Etna: le nuove scoperte scientifiche - di Anna Lisa Maugeri

Pubblicato il 7 maggio 2026 alle ore 05:53

Foto di Anna Lisa Maugeri

La Sicilia è uno dei territori italiani più affascinanti grazie ad un patrimonio naturale e paesaggistico ricco ed eterogeneo, dalle catene montuose fino alle coste e ai suoi mari. L’Etna è sicuramente uno dei simboli dell’isola più conosciuto e attraente per i turisti, oltre che per gli stessi abitanti, specialmente per coloro che la osservano quotidianamente dalle sue pendici e che la indicano da sempre al femminile e come “la Montagna”.

Il vulcano attivo più alto d’Europa ci osserva dai suoi 3400 metri di altezza, ne odiamo spesso voce, ne percepiamo il suo respiro, ci ricorda talvolta la sua potenza nel fuoco delle sue arterie di lava. Forse è difficile per molti capire che per noi siciliani l’Etna non è minaccia, ma è femmina e madre: la sua attività millenaria ha reso fertili queste terre, donando ai frutti e ai prodotti agricoli locali, tra cui il pistacchio di Bronte, le arance rosse o i vini dell'Etna, proprietà nutritive e organolettiche uniche. Patrimonio dell’Unesco dal 2013, l’Etna è riconosciuta a livello mondiale per la sua importanza scientifica e culturale.

Oggi sulla sua vetta si contano ben quattro crateri principali: la Voragine, la Bocca Nuova, il Cratere di Nord-Est e il Cratere di Sud-Est. È sempre possibile vedere in streaming le immagini del vulcano ripreso da diverse prospettive, ad esempio attraverso la web cam posta all’altezza di 1810 metri sul livello del mare e che offre una panoramica da Piano Provenzana collegandosi al link https://www.youtube.com/watch?v=s33QEel5zQo del canale YouTube Weather Italy - WS Cam.

L’Etna è un laboratorio a cielo aperto che continua a stupire la scienza, rivelandosi uno scrigno di segreti ancora da svelare, ed essendo monitorato h24 dall'INGV, è uno dei vulcani più conosciuti e studiati al mondo. Recentemente una delle ultime ipotesi degli studiosi è diventata una notizia ripresa dai principali organi di stampa nazionali e internazionali.

La genesi del vulcano Etna risalirebbe a 500 mila anni fa. La sua posizione geografica, la composizione chimica della sua lava e la frequenza delle sue eruzioni lo rendono un vulcano enigmatico, con delle specificità che non corrisponderebbero a nessun altro modello di vulcano attivo al mondo. Proviamo a spiegare di seguito e in maniera semplice perché.

Esistono tre famiglie di vulcani: quelli che nascono sulle dorsali oceaniche, dove le placche si separano e il magma risale nello spazio vuoto; i vulcani delle zone di subduzione, dove una placca scivola sotto l'altra e l'acqua, trascinata giù, favorisce la fusione del mantello (ne è un esempio il Monte Fuji in Giappone); infine, i vulcani che nascono da hotspot (punti caldi), dove colonne di calore estremo risalgono dal profondo mantello (come nella genesi delle isole Hawaii).

L’Etna non apparterebbe a nessuna di queste categorie poiché, pur trovandosi vicino a una zona di subduzione, il suo magma ha una composizione chimica tipica degli hotspot; eppure l’isola non si trova su alcun punto caldo. L’Etna ha un’attività vulcanica molto frequente e una capacità straordinaria di espellere enormi volumi di magma in tempi molto brevi, con emissioni caratterizzate da un'altissima concentrazione di gas e vapori.

I ricercatori ne hanno studiato i campioni di lava per valutarne la composizione chimica, verificando che il materiale lavico non sarebbe sostanzialmente variato nel tempo. L’ipotesi degli scienziati suggerisce che le eruzioni vulcaniche dell’Etna avvengano per un “effetto spugna”. A differenza degli altri vulcani, dove il magma si forma poco prima dell'eruzione, sotto l'Etna esisterebbero già delle "sacche" di magma antico intrappolate a circa 80 km di profondità. Lo scontro tra la placca africana e quella eurasiatica agirebbe come una mano che stringe una spugna imbevuta. La pressione causata dalla collisione e dalle fratture della crosta spingerebbe il magma antico verso la superficie.

L'Etna, quindi, non produce magma nuovo per fusione immediata, ma espelle magma già presente nel mantello profondo, sfruttando le fratture create dalle forze tettoniche del Mediterraneo. Questo porterebbe a pensare che si tratti di una quarta tipologia di vulcano denominata “petit-spot” dai geologi giapponesi che ne hanno parlato per la prima volta nel 2006. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Geophysical Research — Solid Earth e condotto in collaborazione con la Dott.ssa Anna Rosa Corsaro dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania.

Fonte: https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2025JB032785

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