Nell’abisso semantico della filosofia antica, pochi concetti risultano densi quanto quello di phronesis, termine greco che è meglio non tradurre con ‘prudenza’, molti studiosi preferiscono più precisamente ‘saggezza pratica’.
Eppure, ogni traduzione rischia di non riuscire a colmarne il significato: la phronesis non è mera cautela, né il possesso di abilità tecnica, ma la capacità di orientarsi nell’agire, di scegliere il giusto mezzo nelle situazioni concrete, tenendo insieme ragione ed esperienza. Il concetto trova la sua formulazione più compiuta nell’opera di Aristotele, in particolare nell’Etica Nicomachea. Nicomaco era il nome del padre di Aristotele, che poi diede anche a suo figlio. Qui la phronesis viene distinta sia dalla sophia (sapienza teorica) che dalla techne (arte o tecnica). Se la sophia riguarda le verità universali e necessarie, e la techne la produzione secondo regole definite, la phronesis si muove nel campo mediale dell’azione umana, prassi, dove nulla è del tutto prevedibile e ogni decisione richiede discernimento contingente, nonché conoscenza ed esperienza. La phronesis viene ad essere allora una sorta di “bussola” interiore che guida l’azione verso il bene possibile, non verso un ideale astratto o la posa in opera di un progetto serrato. Per Aristotele, la vita etica non può essere ridotta a un insieme di regole fisse, in quanto le situazioni concrete sono sempre particolari, mutevoli, spesso ambigue. Di fronte ad esse, la conoscenza di principi generali deve essere corroborata dalla saggezza nel saperli applicare con intelligenza, adattandoli al contesto, come scelte situate.
La saggezza pratica è, in questo senso, anche virtù temporale: cresce con il tempo, attraverso errori, correzioni, confronto con la realtà e con l’altro.
Nella Grecia antica, questo concetto trovava valenza sociale nella dimensione politica. Governare la polis ed essere cittadini richiedeva infatti applicazione della phronesis intrecciata all’idea di responsabilità pubblica, e quindi ampliandone il raggio d’azione ed il potenziale.
Pur non utilizzando sistematicamente il termine, già Socrate insisteva sull’importanza del sapere pratico: conoscere il bene implica anche realizzarlo nella propria vita.
Se in epoca moderna, nelle varie riprese, il concetto tende a perdere generale centralità, oscurato dall’ascesa della razionalità scientifica e tecnica, che privilegia l’universalità delle leggi rispetto alla particolarità delle diverse situazioni, nel mondo contemporaneo la phronesis sembra tornare di forte attualità. In un contesto caratterizzato da incertezza, complessità e rapidità di cambiamento, le decisioni non possono essere felicemente delegate a procedure standardizzate. Che si tratti di medicina, politica o vita quotidiana, emerge sempre più chiaramente la necessità di un giudizio capace di tenere conto delle sfumature, dei valori in gioco, delle conseguenze a lungo termine.
Di recente ho preso parte ad una lezione di un seminario sull’Intelligenza Artificiale, organizzato dagli studenti dell’Università di Firenze. L’ultimo incontro era tenuto dal prof. Matteo Galletti, tra i più autorevoli studiosi nel campo della bioetica e dell’etica applicata.
Dagli aspetti più generali e di contesto, quali ad esempio ‘cos’è l’etica’, ‘cos’è la scelta’, ‘cos’è l’astensione’, e fino a giungere alla fattispecie dell’etica dell’Intelligenza Artificiale, ovvero l’analisi dei criteri che ci permettono di rispondere alla domanda: ‘sulla questione delle implementazioni di queste tecnologie negli ambiti della nostra vita, che cosa dobbiamo fare?’.
Il professore passa poi alla descrizione del nostro attuale momento storico, dove il sociale si lascia compenetrare da tecnologie sempre più avanzate, fino a delegare compiti e ruoli, rendendo via via più complicata la ricognizione delle scelte nei termini di trasparenza, responsabilità e influenza. Di una profondità incalcolabile.
Ma qui non stiamo parlando di Intelligenza Artificiale e bioetica, stiamo parlando di phronesis. Cito questa lezione perché verso la conclusione un uditore ha posto una domanda legittima, che parafrasata suonava più o meno così: “Ci sono ambiti in cui l’Intelligenza Artificiale potrebbe fare meglio degli esseri umani, mi viene in mente l’esempio della viabilità su strada, ma non lo stesso per altri ambiti. Quali potrebbero essere i criteri per definire i confini di applicazione degli algoritmi e di simili tecnologie?” e la risposta è stata all’incirca: “Secondo me non dovremmo tanto chiederci in quali ambiti l’Intelligenza Artificiale sia, o possa essere, davvero efficiente. Lei ha menzionato il tema della viabilità su strada, in questo caso la domanda potrebbe essere: ‘avrebbe senso una vita, una esistenza, in cui si rinunci al piacere della guida?’”.
In tal senso la phronesis non è un residuo storico, ma una vera e propria risorsa. Agire bene, o per il bene, non significa applicare meccanicamente regole, ma interpretarle alla luce delle circostanze. Significa assumersi la responsabilità delle proprie scelte, accettando il rischio dell’errore senza rinunciare alla ricerca, ma non quella dell’immediato meglio possibile, bensì chiedendoci prima cosa intendiamo con “meglio”. Ciò per dire che l’etica è una disciplina viva, radicata nell’esperienza umana e organicamente fusa con la storia e con il tempo. Non offre quindi certezze definitive, ma strumenti per orientarsi. Non è saggio confondere l’intelligenza con la mera capacità di calcolo, la phronesis ci invita a riflettere per riscoprire che il bene che nasce spontaneamente viene dall’incontro e dal dialogo responsabile tra ragione e vita.
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