SULLE ORME DEI BRIGANTI - di Salvatore Azzuppardi Zappalà

Pubblicato il 23 ottobre 2026 alle ore 13:56

Cinque giorni fra Abruzzo e Lazio, lungo il Cammino dei Briganti – Parte seconda

 

 

 

 

La mattina successiva al nostro arrivo, insieme agli altri abbiamo iniziato la salita verso il Lago della Duchessa, attraverso il Vallone di Fua, un luogo selvaggio e spettacolare. Un luogo a volte cupo per la vegetazione fitta e per la vicinanza fra loro delle pareti di roccia, e con numerosi anfratti, che all’epoca avranno offerto un sicuro nascondiglio ai Briganti.

La salita è stata molto impegnativa e perciò maggiore la soddisfazione quando siamo arrivati in cima, in questo caso il pianoro dove si trova il lago. Più che un lago è una pozza, perché non è alimentato da affluenti o sorgenti e il suo livello dipende solo dalle piogge e dallo scioglimento della neve in primavera.

Salutati i coniugi bergamaschi, noi due e Edmo, il camminatore solitario, grossetano, abbiamo fatto una adeguata pausa per poi riprendere il cammino di ritorno a Cartore attraverso il Vallone di Teve.

Non è stato facile trovare il sentiero giusto, per la quasi totale assenza, sul pianoro, della segnaletica biancorossa, perciò è stata un’altra grande soddisfazione ritrovare la “diritta via” senza ricorrere al moderno Virgilio, le tracce GPX, ma contando solo sul senso di orientamento e sulla cara vecchia mappa topografica al 25000.

Anche il cammino di ritorno è molto spettacolare, nella parte in cui inizia la discesa, per il panorama mozzafiato sul vallone sottostante e sul Monte Velino che si staglia di fronte.

Per buona parte della discesa siamo stati accompagnati dal cupo bramito dei cervi, che anche dal versante opposto ci giungeva intenso e profondo. Ogni tanto se ne scorgeva qualche gruppo, ma anche se distanti mettevamo in allarme il capobranco, che non ci perdeva d’occhio finché non capiva che non costituivamo una minaccia.

Dopo dieci ore di marcia, spesso pesante anche in discesa, si è rivelata giusta la decisione di fermarci due notti a Cartore, invece di proseguire subito per il paese successivo. Così ci siamo goduti il meritato riposo in quello che è risultato essere una via di mezzo fra un B&B e un agriturismo.

La Casa di Eusebio Di Carlo prende il nome dal padre dell’attuale proprietario, Mauro, un allevatore di bestiame che insieme alla moglie Margareta, rumena, manda avanti l’azienda. Benché non pubblicizzata come altre strutture, La Casa di Eusebio è molto frequentata dai novelli Briganti (come sono chiamati i camminatori), forse grazie al passaparola. Come la sera prima, noi tre e altri due camminatori arrivati nel frattempo abbiamo cenato e conversato amabilmente con i padroni di casa e anche in questo caso, come presso la Brigantessa, è stato come cenare in famiglia.

Conversando, non ho potuto fare a meno di chiedere a Mauro cosa ricordava di quei giorni di aprile del 1978, quando un comunicato delle Brigate Rosse poi rivelatosi falso, annunciò che il cadavere di Aldo Moro si trovava in fondo al Lago della Duchessa.

Non è questa la sede per approfondire fatti così importanti della nostra storia repubblicana, ma non guasta ricordare che quel comunicato era doppiamente falso: perché non diceva il vero e perché, come fu appurato in seguito, non era opera delle BR ma di qualche misteriosa entità (forse, sostiene qualcuno, gli immancabili – lo dico senza ironia – servizi segreti deviati).

Rispondendo alla mia domanda, Mauro, allora diciottenne, mi ha raccontato che un pomeriggio, tornando con suo padre dal pascolo, trovarono la zona brulicante di uomini delle forze dell’ordine, fra cui il comandante della locale stazione dell’Arma, col quale erano in confidenza. Questi, interpellato da Eusebio su cosa era successo, spiegò il motivo di quella grande mobilitazione. Al che «mio padre» – ha proseguito Mauro non senza un sorriso ironico – «ha fatto presente che poiché allora il lago si poteva raggiungere solo a piedi, l’unico modo per portare un corpo lassù era caricarselo sulle spalle!» E arrancare attraverso la selva oscura, come avevamo fatto noi la mattina, ho pensato io.

L’indomani mattina, salutati i nostri ospiti, abbiamo iniziato quella che per noi due sarebbe stata l’ultima giornata di Cammino. La prima tappa è stata alla chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta, una magnifica chiesa romanica isolata nel verde, che si dice essere stata costruita nel V o VI secolo d.C. sulle rovine di un tempio pagano, ma che solo intorno al 1050 cominciò ad essere citata in documenti ufficiali. La chiesa è uno dei più interessanti esempi di arte romanica abruzzese, in cui confluiscono influenze arabo-ispaniche, bizantine e longobarde.

Ripreso il cammino, abbiamo attraversato Rosciòlo, tipico borgo medievale appenninico, superato il quale finisce la zona montuosa e, avvicinandosi a Magliano de’ Marsi, iniziano i Piani Palentini.

Al contrario dei luoghi attraversati nei giorni precedenti, questa zona è molto urbanizzata e perciò a Magliano ne abbiamo approfittato per fare una sosta nella prima gelateria fin là incontrata. Dopo di che abbiamo raggiunto Scurcola Marsicana, dove il nostro Cammino dei Briganti si è concluso.

Dopo avere parlato del cosiddetto brigantaggio post unitario, non possiamo non ricordare un altro evento storico, ormai remoto ma molto importante, avvenuto nei pressi di Scurcola e Tagliacozzo: la battaglia dei Piani Palentini, del 1268, nella quale Corradino di Svevia fu sconfitto dall’esercito angioino e poi condannato a morte.

Corradino, ultimo della dinastia sveva, era nipote di Federico II, che a sua volta era nipote del Barbarossa. Chiamato in Italia dai sostenitori dell’impero per far rivivere le glorie del nonno “Stupor Mundi”, fu invece sconfitto dagli angioini che poterono così consolidare il loro dominio sull’Italia Meridionale.

Questa battaglia, così importante nel contesto geopolitico di allora, viene ricordata nel canto XXVIII dell’Inferno: “e là da Tagliacozzo, dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo”.

Rientrati a Sante Marie, punto di partenza, l’indomani mattina abbiamo fatto l’ultima brevissima tappa, poche centinaia di metri, per andare a visitare il locale Museo, dove tre sale sono dedicate al Brigantaggio e si possono vedere reperti dell’epoca, fra i quali uno in particolare ha suscitato il nostro interesse di storici.

Si tratta di una lettera di credito di 115 sterline emessa il 22/8/1860 dalla National Bank of Scotland a favore di “His Excellency General Garibaldi”. Non disponendo dei dati necessari per il calcolo, si può solo stimare approssimativamente che le 115 sterline di allora, oggi potrebbero valere fra 80.000 e quasi 400.000 Euro.

Che dire? Questa lettera di credito non dimostra tout court che Garibaldi era al soldo degli inglesi, ma sicuramente era un sostanzioso aiuto da parte di chi aveva interesse a destabilizzare lo status quo della Penisola, favorendo la nascita di uno stato amico in contrapposizione agli austriaci che occupavano il lombardo-veneto e ai Borboni che, pur legati a doppio filo alla corona spagnola, legittimamente regnavano al sud.

È vero che per organizzare e mantenere una spedizione di mille uomini occorrono soldi, ma una somma così importante pagata (a spedizione conclusa, non sottovalutiamolo) da una potenza straniera, getta un’ombra sulla reputazione dell’eroe dei due mondi, tanto più che quei soldi arrivarono poche settimane prima che Garibaldi incontrasse Vittorio Emanuele II a Teano. Maliziosamente viene da pensare che potrebbe essere stato un incentivo al generale, affinché consegnasse l’intera Italia meridionale e la Sicilia ai piemontesi. Varrà anche in questo caso la famosa  massima di Andreotti, che a pensare male si fa peccato, ma …?

Il bilancio di questa nuova esperienza di cammino è sicuramente molto positivo, per la bellezza dei luoghi attraversati, per i richiami storici a cui abbiamo accennato e per il gusto retro che hanno i centri più piccoli come Santo Stefano, Valdevarri e Cartore. Un gusto che deriva dalla ridotta presenza di automobili e dalla quiete che li caratterizza. Se non fosse per certi elementi moderni, come i bidoni della raccolta differenziata, le antenne sui tetti e la possibilità di collegarsi a internet, sembrerebbe di fare un salto indietro nel tempo, fino a quegli anni Quaranta a cui risalgono i ricordi di famiglia che mi legano all’Abruzzo.

Oltre a questo, penso che in ogni cammino si faccia anche un viaggio interiore, perché camminando si riflette, si pensa, ci si interroga. Ed è anche una sfida a sé stessi, un continuo mettersi alla prova a ogni salita, a ogni sentiero non ben segnalato e ritrovato con l’aiuto della mappa cartacea. Camminando, la mente si libera dalla routine quotidiana, le preoccupazioni si allontanano e si arriva a fine giornata stanchi ma sereni.

E poi la cosa più bella (è superfluo dire perché): avere avuto come compagno di Cammino Gabriele. Mio figlio.

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Ringraziamenti:

Si ringraziano gli organizzatori del Cammino, per l’uso del logo.

Per maggiori informazioni sul Cammino consultare il sito: https://www.camminodeibriganti.it/

Per il Museo: https://visitsantemarie.it/il-museo/

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