Indagini su un cittadino al di sopra di ogni sospetto
Dopo la notizia della morte di Bruno Contrada, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ma poi apparentemente riabilitato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ci aspettavamo che i sostenitori del SI al referendum sulla riforma della magistratura ne approfittassero per imputare a Pubblici Ministeri e giudici altre colpe che in questo caso non hanno. Ma non ci sembra che il caso dell’ex capo della Squadra Mobile di Palermo sia stato citato, almeno nei discorsi dei leader del fronte del Si. Anche il silenzio può essere eloquente, e allora, forse maliziosamente, interpretiamo questo silenzio come un riconoscimento della colpevolezza di Contrada.
Il caso è noto, ma vale la pena ripercorrerlo, per evitare che qualche lettore frettoloso e non addentro alle cronache mafiose, equivochi leggendo di un alto funzionario dello Stato prima condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa e poi “riabilitato” (fra virgolette, sottolineiamo) da una sentenza della Cedu, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Contrada fu accusato dalla Procura di Palermo di avere avuto rapporti con Cosa Nostra ai tempi in cui era capo della Squadra Mobile del capoluogo siciliano. In particolare gli furono addebitati l’agevolazione della latitanza di pericolosi capimafia, fra cui Riina; l’avere informato soggetti indagati, delle indagini in corso su di loro; di avere favorito il rilascio abusivo di patenti e porto d’armi a persone ritenute vicine ai mafiosi; di avere incontrato ripetutamente dei mafiosi conclamati.
Le prove di questo gravissimo e costante supporto a Cosa Nostra erano basate non solo sulla collaborazione di numerosi pentiti, ma anche su documenti, su intercettazioni e sulle dichiarazioni di tantissimi testimoni (fra cui l’ex capo del Pool antimafia Antonino Caponnetto, la giudice svizzera Carla Del Ponte, poliziotti, carabinieri e vedove di mafia).
Le prove furono ritenute inconfutabili e Contrada fu condannato in tutti e tre i gradi di giudizio. Successivamente la Cedu riabilitò, ma solo apparentemente, ripetiamo, l’ex capo della Squadra Mobile, perché all’epoca dei fatti contestati, cioè dagli anni Settanta al 1992, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa formalmente non esisteva ancora e dunque, secondo i giudici di Strasburgo – che non negano i fatti contestati – Contrada non poteva essere condannato.
Lasciamo da parte le considerazioni dei giuristi sulle contraddizioni evidenti nella sentenza della Cedu riguardo alla non punibilità del concorso esterno prima che diventasse formalmente reato. Checché ne pensino a Strasburgo, quel tipo di condotta illecita era punito anche prima, come confermano sentenze sia antecedenti a quella della Cedu, che successive. Fra queste una della Corte Costituzionale e una della Cassazione.
In ogni caso, i comportamenti di cui fu accusato Contrada non sono mai stati messi in discussione, né dalla stessa Cedu né dai giudici italiani che dopo di essa si sono occupati di Contrada (fra cui la Cassazione, comprese le Sezioni Unite).
Al di là di questo, è inconcepibile che un investigatore così esperto non si rendesse conto della illiceità della sua condotta. Contrada non era certo l’ispettore Clouseau, tutt’altro. Dopo gli anni alla questura di Palermo divenne alto dirigente dei servizi segreti e capo della sezione siciliana della Criminalpol.
È possibile che non fosse consapevole della gravità delle sue frequentazioni mafiose?
E pensare che Contrada divenne capo della Squadra Mobile di Palermo dopo l’assassinio di – quello si – un vero servitore dello Stato: Boris Giuliano. Fa male pensare che uccidendo Giuliano Cosa Nostra prese due piccioni con una fava, perché si liberò di un grande poliziotto che la combatteva davvero, per trovarsi al suo posto un proprio amico.
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