratto contromano prima di essere fermato. Tentato investimento. Il giorno dopo, un altro ha avvicinato i manifestanti lanciando insulti razzisti. Le forze dell'ordine lo hanno bloccato, ma l'asimmetria nella gestione dell'ordine pubblico era evidente: maggiore concentrazione di agenti intorno al presidio antifascista, minore intorno al corteo di estrema destra.

A Genova, il 30 giugno, mille persone hanno commemorato la rivolta del 1960 contro il governo Tambroni. Slogan: «Da Tambroni a Vannacci, servi e pagliacci.» Fuochi d'artificio davanti al Comando NATO. Annunciato il grande appuntamento del 19 luglio per il venticinquesimo anniversario del G8 di Genova. A Lecco, la Rete Antifascista ha convocato un presidio per il 3 luglio: «No Racism, No Remigrazione.»

Ventimila a Roma. Mille a Genova. Cinquecento a Trieste. L'antifascismo è vivo. Ma è frammentato, disperso, reattivo. Risponde quando l'estrema destra alza la voce, ma non riesce a raggiungere i ragazzi delle baby gang, i sedicenni che vengono reclutati su Telegram, i dodicenni di Afragola con il coltello. L'antifascismo parla la lingua dei cortei e delle piazze. Ma quei ragazzi non sono in piazza. Sono nei parcheggi dei supermercati, nelle ville comunali, nei canali Telegram criptati.

Il divario è enorme. E colmarlo richiederebbe ciò che nessuna istituzione sembra disposta a fare: uscire dalla logica della repressione e della reazione, e entrare nella logica della presenza. Essere lì, dove i ragazzi sono. Parlare la loro lingua. Offrire ciò che il neonazismo offre — appartenenza, identità, senso — ma con un contenuto diverso.


XII. IL VECCHIO E IL RAGAZZO, DI NUOVO

Torniamo alla scena iniziale. Il giovane e l'anziano, seduti uno di fronte all'altro.

Il giovane ha il telefono in mano. Scorre TikTok. Vede un video di Chakaloko che insulta il sindaco. Vede un video di una stesa a Forcella. Vede un video di una rissa in una discoteca di Bressanone. Vede ragazzi come lui che esistono perché sono violenti. Non ha un padre che lo aspetta a casa, o ne ha uno che minaccia gente dal carcere in videochiamata. Non ha un insegnante che lo conosce per nome, perché le classi hanno trenta alunni e l'insegnante è precario da quindici anni. Non ha un prete che lo cerca, perché la parrocchia è chiusa e don Patriciello è uno, mentre i ragazzi di Caivano sono migliaia. Non ha un centro sportivo, perché il campo è stato chiuso per mancanza di fondi. Non ha un lavoro, perché ne ha cercato uno e gli hanno offerto nero a quattro euro l'ora. Pero ha un canale Telegram dove qualcuno gli dice: tu sei la razza superiore. Ha un'immagine di Format 18 che gli sembra un campeggio scout. Ha un reclutatore di Hagal che lo ha avvicinato in palestra. Ha un Landeskommandant che accende fuochi sulle montagne e dice: noi non siamo italiani. Ha un kalashnikov che si può trovare, se sai dove cercare.

L'anziano ha un decreto in mano. Il Decreto Caivano. Ha avvisi orali, ha chiusure di locali, ha operazioni "alto impatto", ha espulsioni, ha sequestri. Ha numeri da comunicare in conferenza stampa. Ha il rapporto Eurispes che dice 9.762 segnalazioni per armi, 18.400 episodi di violenza giovanile, 47 per cento di aumento in un decennio. Ha i dati. Non ha le parole. Non ha mai parlato con quel ragazzo. Non sa come si chiama. Non sa dove vive. Non sa che su Telegram qualcuno lo sta reclutando mentre lui compila statistiche.

Il giovane alza gli occhi dal telefono. Guarda l'anziano. L'anziano guarda il giovane. Per un istante i loro sguardi si incrociano.

L'anziano pensa: è pericoloso.

Il giovane pensa: è inutile.

Hanno ragione entrambi. E questo è il dramma.

Poi l'anziano torna al suo decreto. Il giovane torna al suo telefono. Il canale Telegram gli manda una notifica. Un link. Un invito.

E il kalashnikov di Montesanto continua a camminare sotto il sole. Ma adesso non cammina da solo. Adesso ha un'ideologia. Un orizzonte. Un progetto. E quel progetto si chiama — con tutte le lettere — fascismo.


NOTA EDITORIALE

Questo articolo è basato sui dati e le fonti raccolti nei Report di Monitoraggio N.2-N.8 (giugno-luglio 2026) del progetto di monitoraggio sulla violenza giovanile, i movimenti secessionisti e le azioni repressive in Italia, condotto da Sovranità Popolare, e sui Dossier Investigativi N.2-N.7 della doppia inchiesta "L'Italia finanzia il neonazismo in Ucraina?".

Tutte le fonti sono elencate nell'appendice.


APPENDICE — FONTI

Fonti istituzionali e accademiche

Eurispes, "La criminalità giovanile. Fra rappresentazione e realtà", giugno 2026. Coordinatrice: Susanna Fara. Dati del Servizio Analisi Criminale, DCPC, Ministero dell'Interno. Periodo 2015-2025.

Scantamburlo, Matthias e Schulte, Felix, "South Tyrol and the myth of 'dynamic autonomy'", LSE European Politics Blog, 12 giugno 2026. Basato su studio nella European Political Science Review (Cambridge University Press).

Transcrime — Università Cattolica del Sacro Cuore, "Le Gang Giovanili in Italia", in collaborazione con il Dipartimento della Pubblica Sicurezza e il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, 2022-2023.

Save the Children, indagine "Disarmati", 2024-2025.

ISPI — Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, allarme sull'assenza di una strategia italiana di prevenzione della radicalizzazione, 2026.

Istituto Affari Internazionali (IAI), documento di lavoro sul rischio di dispersione degli armamenti inviati in zona di conflitto, 2024.

Transparency International Defence and Security, classifica dei meccanismi di controllo parlamentare sulle forniture militari — Italia 28ª su 41 Paesi NATO, 2025.

Il Sole 24 Ore, elaborazione su dati Istat: esodo giovanile dal Mezzogiorno 2019-2026, giugno 2026.

Senato della Repubblica, resoconto stenografico seduta n. 431, 23 giugno 2026.

Fonti — Neonazismo e antifascismo in Italia

Polizia di Stato, comunicato ufficiale: "Pavia: preso latitante brasiliano del gruppo neonazista Hammerskins", 29 giugno 2026.

La Provincia Pavese, "Il nome falso non basta: neonazista brasiliano arrestato", 28 giugno 2026.

ANSA, "Comitato remigrazione, la legge arriva in Parlamento, raccolte 150 mila firme", 26 giugno 2026.

AskaNews, "Comitato remigrazione consegna firme pdl", 30 giugno 2026.

DestraDiPopolo.net, "CasaPound deposita PDL popolare su remigrazione, un grande bluff", 30 giugno 2026.

Il Manifesto, "La remigrazione riprova a entrare a Montecitorio", 30 giugno 2026.

Internazionale, Annalisa Camilli, "La generazione Z contro la remigrazione", 18 giugno 2026.

Genova24.it, "30 Giugno, il corteo antifa attraversa Genova", 30 giugno 2026.

GenovaToday.it, "CGIL e ANPI in corteo per il 30 giugno", 30 giugno 2026.

LeccoToday, "No razzismo, no remigrazione: corteo a Lecco il 3 luglio", 30 giugno 2026.

TriesteAllNews, "Corteo antifascista tensione centro, furgone contromano", 20 giugno 2026.

TriestePrima, "Corteo antifascista attraversa la città", 19-20 giugno 2026.

Rete Antifascista Italiana, monitoraggio territoriale delle cellule neonaziste, gennaio-giugno 2026.

Fonti — Dossier Investigativi Sovranità Popolare

Sovranità Popolare, Dossier Investigativo N.2: "L'Italia finanzia il neonazismo in Ucraina? — Dal Donbass al Brennero, dal Vesuvio al Quirinale", giugno 2026.

Sovranità Popolare, Dossier Investigativo N.4: "L'Italia finanzia il neonazismo in Ucraina? — Corteo Remigrazione Roma, Consiglio Europeo, UFI e Format 18", 22 giugno 2026.

Sovranità Popolare, Dossier Investigativo N.7: "L'Italia finanzia il neonazismo in Ucraina? — Arresto Hammerskin, CasaPound 150mila firme, NATO Ankara", 1 luglio 2026.

Fonti — Ucraina e circuito armi

Il Manifesto, Leonardo Clausi, "La Blackwater è nel Donbass col battaglione Azov", 22 giugno 2026.

WeaponWatch.net, "Ancora sulle basi USA in Italia", 30 giugno 2026.

Amnesty International, "Ukraine: Violation of Laws of War by Ukrainian Forces", 2022.

Human Rights Watch, "Ukraine: Unlawful Tactics Endanger Civilians", 2022 (aggiornamento 2023).

ONU OHCHR, "Report on the Human Rights Situation in Ukraine", 2023.

CEIP — Centro Europeo di Studi Politici, "Far-Right Groups in Ukraine", 2024.

Stampa locale — Campania

Open Online, sparatoria con kalashnikov a Montesanto, Napoli, 30 giugno 2026.

Il Mattino, Marco Di Caterino, "Afragola, a 12 anni armata di coltello litiga e ferisce un ragazzino", 28 giugno 2026.

Il Mattino, Dario De Martino e Luigi Nicolosi, aggressione razzista a 15enne ucraino durante esami, 18 giugno 2026.

Cronache della Campania, Gustavo Gentile, accoltellamento baby gang al mercato dei fiori di Pompei, 21 giugno 2026.

Cronache della Campania, 17enne arrestato per tentata rapina con spray urticante, Napoli, 21 giugno 2026.

Stampa locale — Puglia, Sicilia, altre regioni

FoggiaToday, Maria Grazia Frisaldi, 11enne aggredito da baby gang in piazza Giordano, 22 giugno 2026.

CataniaToday, sparatoria piazza Beppe Montana, sviluppi investigativi, 21 giugno 2026.

L'Unione Sarda, baby gang a Cagliari, giugno 2026.

LeccePrima, 15enne aggredisce la madre con sedia e grucce, 9 giugno 2026.

RomaToday, Valerio Valeri, baby gang antisemita a Santa Marinella, 24 giugno 2026.

Stampa locale — Alto Adige, Trentino e movimenti secessionisti

La Voce di Bolzano, accoltellamento a Bressanone-Milland, circa 9 giugno 2026.

La Voce di Bolzano, 29enne con coltello da 24 cm alla stazione di Bressanone, 12 giugno 2026.

La Voce di Bolzano, rissa nel centro storico di Bolzano, 7 giugno 2026.

suedtiroler-freiheit.com, Ortsgruppe Meran, allarme Jugendgewalt e richiesta Sonderplan, 23 giugno 2026.

Südtiroler Schützenbund, "65 Jahre Feuernacht — Als ein Volk nicht schwieg", 12 giugno 2026.

Süd-Tiroler Freiheit, "Die Flamme der Freiheit brennt weiter", 10 giugno 2026.

Assemblea Natzionale Sarda, incontro online con Noiland, 11 giugno 2026.

S'Indipendente, Ivan Monni, confronto Scozia-Sardegna e scissione Psd'Az, 30 maggio 2026.

stol.it, 34 carabine sequestrate su bus Schützen a Bad Reichenhall, 25 giugno 2026.

Stampa nazionale

SkyTG24, dati Eurispes sulla criminalità giovanile, 16 giugno 2026.

Il Fatto Quotidiano, "Decreto Caivano, più minori in carcere ma tasso di criminalità non cala", 2026.

Il Fatto Quotidiano, "Banche, sanità, Rai, armi, sindaci, Usa e Vannacci: le faide della maggioranza", 1 luglio 2026.

Corriere della Sera, profilo di Sven Knoll e raddoppio seggi STF, 23 ottobre 2023.

Corriere della Sera — Brescia, rissa al luna park di via Morelli, 21 giugno 2026.

AGI e Corriere della Sera, tragedia stradale a Senago, 9 ragazzi in un'auto, 3 morti, 21 giugno 2026.

Fonti — Servizi sociali e prevenzione

Forlì24ore, M5S Forlì denuncia collasso servizi sociali (4 addetti), 29 giugno 2026.

BergamoNews, 16 avvisi orali a minori dall'inizio del 2026, applicazione Decreto Caivano, 16 giugno 2026.

ParmaToday, 575 casi di violenza giovanile trattati dalla neuropsichiatria infantile AUSL Parma, giugno 2026.

TrevisoToday, espulsione trapper Chakaloko fino al 2036, 30 giugno 2026.


© 2026 Sovranità Popolare — Tutti i diritti riservati

*Direttore: Maurizio Torti*

Valutazione: 5 stelle
3 voti

Aggiungi commento

Commenti

Guido
14 giorni fa

Inquietante!
Ma anche conseguenza logica, attesa, inevitabile di una comunità politica che si è sciolta da tempo, persa nella competizione, nel materialismo, nell'ndividualismo, nella superficialità estrema che diventa indifferenza, incapacità di indignazione e reazione.

Quando l'Essere Umano dimentica la sua natura divina, la dignità diventa appendice rimovibile

Giovanni
14 giorni fa

Negli ultimi 10 anni il Paese Italia ha conosciuto due emergenze sistemiche, la crisi sanitaria e il conflitto Usa-Nato contro la Federazione della Russia. Due sceneggiature globali caratterizzate dalla manipolazione della comunicazione sempre più centrale, da istituzioni corrotte e dal dominio di capitali finanziari internazionali interessati ai mercati più ricchi, droga, armi e la corruzione dei politici e dei partiti. Non e' finita, c'è un rischio serio per il Paese Italia, molti indicatori economici, sociali e politici indicano la preparazione ad una nuova crisi, questa volta contenuta nei confini italiani in un contesto mediterraneo teatro di una continua destabilizzazione dello stesso mediterraneo e del medio oriente, già devastato da queste forze del male. In Italia potremmo essere testimoni e cavie di un altro laboratorio sociale, le crescenti crisi identitarie e conseguenti conflitti politici per le secessioni di parte del territorio italiano come ipotizzato in questo articolo.L'Italia si trasformerà in una repubblica presidenziale prima oppure le secessioni avranno il sopravvento per raggiungere questo obiettivo? Il futuro non e' lontano e allora a chi dobbiamo salvare? Quali uomini meritano ancora la nostra attenzione, le nostre energie per salvarli dal fuoco della guerra?

Anna
12 giorni fa

Una realtà terribile e inaccettabile, alla quale certa parte politica non sembra contrapporsi fomentando odio, rabbia e razzismo, tra slogan e discriminazioni razziali e anche contro le persone con disabilità (vedi Vannacci). Ma la descrizione di questa realtà si contrappone ad un’altra che fa meno rumore delle armi e meno notizia della delinquenza: é quella di tutti quei giovani che studiano, lavorano, si impegnano, progettano e costruiscono il mondo, lontani dalle logiche della violenza, dalla criminalità e dalle ideologie aberranti. E poi ci sono le vite di giovani ragazzi e ragazze che nascono e crescono in ambienti mafiosi, provenendo da famiglie di mafia, e rompono con coraggio e determinazione ogni legame per una vita diversa, nuova. Queste testimonianze insieme alla “normalità” di chi costruisce il proprio presente e futuro su valori, con sacrifici, impegno e dignità, non devono essere offuscati dal male che imperversa. Ognuno assolva con serietà e dedizione al proprio ruolo nel mondo: forze dell’ordine, servizi sociali, comunità religiose, associazioni, gruppi sociali ecc… E il Governo, qualsiasi governo di turno, faccia il proprio lavoro per garantire strumenti e risorse, perché ogni vuoto sia colmato in breve tempo. Tutto può cambiare.

dialogatore
12 giorni fa

Attraverso di SP si può invitare tutti i capi dei partiti da più destra dei tutto destra a più sinistra dei sinistri e anche famosa Paund.. ormai non vado la differenza tra loro.. unirsi e parlare senza le proteste, rabbia e minaccia.. propongo un formato diverso. Che ne dite? Sono pronti a parlare o parola "dialogo" esiste solo durante la campagna elettorale? Figuriamoci trovare dialogo in realtà, però.. che ne dite?

maurizio
12 giorni fa

Prontissimi da sempre pet il dialogo, quali interlocutori? Quale tavolo o tavoli?. per SP aprire al dialogo va benissimo, pensiamo a un format che possa essere funzionale. Interviste con più interlocutori? Li invitiamo su specifici temi econ un moderatore/dialogatorw? Proviamoci, prendiamo mese di luglio per pensarci e settembre per testare poi rivalutiamo. Facciamo lista dei personaggi che possiamo coinvolgere facilmente a settembre e su questo elenco pensiamo ad unformat

amico
12 giorni fa

Vedo che tanti persone sono coinvolti. Diffondiamo la idea realizzare il tavolo rotondo con tutti capi dei partiti.Ognuno ha l'elenco lungo di contatti. Ognuno deve comunicare ogni partito, ogni movimento con unica frase: NOI POPOLO ITALIANO CHE NON SONO NOMINATI POLITICI, TUTTI DI BUONA VOLONTA, CHIAMIAMO I CAPI DEI PARTITI E DEI MOVIMENTI DI PARLARE FACCIA A FACCIA CON IL SUO ELLETTORATO PRESENTATO DA UN GRUPPO DEI DELEGATI. Politica è una capacità creare le regole, proteggere e seguire. Caro lettore, non hai capacità di avere la responsabilità della propria vità? Non sai creare e seguire le regole? Purtroppo solo pochi hanno possibilità di proteggere le suoi regole, anche se laassa non è contenta di questi. Ma tempo di massa è finito. Ognuno dovrà prendere decisione : criticare il governo o governare la vita. Unica cosa manca: dopo che prendi il potere al livello statale, voi continuare a dare retta a libera concorrenza, o vuoi garantire il lavoro con costituzione?????? Non basta ottenere potere. Importante dove porti gli altri, tuoi figli? Se hai uno è la famiglia solita. Se hai migliaia, significa che sei padre o madre del popolo interno. Siete pronti di avere un direzione che soddisfa tutti? Almeno dobbiamo fermare le guerre e noneytere più il naso in quello di vicino.

maurizio torti
12 giorni fa

un faccia a faccia con i propri elettori per mezzo dei lettori di SP mi sembra una buona idea. Il format a cui invitAre anche i delegati potrebbe funzionare e , 'provocarli' in merito al contesto attuale sembra interessante. Loro hanno sempre fatto le regole a cui noi dobbiamo solo ubbidire ma questo tempo e' finito. Oggi abbiamo la necessità di responsabilità individuali e non più di masse 'ubbidienti'. Ogni cittadino deve decidere di come vuole affrontare il futuro e cosa e' disposto a fare e dare per impedire ulteriori fuochi della guerra. Anche alle prossime elezioni impadronirsi della maggioranza delle poltrone, se non condividiamo gli obiettivi futuri. La neutralità permanente Dell'italia e' uno dei principali come quello di rafforzare la costituzione il merito Lo lavoro ed altri principi fondanti della vita.