Sogno un’arca con alberi di noce e castagno,
la sogno col fasciame in acero bianco,
forte e profumato vascello di speranza!
Giungerà dai fiordi il rovere per la ruota del timone,
saranno in tiglio rumeno e in ciliegio americano gli interni,
in legno d’Asia e Oriente lo specchio di poppa,
la prua e la polena in ebano africano.
Tutte le mani dovranno lavorarvi con lena,
mani di ogni riva e di ogni razza;
e in mezzo ad esse la mano di Dio,
sarà Lui il maestro d’ascia dell’operoso arsenale!
L’arca di cui favoleggio rullerà
sulle onde del prossimo domani,
sarà una finestra senza pareti,
e ogni ramo del nostro ceppo s’impegnerà
secondo sagge disposizioni
nell’incrocio di ordinate e madieri,
per una solidissima struttura
che tutti accolga sotto vele biancheggianti,
gonfie di monumentale leggerezza.
Sogno che ogni volto sia una pagina
del diario di bordo, una mappa
del nostro assennato cabotaggio;
che anche il viso più tiepido e nascosto
diventi un mare a fiorami di spuma,
una rotta
in cui sorprendere ciò che tutti siamo:
catene di piume,
stormi su una tinozza immane,
che come semenza gli alisei spargono ai quattro angoli
di un florido dramma.
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Un messaggio universale di orizzonti lontani e presenza interiore.