Il 2 aprile 1985, poco dopo le 8 del mattino, la strada costiera di Pizzolungo, frazione di Erice, fu sventrata dall'esplosione di un'autobomba carica di tritolo. L'obiettivo dell’attentato era il magistrato Carlo Palermo, in servizio alla Procura di Trapani da soli 40 giorni. Il giudice uscì illeso dall'attentato, ma la furia dell'esplosione distrusse le vite di Barbara Rizzo, 30 anni, e dei suoi gemellini di sei anni, Salvatore e Giuseppe Asta, che stava accompagnando a scuola.
La loro auto si trovò per un fatale destino tra l'autobomba e la blindata del magistrato, assorbendo la potenza della deflagrazione e salvando, di fatto, la vita agli occupanti della vettura giudiziaria.
Sebbene le sentenze abbiano individuato i mandanti nei vertici della "cupola", ovvero Totò Riina, Vincenzo Virga, Balduccio Di Maggio e Vincenzo Galatolo, la strage di Pizzolungo manca ancora una risposta definitiva sul "perché" di quell'attentato.
Per decenni, la carcassa della Fiat 132 blindata su cui viaggiava Carlo Palermo è rimasta esposta nel cortile del Palazzo di Giustizia di Trapani. Nel 2025, per volontà dell'amministrazione comunale di Trapani, è stata affidata all'artista Massimiliano Errera.
L'opera intitolata "Flowers 132" trasforma quei resti in un simbolo di speranza. Dalla carcassa distrutta nascono tre gigli di luce in ferro zincato, rivolti verso il cielo: rappresentano Barbara, Salvatore e Giuseppe. L'opera diventa così un messaggio potente contro le mafie e contemporaneamente consegna alla collettività la memoria che deve essere quotidiana per tradursi in consapevolezza, in azioni concrete e in rinnovata speranza.
Memoria, Testimonianza e Impegno Civile
Tra i quattro agenti della scorta rimasti gravemente feriti nell’attentato, c’era anche Salvatore La Porta che sedeva nell'auto con il magistrato Carlo Palermo.
In una recente intervista realizzata in esclusiva il 2 aprile 2026 al termine della commemorazione delle vittime della strage di Pizzolungo, Salvatore La Porta descrive la gravità delle sue ferite, il lungo coma e il difficile percorso di riabilitazione costellato da numerosi interventi chirurgici.
Salvatore La Porta: "Io mi trovavo sul lato esposto maggiormente alla deflagrazione della bomba e ho subito non pochi danni, un poco. Sono stato messo in coma. Mi hanno portato a Palermo con l'elicottero e, tra l'altro, ormai non mi volevano neanche operare perché le mie condizioni erano state considerate troppo gravi. Ma l'aiuto primario insistette ed è andata com'è andata: mi trovo a essere qua."
“Non ho ricordi di quell’attimo - spiega La Porta -, mi ricordo solo la mezz'ora prima dell’attentato, a causa del quale sono entrato in coma. Dopo un mese, quando mi sono svegliato, mi hanno raccontato cos’era accaduto. Cerco di sopravvivere a questo dolore e alle altre conseguenze di quel fatto."
Oggi la battaglia per la giustizia continua attraverso le voci di chi è rimasto. Margherita Asta, che aveva solo 10 anni quando perse la madre e i fratellini, e lo stesso Carlo Palermo (oggi avvocato a Trento), collaborano attivamente con associazioni come Libera. Il giardino "Non ti scordar di me", sorto sul luogo della strage, è diventato il presidio di una società civile che rifiuta il silenzio e continua a chiedere verità.
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