ne sono uscito con tante domande
11 novembre 2025, Roma, secondo Festival del giornalismo aziendale. Ah, scusa: brand journalism, così si dice, in inglese, forse per evitare un pensiero inopportuno: se dici Brand pensi al successo, alla dimensione, alla solidità, alla serietà; se invece dici Azienda, magari pensi a qualcuno che vuole venderti qualcosa, e non sta bene.
Arrivi un’ora prima e socializzi, coccolato da caffè, spremute e sfizietti vari. Mi sono contenuto e non ho socializzato, sebbene fossi fortemente tentato di domandare a destra e a manca: “scusi, mi aiuta a capire cos’è il brand journalism”?
Dice che l’anno scorso c’erano molti giornalisti, quest’anno di meno ma tante aziende e tanti giovani. Belli, i giovani. Il Festival è pensato per loro, e una serie di pensieri “scientifici” cristallizzati in manifesti li circonda per tutta la giornata, torno torno alle pareti della sala: massime estratte da uno studio sociologico commissionato per l’occasione.
Come non condividere!
Peccato nessuno abbia spiegato :
- cosa è la disinformazione
- chi la produce,
- perché la produce,
- come si riconosce,
- come si contrasta.
Si lascia intendere che è un affare complesso, da lasciar fare agli esperti.
Per fortuna, abbiamo i mitici fact checker.
Mi domando:
Chi sono?
Chi li paga?
Che formazione hanno?
Qualcuno li controlla?
Dov'è la miniera della Verità ?
cos'è la libertà d'espressione?
Cos'è un'opinione?
Cos'è la censura?
Cos'è la democrazia?
Gli italiani, comunque, che non sono affatto tonti, qualche domada se la devono essere fatta se poi succede questo:
E bada bene: non sapendo quale informazione sia corretta e quale un po’ meno, nel dubbio non ci si fida più di nessuno. Tanto che…
Possiamo consolarci: una bella percentuale è salva … puff!
Però ci sono anche ottime notizie: una speranza arriva seriamente dai giovani, che hanno un gran bisogno di capire, e sono disposti a sforzarsi
Però stanno anche attenti a non esagerare…
Il cartello vietato fumare è capitato casualmente qui sotto.
Ci rassicura sapere che c’è qualcuno che ogni tanto ci dice quello che ci piace sentire; si chiama bias cognitivo
Questa qui di sotto potrebbe essere una marchetta… però sarà anche vero: devo capire il perché
Mi sono permesso un piccolissimo intervento durante il convegno, ponendo un domanda semplice, che riporto per dovere di cronaca: “se l’informazione nel mondo attuale è finanziata dalla parte dell’offerta, e cioè da chi detiene il potere economico e per mestiere deve vendere (prodotti, servizi…idee) come si riesce ad evitare che l’informazione diventi pubblicità?”
Il professore ha dato una risposta un po’ elusiva, dicendo che occorre tener conto del contesto… capisco…mentre dal fondo della sala qualcuno borbottava: “non sono domande che si possono fare qui”
Pensavo: scusate, ma allora dove le dobbiamo fare queste domande?
Ad ogni modo voglio approfondire: ho preso il contatto dell’organizzatore e gli ho promesso un caffè per ragionare sul modello di business, visto che è molto interessato, così come lo sono i mandanti (i portatori di Brand, la Commissione europea che finanzia il festival… etc.). Perché lo hanno molto chiaro il concetto: si fa una fatica immensa a convincere il pubblico a comprare un giornale che non sia di qualità.
Gli italiani, si sa, hanno fiuto, come dimostra quest’ultima rilevazione:
Pazienza, portiamo pazienza.
C'è un grosso Elefante nella stanza dell'informazione: IL CONFLITTO D'INTERESSE... ma nessuno sembra vederlo e ci illudiamo di poterci godere la libera informazione gratuita su internet e sulle TV...
Viene un tempo in cui i cittadini capiscono che se vogliono un'informazione dalla loro parte, e cioè libera da conflitti d'interesse, devono comprarla, o produrla, o tutt'e due le cose
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