Perché non riesco a smettere? Dialogo tra un figlio e un genitore sulla dipendenza digitale - di Maurizio Torti direttore.

Pubblicato il 13 luglio 2026 alle ore 19:09

Il sentiero saliva piano tra i vigneti della Valle di Cembra, disegnati con pazienza sulle pendici come una trama antica. I muretti a secco trattenevano la terra con una forza silenziosa, quasi invisibile, mentre il sole del mattino scivolava sulle foglie e faceva brillare, qua e là, l’umidità rimasta nella notte. In basso, il fondovalle restituiva un’eco lieve: il ronzio lontano di un motore, il canto intermittente di un uccello, il colpo secco di un sasso smosso da un passo.

Il ragazzo camminava con le mani in tasca, lo sguardo ogni tanto perso sul telefono che non aveva ancora acceso.

«Papà,» disse infine, «ma è vero che certi social o certe app ti fanno venire voglia di usarli sempre?»

Il genitore rallentò il passo. «Sì, può succedere. Non perché il telefono abbia un potere magico, ma perché molte piattaforme sono progettate per tenere alta l’attenzione. Questo si chiama design persuasivo

Il ragazzo alzò le sopracciglia. «Design persuasivo… sembra una cosa elegante

«Lo è, in un certo senso. È un insieme di scelte tecniche e psicologiche che rende un’interfaccia molto efficace nel guidare il comportamento dell’utente. Per esempio, notifiche, feed infiniti, autoplay, contenuti personalizzati, colori, tempi di risposta rapidissimi. Tutte cose che rendono più facile restare dentro l’app invece di uscire.»

Passò una lepre tra l’erba alta ai margini del sentiero. Il ragazzo la seguì con gli occhi per un istante, poi tornò a guardare il padre.

«Ma allora è colpa del cervello nostro se ci caschiamo?»

«Non proprio. Il cervello umano funziona con un sistema di ricompensa. Quando ricevi qualcosa di nuovo, interessante o socialmente gratificante, come un like o un messaggio, si attivano circuiti cerebrali legati alla motivazione e al piacere. È normale. Il problema nasce quando questi stimoli arrivano in modo continuo e imprevedibile, perché allora il cervello impara a cercarli sempre più spesso

«Quindi è come una trappola?»

«Non una trappola in senso assoluto, ma un ambiente costruito per essere molto coinvolgente sì. E quando l’ambiente è progettato per massimizzare il tempo di permanenza, il rischio di uso compulsivo aumenta

Arrivarono a un tratto più aperto, dove il panorama si spalancava sulle pendenze coltivate. I filari scendevano e risalivano come righe disegnate a mano, e in fondo la valle sembrava respirare lentamente. Il ragazzo si fermò un attimo.

«È bellissima, questa valle

«Sì. E guarda come è stata costruita: non è un paesaggio casuale. Dietro c’è lavoro umano, fatica, conoscenza del terreno, pazienza. I muretti a secco, i terrazzamenti, la disposizione delle vigne: tutto parla di equilibrio tra natura e intervento umano.»

«Un po’ come succede con le app?»

Il genitore sorrise. «In un certo senso sì. Anche lì nulla è casuale. Ogni elemento dell’interfaccia è pensato per produrre un effetto. Non per forza per farti male, ma per aumentare l’interazione. Il punto è che l’interazione, se diventa eccessiva, può trasformarsi in dipendenza comportamentale.»

Un cane abbaiò in lontananza, poi si udì il rumore breve di un trattore che lavorava più in basso, quasi nascosto dalla curva del pendio. I due ripresero a camminare.

«Dipendenza comportamentale… cioè non da una sostanza, ma da un’abitudine?»

«Esatto. Non stiamo parlando per forza di alcol, nicotina o farmaci. Qui il comportamento stesso, per esempio scorrere video, controllare messaggi, aprire e richiudere un’app, diventa ripetitivo, difficile da controllare e fonte di disagio. In medicina si parla di dipendenza comportamentale quando una persona perde il controllo, continua nonostante le conseguenze negative e fa fatica a ridurre l’uso.»

«Come si capisce se è solo uso intenso o qualcosa di più serio?»

«Si guarda a diversi segnali. Se una persona trascura il sonno, lo studio, il lavoro, le relazioni o le attività quotidiane perché è assorbita dal comportamento digitale, allora il problema va preso sul serio. Non conta solo il tempo, ma soprattutto l’impatto sulla vita reale.»

Si avvicinarono a una piccola fontana lungo il sentiero. L’acqua usciva fresca da una bocca di pietra e batteva nella vasca con un suono regolare, quasi rassicurante. Il ragazzo si chinò, si bagnò la mano, poi bevve.

«A volte mi capita di dire: guardo solo un video, poi un altro, poi un altro… e alla fine è passata un’ora.»

«È un’esperienza molto comune. Le piattaforme usano il rinforzo intermittente: non sai mai con precisione quale contenuto arriverà dopo, e questo aumenta la probabilità che tu continui a cercare. È lo stesso principio che rende molto potente l’attesa della ricompensa. Il cervello si abitua a quella possibilità di novità continua.»

«Quindi non sono pigro, sono… programmato male?»

«No. Sei umano. E un ambiente molto stimolante può sfruttare tendenze normali del cervello umano, come la curiosità, la ricerca di approvazione, la paura di perdere qualcosa. Questo non significa che siamo senza difese, ma che dobbiamo conoscere il meccanismo per non subirlo passivamente

Un merlo si posò su un palo poco distante. Restò immobile per qualche secondo, poi spiccò il volo. Il ragazzo seguì il movimento con gli occhi.

«E nei ragazzi è peggio?»

«Può esserlo. Nell’età evolutiva il cervello è ancora in maturazione, soprattutto nelle aree che regolano il controllo degli impulsi e la capacità di valutare le conseguenze a lungo termine. Per questo gli adolescenti possono essere più esposti agli effetti di un uso intenso e continuo dei social o dei giochi online.»

«Quindi il cervello dei ragazzi è più fragile?»

«Preferisco dire più plastico, più sensibile. La plasticità è una grande risorsa, ma rende anche più facile apprendere abitudini ripetute, nel bene e nel male. Se un adolescente usa in modo eccessivo le piattaforme digitali, quel comportamento può consolidarsi più facilmente

Il vento portò un odore di terra calda e di erba tagliata. Più avanti, tra le viti, si muovevano due persone chine sul lavoro, quasi fuse nel paesaggio. Il ragazzo guardò quella scena in silenzio.

«E la medicina cosa fa, in questi casi?»

«Prima di tutto valuta. Non si parla di dipendenza solo perché una persona passa molto tempo online. I medici e gli psicologi cercano segnali come perdita di controllo, compromissione della vita quotidiana, irritabilità quando manca l’accesso, uso continuato nonostante i problemi. Se serve, si interviene con psicoterapia, supporto familiare, educazione all’uso digitale e, nei casi più complessi, con un’équipe specialistica.»

«Quindi non basta dire: lascia il telefono e basta

«No, perché se un comportamento è già diventato compulsivo, serve capire perché si è stabilito e quali funzioni svolge per la persona. A volte il digitale viene usato per calmare ansia, noia, solitudine o stress. Se togli lo strumento senza affrontare il motivo, il problema resta.»

Arrivarono a un punto in cui il sentiero si piegava leggermente e la vista mostrava un intreccio di colline, muretti e appezzamenti ordinati. In alto, una piccola struttura tecnica rompeva la continuità del verde, come un promemoria della presenza umana dentro il paesaggio.

«Allora la prevenzione comincia prima che diventi un problema?» chiese il ragazzo.

«Esattamente. La prevenzione è fondamentale. Serve educazione digitale, soprattutto in famiglia e a scuola. Servono regole chiare sugli orari, spazi senza schermo, notifiche ridotte, uso condiviso e consapevole. Aiuta molto anche insegnare a distinguere tra uso utile e uso automatico.»

«E per i più piccoli?»

«Per i bambini vale ancora di più. L’esempio degli adulti conta moltissimo. Se un genitore chiede al figlio di non stare sempre al telefono ma poi controlla il proprio ogni due minuti, il messaggio non funziona. La prevenzione non è solo divieto: è coerenza, presenza, alternativa concreta.»

Il ragazzo annuì, poi sorrise guardando la valle.

«Mi piace che non stai dicendo che la tecnologia è cattiva.»

«Perché non lo è. La tecnologia è uno strumento. Il problema nasce quando il suo design orienta il comportamento in modo troppo forte, e quando l’uso perde equilibrio. La stessa cosa che può aiutare a imparare, comunicare, lavorare, può anche essere usata in modo da catturare l’attenzione per lunghi periodi.»

Si fermarono vicino a un muretto a secco particolarmente curato. Piccole pietre di forme diverse si incastrano tra loro con una precisione quasi invisibile. Il ragazzo le sfiorò con la mano.

«Anche qui qualcuno ha costruito tutto pezzo per pezzo

«Sì. E proprio questo è un buon paragone: come il paesaggio è frutto di pazienza e progettazione, anche il mondo digitale è frutto di scelte progettate. La differenza è che nel paesaggio vediamo il lavoro, nel digitale spesso lo percepiamo solo dopo, quando il comportamento è già cambiato

«Quindi la domanda giusta non è solo “quanto sto online?”, ma “che effetto mi fa?”»

«Hai centrato il punto. La domanda davvero importante è quella. Se l’uso del digitale migliora la tua vita, ti aiuta a connetterti, a imparare, a creare, allora è uno strumento. Se invece ti ruba sonno, concentrazione, relazioni e serenità, allora il problema non è il dispositivo in sé, ma il rapporto che si è creato con esso

Ripresero a camminare. In lontananza si sentì il rintocco di una campana, breve e quasi smorzato dal vento. Il ragazzo teneva il passo del padre senza fretta.

«Allora bisogna imparare a usarlo, non a farsi usare

«Esatto. Questa è la vera educazione digitale. Non paura, non demonizzazione: consapevolezza. E quando serve, anche aiuto professionale

Il sentiero continuava tra le vigne, mentre la valle restava lì, ampia e silenziosa, con la sua bellezza costruita con fatica e intelligenza. Era un paesaggio che insegnava molto: che le cose più solide nascono nel tempo, e che anche le abitudini, buone o cattive, si formano un passo alla volta.

Maurizio Torti, direttore

Aggiungi commento

Commenti

Non ci sono ancora commenti.