Testi e foto originali su "Seminare domande" : https://www.francescocappello.com/2026/01/22/i-barbari-interventi-occidentali-privi-di-mandato-internazionale-hanno-bloccato-lo-sviluppo-civile-economico-e-politico-di-tantissimi-paesi/
Breve e parziale panoramica sulle conseguenze transgenerazionali degli interventi militari privi di mandato internazionale
La storia degli interventi militari statunitensi condotti al di fuori del mandato delle Nazioni Unite è un lungo racconto di macerie e ferite inflitte nella carne viva di molti Paesi scritto con il fuoco dei missili, il rombo dei bombardieri strategici e le feroci restrizioni imposte, sotto forma di sanzioni ed embarghi, ad intere popolazioni senza colpa.
Il diritto internazionale è stato calpestato dagli USA, un paese fuorilegge che si è comportato da sempre come uno Stato Canaglia (una definizione che gli stessi Stati Uniti coniarono contro quei Paesi che per qualche motivo non gli piacevano). Un paese terrorista che ha demolito intere nazioni o ridefinito i loro confini, basandosi su premesse infondate, calpestando le loro sovranità nazionali.
Facciamo un piccolo viaggio, seppure non esaustivo attraverso questa geografia della sofferenza inflitta, a partire dai cieli della Jugoslavia nel 1999, dove l’operazione Allied Force si scagliò contro la Serbia per 78 giorni senza il consenso dell’ONU. Un bomardamento che aprì il varco alle successive annessioni che hanno espanso la NATO da 16 a 32 paesi nel corso dei successivi 25 anni. Noi italiani vi prendemmo vergognosamente parte (premier D’Alema, vicepremier l’attuale Presidente S. Mattarella).
Le stime delle vittime parlano di una pioggia di fuoco che tolse la vita a 2.500 civili, tra cui decine di bambini, lasciando dietro di sé un paesaggio spettrale di ponti crollati e scuole ridotte in cenere per un danno economico che sfiorò i 100 miliardi di dollari. L’eredità più invisibile di quel conflitto rimane l’uranio impoverito, causa di una silenziosa epidemia di malattie oncologiche che continua a mietere vittime ancora oggi. Quattrocento i militari italiani morti a causa di patologie tumorali. Ottomila i casi accertati di soldati italiani che hanno contratto forme gravi di tumore, principalmente linfomi di Hodgkin, leucemie e tumori alla tiroide.
Donne afghane. Anni ’70
Poco dopo l’Afghanistan (2001-2021).
L’intervento fu giustificato quale risposta all’11 settembre – un attentato auto inflitto secondo quanto appurato in quest’ultimo quarto di secolo dall’organizzazione Architects & Engineers for 9/11 Truth (AE911Truth) (vedi Il co11aSso di una falsa verità), che servì a “legittimare“ gli interventi militari in Afghanistan e in Iraq (come vedremo).
La missione si protrasse per vent’anni ben oltre ogni logica di difesa, in assenza di un mandato ONU che giustificasse un’occupazione di tale durata.
Il bilancio, catastrofico:
le stime parlano di oltre 176.000 morti, di cui almeno 46.000 civili uccisi direttamente nei combattimenti e nei raid aerei.
Il costo finanziario è stato stimato in oltre 2.300 miliardi di dollari. Il paese oggi si ritrova con infrastrutture a pezzi e una popolazione ridotta alla fame e governato dai talebani.
prima e dopo...
Il dramma si è ripetuto tra le sabbie e le città dell’Iraq del 2003, in quella che viene ricordata come l’aggressione più eclatante dell’era moderna. Una falsa fialetta di antrace che l’allora Segretario di Stato Usa, Colin Powell, agitò presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU servì a legittimare il barbaro attacco all’Iraq. Studi scientifici indipendenti hanno stimato oltre un milione di morti [1] (mezzo milioni di bambini nella precedente guerra subita dall’Iraq [2]), un’intera generazione spazzata via da una “guerra preventiva” giustificata da presunte armi di distruzione di massa la cui esistenza non è mai stata dimostrata.
Il costo materiale di oltre 200 miliardi di dollari non descrive appieno il baratro in cui è sprofondato il paese, privato delle sue infrastrutture vitali e consegnato a un decennio di caos civile. L’uranio impoverito (800 tonnellate!) ha causato anche in questo caso picchi di tumori del 1700% e malformazioni neonatali a Fallujah (14,7% dei nati).
Il governo iracheno, supportato da organizzazioni come Pax for Peace, ha identificato oltre 300 siti “caldi” ancora in attesa di decontaminazione, molti dei quali situati in zone densamente popolate.
La zona sud-orientale, dove operarono anche i contingenti internazionali (inclusa l’area di Nassiriya monitorata dai soldati italiani), è considerata ancora oggi tra le più contaminate. Le falde acquifere in queste zone sono state dichiarate a rischio a causa dell’interramento dei proiettili che, ossidandosi, rilasciano particelle tossiche nel terreno e nell’acqua precedentemente potabile.
Migliaia i veicoli corazzati distrutti dai proiettili rimasti per anni nelle periferie delle città, utilizzati spesso dai bambini come aree di gioco o venduti come rottami metallici, diffondendo ulteriormente le polveri radioattive nei mercati locali.
Nel 2011, la medesima sorte è toccata alla Libia che fu demolita. Un mandato, inizialmente limitato alla “protezione dei civili”, è stato trasformato in una campagna per il cambio di regime, che portò all’uccisione selvaggia di Gheddafi e i relativi rallegramenti della Clinton. Si trattò di un’operazione guidata da una coalizione di aggressori occidentali tra cui l’Italia (partecipammo mettendo a disposizione sette basi militari tra cui Sigonella e Birgi e impiegando i nostri cacciabombardieri Eurofighter e Tornado) che fu successivamente posta sotto il comando della NATO con il nome di Operazione Unified Protector. Il tardivo mandato ONU fu usato come copertura per un cambio al vertice non autorizzato.
Il bombardamento provocò fino a 30.000 morti e la distruzione sistematica di uno Stato che godeva del PIL più alto d’Africa e dei maggiori indici di sviluppo secondo la banca mondiale, con danni materiali per 100 miliardi di dollari.
Gheddafi fu assassinato brutalmente per tanti motivi; ne ricordiamo solo un paio. Egli, come Saddam Hussein (condannato a morte senza processo) pretendeva di vendere il proprio petrolio in euro piuttosto che nella moneta dell’impero, il dollaro. Stava inoltre lavorando alla istituzione di una moneta panafricana in grado di sostituire il franco coloniale francese, strumento di schiavismo finanziario tuttora vigente (vedi Incatenati alla moneta – CFA e non solo).
Parallelamente, in Siria, i bombardamenti della coalizione a guida USA hanno aggiunto un altro capitolo tragico, con oltre 13.000 civili uccisi nei raid e il patrimonio economico del paese ridotto a un cumulo di macerie. Quattrocento miliardi di dollari la valutazione dei primi danni. Il pretesto all’attacco alla Siria, oltre alla sceneggiata delle solite armi chimiche fu la necessità di combattere lo stato islamico dell’ISIS, costruito e sostenuto proprio dall’Occidente in modo da giustificare l’aggressione alla Siria quale autodifesa collettiva contro il terrorismo dei tagliagole pagati ed equipaggiati dall’Occidente. L’intervento russo scongiurò il peggio.
Oggi tuttavia la Siria è stata completamente demolita e spartita. Al posto di Assad un terrorista dell’Isis, Al Jolani, sulla cui testa pendeva una taglia di milioni di dollari. Riconosciuto dalle Élite occidentali egli continua il massacro delle tante etnie e gruppi religiosi locali e la spartizione del Paese per conto del dominio Occidentale (vedi In quella che fu la Siria è in corso una spaventosa operazione di pulizia etnica).
Nel contempo, in Pakistan (2011) i droni della CIA ed una guerra per procura che ha spinto l’esercito pakistano a combattere una guerra civile nelle aree tribali contro i Talebani pakistani (TTP) che avevano come obiettivo il rovesciamento dello Stato, hanno operato per anni in una zona grigia del diritto, uccidendo fino a 1.000 civili e seminando il terrore nelle aree rurali. Una guerra alimentata da dinamiche esterne dove il Pakistan fungeva da campo di battaglia per interessi americani in Afghanistan e per contenere l’espansione del maggiore alleato del Pakistan, la Cina, verso l’oceano indiano e il Medioriente.
La memoria torna poi indietro alla guerra segreta in Laos (64-73) con un operazione segreta della CIA e in Cambogia (69-70) per decisione unilaterale di Kissinger.
Il Laos era ufficialmente un paese neutrale secondo gli Accordi di Ginevra del 1962. Gli Stati Uniti violarono sistematicamente questa neutralità bombardando il paese per quasi un decennio (1964-1973) senza mai dichiarare guerra. L’ONU non fu mai consultata e non emise alcuna risoluzione che autorizzasse i bombardamenti. La CIA gestì l’operazione come una “guerra segreta” (Secret War), utilizzando una compagnia aerea civile di facciata (la Air America) per trasportare armi e rifornimenti.
In Cambogia la situazione fu, se possibile, ancora più grave sotto il profilo giuridico. Richard Nixon e Henry Kissinger ordinarono il bombardamento dei santuari vietnamiti in Cambogia (Operazione Menu (1969-1970)) tenendo l’operazione nascosta persino ai vertici militari americani non direttamente coinvolti. I registri di volo venivano falsificati per far apparire i raid come se fossero avvenuti in Vietnam del Sud. Non solo non c’era l’avallo dell’ONU, ma il governo cambogiano (allora guidato dal principe Sihanouk) non aveva autorizzato formalmente gli attacchi, rendendoli a tutti gli effetti atti di aggressione contro uno stato sovrano.
Il Laos è stato il paese più bombardato al mondo. Tra il 1964 e il 1973, gli USA hanno sganciato sul Laos più bombe di quante ne siano state utilizzate in tutta la Seconda Guerra Mondiale (circa 2 milioni di tonnellate di esplosivo). Si stimano tra i 50.000 e i 200.000 morti civili. Molti villaggi furono rasi al suolo, costringendo metà della popolazione a diventare sfollata interna. Il paesaggio del Laos è stato letteralmente riscritto da milioni di crateri di bombe, ancora oggi visibili dai satelliti. Circa il 30% delle bombe sganciate (le cosiddette cluster bombs vedi Bombe di bombe [grappoli di bombe]) non esplose all’impatto. Dalla fine della guerra, queste mine hanno ucciso o mutilato altre 20.000 persone, di cui il 40% bambini.
Cambogia: Dalle bombe al genocidio
L’intervento americano in Cambogia (1969-1973) fu il catalizzatore che portò al collasso dello stato. Le vittime dei bombardamenti hanno raggiunto i 150.000 civili uccisi direttamente dai raid aerei americani (Operazione Menu e Freedom Deal). I bombardamenti distrussero il sistema agricolo del riso, spingendo oltre 2 milioni di persone a fuggire verso la capitale Phnom Penh, causando una carestia catastrofica. Prima di questa pioggia di fuoco, la Cambogia, sotto la guida del principe Sihanouk, stava tentando di mantenere un difficile equilibrio di neutralità e modernizzazione; le foto di Phnom Penh degli anni ’60 mostrano una capitale elegante, soprannominata la “Perla del Sud-est asiatico”, con una scena artistica fiorente e un’architettura che fondeva tradizione e modernità laica. Il vuoto di potere e la rabbia sociale generati dalle bombe permisero ai Khmer Rossi di Pol Pot di prendere il potere nel 1975. Il genocidio che ne seguì causò circa 1,7 – 2 milioni di morti (il 25% della popolazione cambogiana).
In Laos e Cambogia gli Stati Uniti agirono in totale spregio delle Nazioni Unite, stabilendo un precedente che fu l’inizio della crisi del diritto internazionale moderno.
Nelle Americhe, i casi di Panama (1989) e Grenada (1983) rimangono ferite aperte. A Panama si sono registrati circa 4.000 morti e l’incenerimento di interi quartieri popolari, un atto condannato dall’Assemblea Generale dell’ONU quale violazione flagrante delle leggi internazionali (veri e propri crimini di guerra rimasti impuniti).
Le motivazioni ufficiali furono pretesti per perseguire interessi geopolitici e strategici ben più profondi. A Grenada l’Operazione Urgent Fury ufficialmente per proteggere circa 600 studenti di medicina americani presenti sull’isola dopo un colpo di stato interno tra fazioni marxiste e ripristinare la democrazia. In realtà si mirava al contenimento dell’Influenza Cubana/Sovietica. L’obiettivo principale era eliminare il governo filocubano e impedire che l’aeroporto internazionale in costruzione (con l’aiuto di operai cubani) diventasse una base militare per i bombardieri sovietici diretti in Africa o in Sud America. Ronald Reagan cercava un successo militare rapido e facile per risollevare il morale nazionale e dimostrare che gli USA erano pronti a usare la forza dopo l’umiliazione in Vietnam e la crisi degli ostaggi in Iran oltre a riaffermare che i Caraibi erano il “cortile di casa” di Washington, dove non era tollerata alcuna interferenza esterna.
L’Assemblea Generale dell’ONU condannò l’azione come una “flagrante violazione del diritto internazionale” (Risoluzione 38/7). La risoluzione del Consiglio di Sicurezza fu invece bloccata dal veto degli Stati Uniti.
A Panama l’Operazione Just Cause usò il pretesto di arrestare il generale Manuel Noriega per narcotraffico, difendere la democrazia e proteggere l’integrità dei Trattati del Canale dopo l’uccisione di un marine statunitense. In realtà gli USA miravano al controllo del Canale di Panama. I trattati Torrijos-Carter prevedevano il passaggio della sovranità del Canale a Panama entro il 31 dicembre 1999. Gli USA volevano un governo a Panama docile e fedele per garantire che, anche dopo il passaggio di consegne, il Canale rimanesse sotto l’influenza strategica americana. Noriega era stato per anni un informatore della CIA. Quando iniziò a mostrare troppa indipendenza e a stringere rapporti non graditi con regimi ostili, divenne un imbarazzo politico da eliminare prima che potesse rivelare segreti sulle operazioni coperte degli USA nella regione (come il caso Iran-Contra).
L’invasione fu utilizzata anche come banco di prova per nuovi armamenti (come i caccia stealth F-117) e tattiche di guerra urbana che sarebbero state usate poco dopo nella Guerra del Golfo.
L’ONU e l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) deplorarono anche in questo caso l’invasione. Fu una violazione della sovranità di uno Stato membro senza un mandato di autodifesa collettiva o autorizzazione del Consiglio di Sicurezza.
Gli Stati Uniti, pur invocando la democrazia e il diritto internazionale per condannare i propri avversari, si sono sempre sentiti autorizzati a sospenderli quando i loro interessi economici e di sicurezza erano minacciati. Questi interventi hanno contribuito a quello che molti definiscono “eccezionalismo americano“, ovvero la tendenza di una superpotenza ad agire al di sopra delle regole internazionali quando ritiene la propria sicurezza nazionale ed i propri interessi economici in gioco. Un eccezionalismo che continua ancora oggi in modo bipartisan indipendentemente dal fatto che a occupare il ruolo di presidente degli USA sia un repubblicano o un democratico.
Quelli ricordati sono solo alcuni dei casi di pura aggressione imperialista, incurante della sovranità e della vita umana.
Autori come Noam Chomsky, unitamente a pensatori come Tariq Ali o Edward Said, sostengono che molti degli interventi militari occidentali non abbiano solo causato distruzione fisica, ma abbiano interrotto o invertito processi di modernizzazione organica e laica già in atto in Medio Oriente e in Asia Centrale.
Prima delle grandi destabilizzazioni, molti dei paesi vittime dell’attacco barbaro occidentale stavano attraversando una fase di crescita urbana, istruzione di massa e secolarizzazione. L’Afghanistan degli anni ’60 e ’70 mostra celebri foto d’archivio in cui è possibile vedere le donne a Kabul che frequentano l’università in minigonna, senza velo, che lavorano come scienziate o insegnanti. Il sostegno USA ai mujaheddin radicali in funzione anti-sovietica armò le fazioni più oscurantiste, distruggendo la classe media urbana e aprendo la strada ai Talebani.
Iraq, Siria e Libia erano Stati laici con sistemi sanitari e scolastici tra i migliori del mondo arabo. L’intervento militare e il successivo caos hanno distrutto queste strutture, portando alla frammentazione settaria e alla nascita di entità estremiste come l’ISIS, costruite ed alimentate per tutti gli usi occidentali, che hanno riportato la condizione della donna e i diritti civili indietro di secoli.
Lo smantellamento forzato dell’esercito e della burocrazia (come la de-baathificazione in Iraq) ha creato un vuoto di potere riempito dal fondamentalismo spesso sostenuto finanziariamente dall’Occidente.
Lungi dall’esportare la democrazia, i barbari interventi occidentali hanno causato Stati falliti pronti ad essere facilmente sfruttati.
La distruzione delle infrastrutture civili (elettricità, ospedali, scuole) ha costretto la popolazione a rifugiarsi nelle strutture di mutuo soccorso religiose o tribali, rafforzando i poteri conservatori a discapito dei diritti individuali bloccando lo sviluppo delle istituzioni democratiche che stavano venendo alla luce nei paesi menzionati.
In Iran una scia di sangue che giunge fino ai nostri giorni, sino ai recenti eventi del 2025 e 2026 con l’operazione Midnight Hammer che ha fatto circa 1000 vittime di cui 600 civili ha riproposto il medesimo scenario di siti colpiti unilateralmente con nuove vittime civili e infrastrutture elettriche ridotte al collasso per miliardi di dollari.
L’Iran e il Libano rappresentano, nel mosaico delle interferenze esterne, per molti storici e intellettuali come Noam Chomsky il “modello originale” di come un intervento occidentale possa deragliare il destino democratico e civile di una nazione sovrana.
Le parabole dell’Iran e del Libano rappresentano l’evidenza plastica di come il progresso civile di una nazione possa essere brutalmente deragliato da interessi geopolitici esterni, trasformando società d’avanguardia in scenari di crisi cronica.
Il dramma iraniano affonda le sue radici nel 1953, con l’Operazione Ajax, un colpo di Stato orchestrato da CIA e MI6 per abbattere il governo democraticamente eletto di Mohammad Mossadeq (vedi Quali scenari dietro le quinte del conflitto con la Persia (Iran)?) colpevole di aver nazionalizzato il petrolio. Il leader laico venne rimosso per restaurare il potere assoluto dello Scià. Prima di questo strappo, l’Iran stava vivendo una fioritura democratica e civile senza precedenti: le immagini dell’epoca ritraggono una Teheran cosmopolita dove le donne, libere dall’obbligo del velo, frequentavano università e ricoprivano ruoli di prestigio nella scienza e nelle arti. La distruzione di quella democrazia nascente non portò la stabilità, ma seminò il rancore che sarebbe esploso nel 1979 con la Rivoluzione Islamica. Come accennato prima, l’attacco all’Iran continua senza sosta. L’Iran subisce sanzioni da più di 40 anni legittimate da una fantomatica adesione al nucleare militare che nessuna ispezione dell’AIEA (l’ente internazionale per le ispezioni sull’energia atomica) ha mai dimostrato mentre il vero detentore di nucleare militare nell’area mediorientale, Israele, viene lasciato completamente indisturbato. Subiscono l’infiltrazione di rivoltosi a pagamento che si insinuano nelle normali manifestazioni di rivendicazione civile dei cittadini iraniani mettondo a ferro e fuoco le città. A confermarlo le esplicite dichiarazioni di elementi della CIA e del Mossad. Le sanzioni preparano il terreno per le proteste. Ad esse si è recentemente aggiunta la svalutazione della moneta nazionale del 40% provocata artificiosamente da chi vorrebbe destabilizzare il Paese. Il copione, con qualche variante sul tema, è sempre lo stesso. Basti tornare a quanto accaduto nel 2014 a Maidan in Ucraina, e in generale alle rivoluzioni colorate delle primavere arabe, tutte rigorosamente sotto regia occidentale.
Non meno tragica è la sorte del Libano, un tempo celebrato come la “Svizzera del Medio Oriente” per il suo sistema bancario solido e la sua raffinata vivacità culturale. Fino alla metà degli anni ’70, Beirut era il faro della modernità araba, un luogo dove la convivenza religiosa alimentava una società aperta e dove le donne godevano di una libertà sociale e professionale unica nella regione, avendo ottenuto il diritto di voto già nel 1952. Questo modello di civiltà fu però sistematicamente smantellato da una serie di interventi esterni non autorizzati dall’ONU, a partire dalle invasioni israeliane del 1978 e del 1982, sostenute dagli Stati Uniti, che portarono alla morte di circa 20.000 persone, in gran parte civili. Episodi atroci come il massacro di Sabra e Shatila e i massicci bombardamenti navali americani degli anni ’80 contro le colline libanesi contribuirono a polverizzare le infrastrutture del paese e a radicalizzare il tessuto sociale. Lo sviluppo di quella che era una democrazia cosmopolita è stato bloccato, con danni economici incommensurabili e una frammentazione in feudi settari che ha reso la popolazione ostaggio di un’instabilità permanente, spegnendo quella luce della modernità che un tempo brillava su tutto il Mediterraneo orientale.
La parabola dell’Iran e del Libano entrambi sotto l’assedio continuo di Israele con alle spalle gli Stati Uniti, rappresentano l’evidenza plastica di come il progresso civile di una nazione possa essere brutalmente deragliato da interessi geopolitici esterni, trasformando società d’avanguardia in scenari di crisi cronica.
Non trattiamo qui il caso del genocidio in corso in Palestina, sotto gli occhi di tutti, al di fuori di qualsiasi legge internazionale. Vi si stanno compiendo i peggiori crimini di guerra condotti da un esercito dotato di armi sofisticate e potenti contro una popolazione inerme. L’ultimo pretesto a legittimare il massacro genocidiario in corso è stato l’attacco inscenato il 7 ottobre del 2023 (Anniversari. Il 7 ottobre è accaduto l’11 settembre Una parziale rassegna di analisti non allineati.
Il caso della Cambogia rappresenta forse il vertice più oscuro di quella “decivilizzazione indotta” è stata un esempio tragico di come una nazione possa essere spinta nel baratro dell’annientamento totale attraverso azioni militari condotte nel segreto e in spregio a ogni norma internazionale.
Chomsky sottolinea come la distruzione delle infrastrutture civili e il trauma collettivo abbiano agito da catalizzatore, trasformando un movimento inizialmente marginale in una forza brutale capace di prendere il potere e attuare uno dei genocidi più feroci del secolo, che portò alla morte di quasi due milioni di persone, ovvero un quarto della popolazione totale.
L’eredità di quell’intervento non autorizzato è una ferita che sanguina ancora oggi; oltre al collasso demografico e civile, il Paese rimane disseminato di milioni di ordigni inesplosi che continuano a mutilare e uccidere, mentre il danno economico e psicologico di aver visto la propria “età dell’oro” cancellata dai bombardieri B-52 rimane incalcolabile. Insieme ai casi dell’Iran, del Libano, dell’Afghanistan e dell’Iraq, la Cambogia chiude il cerchio di una narrazione in cui l’intervento unilaterale dell’Occidente, lungi dal portare stabilità, ha agito come un interruttore che ha spento sistematicamente le luci della modernità, consegnando intere civiltà al silenzio delle macerie o alla violenza del fanatismo.
La condizione delle donne non è stata una vittima collaterale accidentale, ma il primo indicatore di una società che stava perdendo la propria autonomia per diventare terreno di scontro geopolitico.
In questo scenario, la donna rappresentava il volto del progresso civile: le studentesse di medicina a Teheran negli anni ’50, le giornaliste libanesi degli anni ’60 e le insegnanti di Kabul negli anni ’70 erano la prova vivente di nazioni che stavano costruendo una propria via verso la libertà. Tuttavia, gli interventi militari e i colpi di Stato hanno agito come un interruttore che ha spento queste luci.
Il bilancio di questi interventi, condotti senza il consenso dell’ONU o attraverso manipolazioni del diritto internazionale, non si misura solo in migliaia di miliardi di dollari o nei milioni di morti causati dalle bombe e dall’uranio impoverito. Il danno più profondo è quello generazionale: la regressione da società dove le donne erano cittadine attive a contesti in cui sono state segregate, velate per forza o ridotte a merce di scambio nei mercati di schiavi, come accaduto in Afghanistan, nella Libia post-Gheddafi o sotto l’ISIS in Iraq e Siria.
Questa “decivilizzazione indotta” ha trasformato nazioni che erano fari di cultura laica in Stati falliti, dove la distruzione delle infrastrutture civili (scuole, ospedali, reti elettriche) ha reso impossibile il mantenimento di quegli standard di vita che permettevano l’emancipazione. Il risultato finale è un Medio Oriente e un’Asia Centrale dove le immagini in bianco e nero delle donne libere di cinquant’anni fa sembrano appartenere a un futuro perduto piuttosto che a un passato reale. Il tragico paradosso continua usando come pretesto degli interventi militari oggi anche la volontà dichiarata di voler salvare quelle donne dai loro strozzini e carnefici bombardando dall’alto campagne e città.
Come ha detto Lavrov: L’ONU deve tornare ad essere un centro per l’armonizzazione delle nazioni (vedi L’ONU deve tornare ad essere un centro per l’armonizzazione delle nazioni. Parola di Lavrov). L’alternativa sarebbe l’escalation nucleare globale.
[1]The Lancet (2006): Lo studio Mortality after the 2003 invasion of Iraq stimò circa 655.000 morti in eccesso nei primi tre anni di guerra. Questo studio fu rivoluzionario perché non contava solo i morti per violenza diretta, ma anche quelli per il collasso del sistema sanitario e delle infrastrutture.
Opinion Research Business (ORB, 2007-2008): Un’indagine basata su interviste a famiglie irachene arrivò a stimare oltre 1 milione di morti legati al conflitto.
PLOS Medicine (2013): Uno studio dell’Università di Washington stimò circa 461.000 morti tra il 2003 e il 2011, confermando che i dati ufficiali (come quelli di Iraq Body Count, che conta solo le morti documentate dai media) sottostimano drasticamente il bilancio reale.
Physicians for Social Responsibility (2015): Un rapporto intitolato Body Count ha stimato che il bilancio totale delle vittime in Iraq tra il 2003 e il 2015 potrebbe aver superato il milione di persone (includendo morti dirette e indirette).
[2] Report UNICEF (1999): L’Iraq Child and Maternal Mortality Survey (ICMMS) rilevò che la mortalità infantile sotto i cinque anni nel sud e centro dell’Iraq era raddoppiata tra il 1990 e il 1998. L’UNICEF stimò che, se il trend di miglioramento degli anni ’80 fosse continuato, ci sarebbero stati 500.000 decessi di bambini in meno.
The Lancet (1995): Uno studio guidato da Sarah Zaidi aveva rilevato un eccesso di mortalità infantile simile, attribuendolo al collasso delle infrastrutture idriche, sanitarie e alimentari causato dall’embargo.
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