L’Inferno di Via d'Amelio - di Anna Lisa Maugeri

Pubblicato il 19 luglio 2026 alle ore 10:37

La memoria non può ridursi a una sterile passerella politica. Ricordare Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta significa, prima di tutto, rompere i silenzi di comodo e pretendere una verità che, a distanza di decenni, appare ancora mutilata.

La storia di Paolo Borsellino è indissolubilmente legata a quella di Giovanni Falcone. Amici fin dall'infanzia nel quartiere della Kalsa di Palermo, i due magistrati condivisero la stessa vocazione civile e un tragico destino.

La loro battaglia comune contro Cosa Nostra decollò all'interno del Pool antimafia, la squadra di magistrati ideata da Rocco Chinnici (ucciso nel 1983) e guidata da Antonino Caponnetto, che rivoluzionò i metodi investigativi.

Questo modello permise di istruire il celebre Maxiprocesso di Palermo (1986). Tra mille ostacoli, il processo si concluse il 30 gennaio 1992 in Cassazione, confermando centinaia di ergastoli e decretando la fine dell'impunità per i vertici mafiosi.

Quella vittoria dello Stato ebbe un prezzo altissimo: chi aveva sfidato i Corleonesi fu lasciato solo. Dopo la strage di Capaci del 23 maggio 1992, in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta, Salvatore Borsellino visse i suoi ultimi mesi sapendosi condannato a morte.

Nei drammatici 57 giorni che separarono le due stragi, Borsellino lavorò freneticamente, consapevole dell'isolamento istituzionale. Il 25 giugno 1992, alla biblioteca comunale di Palermo, pronunciò quello che fu il suo testamento spirituale:

"Non voglio dire che Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio 1988 e che questa strage del maggio 1992 sia il naturale epilogo di questo processo di morte. Però... ci accorgiamo di come lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di chiunque altro, cominciò a farlo morire il 1° gennaio del 1988."

Il giudice si riferiva alla mancata nomina di Falcone alla guida dell'Ufficio Istruzione e alle campagne mediatiche che delegittimarono i magistrati in prima linea.

19 luglio 1992

Alle ore 16:58 di una torrida domenica, una Fiat 126 imbottita di esplosivo saltò in aria in Via d'Amelio, sotto il condominio della madre di Borsellino. L'esplosione uccise il magistrato e cinque giovanissimi agenti della scorta: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina e Emanuela Loi (prima donna della Polizia a cadere in servizio).

L'unico sopravvissuto, l'agente Antonino Vullo, descrisse così l'inferno:

"Borsellino e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, mentre io ero rimasto alla guida. Stavo facendo manovra per parcheggiare la vettura che si trovava alla testa del corteo. Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l’inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha scaraventato dal sedile... Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto."

L'Agenda Rossa e il grande depistaggio

L'attentato segnò l'inizio di una colossale operazione di insabbiamento. Pochi minuti dopo l'esplosione, una mano ancora ignota sottrasse dalla borsa del magistrato la sua Agenda Rossa, dove annotava intuizioni sulla strage di Capaci e sulla trattativa Stato-mafia. Il diario non è mai stato ritrovato.

Secondo le recenti sentenze dei giudici, si tratta del "più grande depistaggio della storia della Repubblica". Sotto la guida dell'allora capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera, venne costruito a tavolino un falso pentito, Vincenzo Scarantino, costretto con minacce e violenze ad autoaccusarsi e a fare i nomi di innocenti. La verità emerse solo nel 2008 grazie alla collaborazione di Gaspare Spatuzza.

Le indagini non si sono mai interrotte, ma negli ultimi tempi hanno abbandonato il filone della Trattativa Stato-mafia per battere piste alternative.

Il processo Borsellino quater ha riscritto la storia giudiziaria della strage, confermando che il depistaggio fu orchestrato da esponenti del gruppo d'indagine "Falcone-Borsellino". Tuttavia, l'enorme tempo trascorso ha fatto scattare la prescrizione per molti dei poliziotti coinvolti.

La Cassazione ha confermato in via definitiva la paternità mafiosa della strage, voluta da Totò Riina. Anche il boss Matteo Messina Denaro (arrestato nel 2023 e poi deceduto) è stato condannato come uno dei mandanti storici.

A decenni di distanza, Via d'Amelio resta una ferita aperta. Si cercano ancora i tasselli mancanti: i nomi dei mandanti occulti e dei traditori interni allo Stato.

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