Wittgenstein e il significato della parola - di Ginevra Ruggiero

Pubblicato il 23 giugno 2026 alle ore 21:10

“Pensa ora a quest’impiego del linguaggio: Mando uno a far la spesa. Gli do un biglietto su cui stanno i segni: «cinque mele rosse». Quello porta il biglietto al fruttivendolo; questi apre il cassetto su cui c’è il segno «mele»; quindi, cerca in una tabella la parola «rosso» e trova, in corrispondenza ad essa un campione di colore; poi recita la successione dei numeri cardinali [...] fino alla parola «cinque» e ad ogni numero tira fuori dal cassetto una mela che ha il colore del campione. Così, o pressappoco così, si opera con le parole. [...] Ma che cos’è il significato della parola «cinque»? – Qui non si faceva parola di un tale significato, ma solo del modo in cui si usa la parola «cinque».

Questo passo ricavato dalla prima parte delle Ricerche Filosofiche (1953) di Ludwig Wittgenstein, tra i più importanti filosofi del linguaggio del XX secolo, dimostra che il significato di una parola non è determinato da principi logici fissi e restrittivi, come voleva tra l’altro il Tractatus logico-philosophicus (1921) dello stesso autore, ma dall’uso che di essa si fa. Il senso dipende dal contesto in cui viene pronunciata la parola. Il linguaggio non è un insieme isolato di segni, ma un sistema intimamente connesso alle attività e pratiche quotidiane. In questo senso la descrizione di una parola non può precedere l’impiego che di essa si fa in un dato contesto.

“Pensa agli strumenti che si trovano in una cassetta di utensili: c’è un martello, una tenaglia, una sega, un cacciavite, un metro [...]. Quanto differenti sono le funzioni di questi oggetti, tanto differenti sono le funzioni delle parole. [...] Quello che ci confonde è l’uniformità nel modo di presentarsi delle parole che ci vengono dette, o che troviamo scritte o stampate. Infatti, il loro impiego non ci sta davanti in modo altrettanto evidente”.

Il linguaggio è uno strumento che permette una pluralità di usi; le parole sono come degli utensili che consentono di svolgere una varietà di operazioni. Esse, quindi, non agiscono come etichette che denominano univocamente le cose. Non sussiste una completa corrispondenza tra il linguaggio e gli stati o cose del mondo. Esiste soltanto una molteplicità di quelli che Wittgenstein definisce “giochi linguistici” e che, al pari di qualsiasi altro gioco, presentano una serie di regole da seguire. La visione del fatto linguistico come gioco permette così di chiarirne, da un lato, il carattere intimamente sociale e, dall’altro, mette in risalto l’idea che ogni proposizione, asserzione, ed enunciato è orientato ad un certo scopo. Per fare qualche esempio: ordinare, pregare, promettere.

L’attrattiva primaria della considerazione delle regole che soggiacciono ai giochi risiede nella volontà da parte del filosofo di evitare qualsiasi tentazione metafisica, a causa della quale la grammatica del linguaggio, aperta e variabile, prenderebbe la forma della logica “pura e cristallina". Ma il filosofo aggiunge che esse sono “autonome” e cioè arbitrarie: ancora una volta, quindi, non viene ammessa alcuna rigidità definitoria delle parole, né può esistere alcun linguaggio davvero adeguato alla realtà. L’arbitrarietà e l’indipendenza reciproca delle regole è dovuta al fatto che l’applicazione di esse coincide con la propria determinazione.

Per questo si può dire che l’esistenza stessa della regola viene insieme al suo uso.

Sebbene non venga immediatamente chiarito come possano essere compatibili la necessità e la non-costrittività della regola, Wittgenstein prosegue sostenendo l’impossibilità di seguirne una privatamente. Non soltanto, infatti, credere di seguire una regola e seguirla effettivamente sono due cose diverse, ma nel secondo caso, è necessaria anche la presenza altrui. Questo discorso si comprende alla luce dell’argomento del linguaggio privato.

L’idea fondamentale è che non può esistere un linguaggio comprensibile unicamente da parte del suo inventore per almeno quattro ragioni: (i) se esistesse una sfera accessibile solo privatamente questa non sarebbe appannaggio del linguaggio e dunque (ii) non ha senso impiegare il linguaggio stesso per constatarne l’esistenza; perché (iii) per trattare di oggetti privati non può essere utilizzato un linguaggio pubblico; e, infine, (iv) neppure un linguaggio privato sarebbe in grado di trattare di esperienze interiori perché il fatto che esso sia incomprensibile per gli altri lo rende incomprensibile per il suo stesso inventore.

La premessa da tenere a mente prevede quindi che un linguaggio privato, cioè incomprensibile per chiunque eccetto per colui che lo pronuncia interiormente, non possa funzionare come un linguaggio in primo luogo. La dimensione comunitaria del linguaggio sta proprio nella sua intrinseca capacità di dimostrare il criterio di correttezza dell’uso di questa o quella parola. Perché se l’uso delle parole non fosse condivisibile e non fosse compreso dagli altri non potremmo mai sapere se quello che diciamo ha significato oppure no, e cioè se stiamo seguendo una regola per un determinato gioco linguistico oppure stiamo solo credendo di seguirla.

Per ricapitolare: il significato è dato dall’uso, le regole devono essere condivisibili, il linguaggio ha una natura pubblica e sociale.

Ma  se il linguaggio è un fatto comune e comunitario attraverso cui dare significato (variabile) alla realtà, chi controlla il discorso pubblico controllerà anche il modo in cui tale realtà viene percepita. In questa prospettiva trova una collocazione anche il rapporto foucaultiano tra il potere e il sapere. Il linguaggio in generale e il discorso in particolare è un mezzo di potere contemporaneamente positivo e negativo. Dovendo adeguarsi alle norme sociali e alle pratiche culturali, il discorso esercita un potere negativo su colui che lo pronuncia. Non potendo dire qualunque cosa esso appare limitato. D’altra parte, quanto invece è pronunciabile e dicibile esercita un potere positivo sull’ascoltatore che ne subisce l’influenza.

Ne consegue una società in cui il potere amministrato si esplica primariamente nella pratica relazionale del discorso, in cui l’individuo esiste in una condizione di proibizione e libertà pubblicamente formalizzate.

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