Un evento cosciente è, per definizione, un evento esperito da un soggetto. Un pensiero deve essere pensato, un’idea deve essere concepita, un giudizio deve essere formulato. Tutte le esperienze coscienti che l’individuo sperimenta presentano delle sensazioni qualitative particolari, in latino qualia, che, come scrive Daniel Dennett, “costituiscono il modo in cui le cose ci appaiono”. Una volta stabilita l’esistenza di un io che esperisce in prima persona il mondo e di un’interiorità in cui tale esperienza prende forma, si delinea quella di un’esteriorità su cui il soggetto indaga. E’ su quest’ultima che si propongono giudizi e si sviluppano analisi, al fine di capirne i caratteri principali. Ma se chiedessimo a qualcuno di spiegare cosa siano, per esempio, i colori, tutto ciò che dovremmo aspettarci è una descrizione del fenomeno fisico del colore. Non si otterrebbe alcun genere di spiegazione di cosa voglia dire esperire i colori, perché questo implicherebbe una prospettiva in prima persona.
La questione primaria del dibattito che interessa scienziati e filosofi della mente riguarda proprio l'interpretazione degli eventi vissuti in prima persona. O gli eventi mentali sono l’esito dei processi fisici e in questo caso avrebbero ragione i materialisti, oppure i primi non sono riducibili ai secondi e si avrebbero così due entità diverse, l’una materiale e l’altra mentale. Nel caso del dualismo, quindi, esisterebbe uno iato tra il cervello fisico e la mente cosciente.
Lasciando da parte l’analisi delle conseguenze di queste interpretazioni e applicando il tema della coscienza all’attuale discorso sull’intelligenza artificiale, sorge spontaneamente la domanda: è possibile che questa diventi cosciente? Secondo il neuroscienziato britannico Anil Seth ciò accadrebbe soltanto se essa fosse vivente (“living”). Al TED Talk del 16 aprile scorso, “Why AI isn’t going to become conscious", Seth prende avvio dalla “metafora del computer”, secondo cui il cervello fisico dell’uomo è paragonabile all'hardware di un computer e la mente, o gli stati di coscienza, al software. Sia la mente che il computer ricevono input, li elaborano e generano risposte. Ma se la teoria computazionale della mente fosse valida, se cioè tale corrispondenza fosse totale vorrebbe dire che un computer dovrebbe essere in grado di produrre le funzioni mentali umane o di fare esperienza cosciente.
E, allo stesso modo, se fossimo in grado di simulare e computerizzare ogni dettaglio del cervello, sarebbe possibile ricavarne uno vero e proprio? Sarebbe possibile cioè che esso abbia le funzioni che gli sono proprie naturalmente?
La domanda che si pone Seth presenta una certa somiglianza con il celebre argomento degli zombie filosofici – discusso ampiamente da David Chalmers – per il quale è possibile immaginare un mondo in cui esistono entità fisicamente identiche agli esseri umani, cellula per cellula, ma privi di coscienza. Il punto dell’argomento, che vale la pena almeno menzionare, è che se è possibile ipotizzare un’entità fisicamente identica ad un essere umano ma senza coscienza, quest’ultima non può essere spiegata in termini meramente fisico-meccanici. Per questo l’argomento è inteso come una confutazione del fisicalismo e un corollario del dualismo.
Tornando alla tesi di Seth si può dire che essa propone un’implicita coincidenza tra la coscienza e l’essere organismi viventi. L’esperienza vissuta è l’esperienza cosciente. Al contrario, l’intelligenza artificiale non ha esperienza del mondo; manipola soltanto le informazioni e i dati ricevuti seppur modificandone le connessioni in base alla propria esperienza. In questo senso possiede una plasticità simile a quella del cervello naturale. In merito a questo, l’attenzione maggiore è rivolta dal neuroscienziato precisamente al tipo di linguaggio impiegato per descrivere l’intelligenza artificiale. Assimilare il cervello umano ad un computer non fa altro che limitare la comprensione del primo; la stessa metafora cervello-computer restringe enormemente le nostre capacità di descriverlo. Senza contare che il fenomeno stesso degli eventi coscienti e in generale l’analisi della coscienza si presenta ancora oggi come una delle sfide più grandi per le neuroscienze.
La principale conseguenza dell’adozione di un simile linguaggio è la tendenza a vedere non soltanto negli algoritmi ciò che c’è di umano, ma negli esseri umani ciò che c’è di computerizzabile. In altre parole si finirebbe col confondere i loro confini e a definire erroneamente il legame tra uomo e macchina. La stessa domanda relativa alla possibilità di un'intelligenza artificiale cosciente mette in mostra l’incapacità di parlarne con un vocabolario che non ricordi quello umano, ed è forse per questa incapacità che crediamo che sia possibile davvero una coscienza digitale. Tendiamo a riconoscere nella macchina ciò che riconosciamo in noi stessi.
In questa prospettiva acquistano un senso i casi di attaccamento patologico ai chatbot di Chat Gpt e Open Ai, ricettacoli di confessioni e richieste di supporto soprattutto dai più giovani, sempre più isolati e devoti ad un interlocutore ottimizzato per adeguarsi a qualsiasi argomento di conversazione. Si riconosce nei dialoghi digitali la piena fiducia nelle risposte generate artificialmente, senza interruzioni e senza mancanze, nell’illusione di interfacciarsi con una persona reale, dalle reali qualità relazionali, dallo stesso grado di empatia che ci si aspetterebbe da un amico. La sovrapposizione della personalità umana alla personalità digitale corrompe anche nel senso opposto. Il giovane che si confronta con l’intelligenza artificiale e instaura con essa un rapporto privo di responsabilità non si accorge di essere l’unico artefice non solo del rapporto stesso ma anche della personalità che ad ogni input si concretizza. Detto altrimenti, la “persona digitale” a cui il giovane promette completa fedeltà non è altro che il frutto degli scambi e delle conversazioni che egli ha condiviso in primo luogo. Non c’è alcuna originalità da cui essere ispirati nel caso di una macchina che combina dati preesistenti; che non conosce, il più delle volte, il confine presso cui arrestarsi.
Aggiungi commento
Commenti