In copertina:
Michele Berton. Pacco sulla luna. Acrilico e pigmenti su carta fatta a mano
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Formato cartaceo disponibile: https://valdoimmovilli.com/
Sinossi
Martin è un giovane biologo di New York, inquieto e insoddisfatto, cresciuto in una famiglia privilegiata ma incapace di trovare un vero senso alla propria esistenza. La sua sensibilità lo porta a interrogarsi continuamente sulla vita, sulla sofferenza e sulle contraddizioni del mondo contemporaneo. Dopo una deludente relazione sentimentale e l’esperienza traumatica di un viaggio in Siria, dove assiste da vicino agli orrori della guerra, il suo malessere interiore si acuisce fino a trasformarsi in una profonda crisi esistenziale.
Un giorno, senza alcuna spiegazione apparente, Martin si ritrova misteriosamente catapultato in un luogo sconosciuto: un mondo pacifico, armonioso e radicalmente diverso da quello che conosce. Scopre presto di aver attraversato una barriera temporale ed essere giunto nell’anno 2398, quasi quattro secoli nel futuro.
Ad accoglierlo c’è Daniel, un uomo enigmatico e benevolo che gli rivela la verità: il mondo è cambiato profondamente. Le guerre sono scomparse, il denaro non esiste più, l’umanità vive unita in un’unica comunità globale fondata sulla cooperazione, sul rispetto reciproco e sulla consapevolezza spirituale. La tecnologia è avanzatissima ma perfettamente integrata con la natura; il progresso non ha distrutto l’equilibrio umano, ma lo ha finalmente reso possibile.
Martin entra così in contatto con una civiltà nuova, capace di coniugare scienza, etica, spiritualità e semplicità quotidiana. Attraverso Daniel, la figlia Sabrina — ricercatrice che vive sulla Luna — e la comunità che lo accoglie, scopre un modo di vivere fondato sulla meditazione, sulla crescita interiore, sulla responsabilità collettiva e su relazioni umane più autentiche e profonde.
Mentre esplora questo futuro sorprendente, Martin è costretto a confrontarsi con se stesso, con il proprio passato e con le ferite del suo tempo. Il viaggio diventa allora non solo un’esperienza fantastica, ma un percorso di trasformazione interiore: la possibilità di comprendere che un altro mondo non solo è possibile, ma nasce prima di tutto da una rivoluzione della coscienza.
Il mondo che verrà è un romanzo utopico e filosofico che intreccia fantascienza, riflessione spirituale e critica sociale, proponendo una visione luminosa e radicale del futuro dell’umanità. Un invito a ripensare il presente attraverso lo sguardo di ciò che potremmo diventare.
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1
Martin si ritrovò all’improvviso in un luogo sconosciuto e non aveva idea di come avesse fatto ad arrivarci. Provò a ricordare, ma per quanto frugasse nella memoria, non trovò il minimo appiglio. L’unico ricordo era una corsa lungo l’Hudson River fino a Battery Park, dove si era seduto a riposare su una panchina, ma non era certo la stessa su cui si trovava adesso; non c’era la statua della libertà in vista e nessun fiume.
Soprattutto non c’era il caos del traffico, la confusione; era come se all’improvviso ogni rumore fosse cessato. Si trovava, adesso, in una specie di parco, non molto vasto ma ben curato, un prato verde contornato da una fila di grandi tigli che diffondevano nell’aria un profumo intenso.
Dalla parte opposta c’erano dei bambini che si rincorrevano sull’erba e, poco distante, all’ombra di un albero più grande, c’era un chiosco dove alcune persone stavano sedute a conversare tranquillamente.
Poi, come non bastasse, si accorse di non avere le scarpe; non ricordava di essersele tolte e non riusciva a capire come avesse potuto perderle. “Come si fa a perdere le scarpe?” si chiese, poi guardò intorno provando a cercarle, ma non le vide e questo contribuì ad aumentare l’ambiguità di quella situazione.
Poteva essere un sogno? Stava sognando? No! Non era un sogno, oppure, se lo era, era talmente reale che non aveva memoria di qualcosa del genere.
C’era nell’aria un’atmosfera particolare, un senso inconsueto di pace. La temperatura era mite e il cielo sopra le chiome degli alberi era limpido, luminoso, segnato da rare nuvole bianchissime.
Quel silenzio gli ricordava la sua infanzia; la Svizzera, laghi e valli dove trascorreva le vacanze estive, ma quella non era la Svizzera e tanto meno una valle di montagna. Sembrava una piccola cittadina di provincia messicana, addormentata nel pomeriggio, gli unici rumori che udiva erano le voci gioiose dei bambini e il cinguettio degli uccelli occultati tra le foglie degli alberi.
In quella pace il senso di oppressione che l’aveva accompagnato ultimamente sembrava magicamente scomparso.
Abbandonò l’idea che fosse un sogno e iniziò a pensare che si trattasse di un’amnesia “aveva ricevuto un colpo in testa da un ladro che, probabilmente, non gli aveva rubato solo le scarpe”. Si frugò in tasca per verificare; nel portafogli c’erano ancora i soldi e i suoi documenti, dei quali si ricordava perfettamente. Si ricordava di tutto adesso, tranne che di quel luogo. Dunque? Se non credeva a un sogno, ancor meno era accettabile un’amnesia, e l’idea che qualcuno gli avesse rubato le scarpe, e solo quelle, era totalmente insensata.
Pensò e ripensò, ma nulla lo conduceva a quella situazione. C’erano un prima e un adesso, ma gli apparivano così distanti da non trovare tra di essi nessun collegamento.
Martin aveva vissuto buona parte della sua vita come se tutto fosse semplice, come fosse un gioco. La sua era una famiglia di livello economico elevato, il padre era consulente di alcune importanti multinazionali e guadagnava molto. Era figlio unico e i genitori lo avevano sempre protetto e assecondato in tutto. La madre dirigeva una rivista di moda, ma non si era mai fatta mancare il tempo per prendersi cura del figlio.
Era nato fortunato, tuttavia era sorta in lui una insoddisfazione di fondo, un qualcosa che lo faceva sentire come se fosse sempre nel posto sbagliato. All’inizio era convinto che tutto questo dipendesse dall’America: lui era nato in Svizzera, la madre era svizzera, di Lucerna; aveva vissuto là i primi anni di vita e continuò a tornarci durante l’estate per molti anni. Pensava fosse quella la ragione del suo disagio: era affezionato alla Svizzera e l’America non gli piaceva.
Aveva finito gli studi laureandosi in Biologia, era ossessionato dal più grande di tutti i misteri: la vita. Ma scoprì ben presto che lo studio di quella materia non serviva per rispondere ai suoi dubbi, alle sue curiosità. Riflessioni che gli impedivano di radicarsi nella vita quotidiana e di goderne, come sarebbe stato normale per un ragazzo della sua età cui non mancava praticamente nulla. Fu così che decise di trasferirsi a New York attratto da quel vivere intenso, pieno di energia, determinato a lasciarsi andare, ad immergersi nella vita, più che a studiarla, ma tutto si rivelò vano, con l’unico risultato di farlo sentire sempre più isolato e fuori dal mondo.
L’unica cosa che lo appassionava era scrivere; anche se non gli permetteva di trovare delle risposte, scrivere l’aiutava a dare un ordine e un senso ai pensieri, era una specie di frugarsi dentro, come cercasse in sé una risposta e gli sembrava a volte di intuire un’eco in lontananza. Fu così che con l’aiuto della madre, la quale aveva molte conoscenze nel campo editoriale, iniziò a lavorare in un giornale.
Considerando che la biologia non era un argomento di grande attualità e che lui non aveva esperienza alcuna, lo lasciarono inizialmente libero di scrivere quel che voleva e lui ne approfittò per esprimere, liberamente, le sue emozioni e la sua visione del mondo, o forse sarebbe meglio dire le sue fantasie. Lo faceva come si trattasse di brevi racconti, che non erano molto considerati, tuttavia, ogni tanto, trovavano spazio nella pagina culturale.
Fu in quell’ambiente, che incontrò Melania. Lei sembrava molto attenta e interessata a ciò che lui scriveva, era incuriosita dagli argomenti che trattava e soprattutto da come li trattava, da quel suo porre domande che avevano l’obiettivo preciso di stimolare delle riflessioni. Lo seguiva con entusiasmo e un giorno glielo disse.
- Grazie, rispose lui, sembri essere l’unica ad apprezzarli.
- Dici?
- Sì, penso che li pubblichino più per una specie di rispetto nei confronti della mia famiglia che per un reale interesse; le persone sono più interessate alle distrazioni che alle riflessioni, non credi?
- Oh, non tutti.
- E cosa te lo fa pensare?
- Beh, non sei l’unico a vedere le contraddizioni di questo mondo, sei solo nella redazione sbagliata, qui non interessa e hai ragione; se non fosse per la tua famiglia, ti avrebbero già licenziato.
Per Martin non fu difficile sentirsi attratto da quella ragazza che sembrava capirlo e provò per lei un interesse che gli era sconosciuto. Iniziarono a frequentarsi, tuttavia, Melania, c’era e non c’era; a volte la sentiva vicina e presente, poi all’improvviso sembrava sparire nel nulla, come se ci fosse in lei qualcosa che la portava via, un mistero che aveva l’unica conseguenza di renderla ancora più affascinante.
“Chissà, forse siamo tutti così”, pensò fra sé, come volesse giustificarla, “a volte ci siamo a volte non ci siamo”. Il fatto era che lui, Melania, l’avrebbe voluta sempre; stare con lei lo faceva sentire bene, acquietava quel senso di estraneità al mondo che iniziava a pesargli. Non gli mancavano certo le ragazze, era lui che le aveva sempre eluse, non trovando in nessuna lo stimolo per una relazione approfondita e adesso che si era finalmente deciso non sapeva come comportarsi, come reagire. Provò ad accettare la situazione così com’era, a farsela bastare, ma non ebbe nemmeno il tempo di adeguarsi. Melania scomparve improvvisamente senza lasciare nessuna traccia.
Martin non se lo aspettava, non era preparato. Si era affezionato a quella ragazza e adesso gli mancava. Era rimasto deluso, si era fidato di lei e se ne era innamorato. Era la delusione che gli creava il maggior disagio, non riusciva a capire perché Melania fosse scomparsa in quel modo senza nemmeno salutarlo. La delusione creò in lui un malessere che, aggiunto al resto, divenne insopportabile.
Continua
Prossima puntata 18 maggio.
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