Se il linguaggio culturalmente determinato è il primo strumento del giornalista e se l’argomento preso ad oggetto d’esame non è che l’intero sistema di fatti sociali e politici, propri dello spazio relazionale che si abita e legalizza, qual è il modo corretto di scriverne?
L’imparzialità non è neutralità.
L’attenzione del giornalista che nell’intermezzo tra la moltitudine e chi la governa si posiziona centralmente al fine di proteggere se stesso dai rimproveri della prima e dalle lusinghe dei secondi, necessita della difesa radicale offerta dall’unica roccaforte individualmente presieduta: la morale. Se si assume l’interdipendenza tra il ruolo del giornalista e la collocazione che esso assume nella società, ci si può facilmente convincere di un fatto: l’estensione della divulgazione, che al tempo stesso è anche ricerca di una verità condivisibile, non può oltrepassare lo spazio che gli è stato concesso. Il giornalista non è autonomo ma spandendosi e ritraendosi per raccogliere e distinguere quanti più elementi d’interesse, resta sempre in quella terra intermedia tra i molti e i pochi.
La moltitudine, infatti, riconoscendo di essere contemporaneamente al di sotto dei governanti a cui ha trasmesso il suo potere e al di sopra di essi per via del proprio valore (almeno) numerico non risulta spesso affascinata dall’utilità del giornalismo. La sua duplice natura le fa credere di dirigere le sorti molto più del funzionario che inerte guarda discutere le leggi, o dell’anonimo scrittore che rosicchia ogni notizia per capirne il gusto finendo per farne oggetto del suo unico piacere. Il più delle volte la moltitudine, sapendosi garante del consenso, non si affaccia né discute, ma solo osserva e attende senza sapere neppure cosa.
D’altra parte, nelle mani dei pochi qualcosa si fa ancora modellare, e sono le idee passate e fatte proprie, delle quali è andato perduto l’originario significato e che si prestano per questo ad ogni confusa rilettura.
Rispetto alla posizione del giornalista, tutto sta nel chiarire se questi guarda ai pochi con sguardo supplichevole o abbassa il capo allineandosi a quello dei molti. Se l’informazione è ceduta dall’alto, uniformata e riversata nelle mani dello scrittore che la rigetta verso il basso, non senza rimaneggiamenti, la folla si immagina come già sempre ingannata, perché di ogni voce che si leva a distanza può essere smarrito il senso.
Ecco, allora, il divario e lo spazio politico-sociale del giornalista. Un semicerchio senza giuntura che muove il discorso pubblico da un’estremità all’altra. Equidistante da entrambe, il giornalista vuole essere imparziale ma mobile, non pietrificato. La morbidezza gli serve per accogliere le verità poco trattate.
La domanda è allora questa: è possibile essere un giornalista e al tempo stesso rifiutarsi di assumere una posizione politica definita?
L’essere apartitico certo non equivale all’essere apolitico. Il dialogo pubblico è già un atto politico. Ma la scelta di attribuire al proprio linguaggio il tono di un partito specifico non può non interferire con le idee che esso comunica. Con questo non si vuole riciclare la costante distinzione tra una politica conservatrice e una politica progressista e quella tra i tipi di giornalismo corrispondenti.
L’atto politico sopra menzionato sussiste in entrambi i casi fintanto che lo scopo comune e ultimo resta quello di accontentare la maggioranza. Ma il giornalista non esiste in uno spazio esterno a quello che racconta, non tratta di cause di cui non ha colto le conseguenze nel quotidiano, non travalica alcun confine. Il giornalista si mantiene all’interno dell’architettura politica e sociale di cui ricompone sempre di nuovo il rapporto. E ogni sua scoperta e riconsiderazione può permettersi solo di assumere il significato impresso dalla teoria da cui trae ispirazione. Nessuna idea nasce o persiste in autonomia; ciascuna s’informa della precedente e con la successiva costruisce un ponte. Appare, quindi, quanto mai improbabile che il giornalismo, saturo dei caratteri del tempo politico e sociale in cui si annuncia, possa essere da esso disunito. Oltre a questo è il giornalista stesso che in quanto scrittore che scrive per l’Altro ha il dovere morale di chiarire l’ideologia che soggiace ai suoi scritti, perché l’informazione non si distingue dall’educazione e un’educazione senza ideologia è al contempo sterile e inefficace.
Eppure, uniformarsi ad una fede politica piuttosto che all’altra non deve compromettere il carattere morale del giornalista, il quale lungi dal volersi assoggettare a quel potere e ad esso genuflettersi, scrive soltanto secondo il modo di pensare che lo ha formato.
Resta in lui lo sguardo individuale nutrito da un carattere che si mantiene immutato interiormente ma plastico di fronte al segno dei tempi.
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