La guerra civile e il politico - di Ginevra Ruggiero

Pubblicato il 3 luglio 2026 alle ore 16:29


La stasis (guerra civile) come elemento strutturale della società


Una società in cui è esclusa la possibilità della guerra civile e dunque del dissenso nella sua forma più estrema è una società incompleta che rischia di sfociare in un totalitarismo. 

A partire dalla considerazione della mancanza di una teoria della guerra civile, o stasiologia, Giorgio Agamben, in Stasis. La guerra civile come paradigma politico (2019), tenta di recuperarne i confini per mezzo di un'analisi delle testimonianze degli storici greci e della teoria di uno dei principali filosofi politici del XVII secolo, Thomas Hobbes. 

La stasis o guerra civile si configura come un oikeios polemos, ossia come una guerra di famiglia. Questa definizione rappresenta un evidente ossimoro, dal momento che per i greci polemos si identificava prettamente con la guerra nei confronti di un nemico estraneo e straniero. La guerra civile rivela così immediatamente un’ambiguità fondante: la famiglia (oikos) è al tempo stesso l’origine del conflitto e la sua risoluzione. Durante la stasis infatti i fratelli, i compagni, i concittadini si trasformano in nemici; è la guerra della stirpe, del sangue, del phylon. Per ripristinare l’ordine interno occorre però partire proprio dalla famiglia, che non è più quella del sangue ma una di natura posticcia, ossia di natura politica. 


la possibilità di dissenso, di conflitto interno radicale,

fino alla guerra civile,

è ciò che rende politica una società (ndr)


Le famiglie rivali si riconciliano attraverso lo scambio di donne, grazie ai matrimoni e spesso vengono estratti a sorte i nomi di cittadini che costituiscono così una nuova famiglia. “L’oikos, origine delle discordie civili, è escluso dalla città grazie alla produzione di una fraternità posticcia (Agamben, 2019)”.

Per superare la guerra civile nata in seno alla famiglia è necessario eliminare quest'ultima come causa della prima, dando origine ad un nuovo tipo di legame. Ma la possibilità della guerra fratricida rivela proprio la presenza dell’oikos nella polis. La stasis infatti si colloca precisamente nello spazio intermedio tra la casa e la città, tra il privato e il pubblico, tra l’impolitico e il politico: in quella “zona di indifferenza” superata la quale l’oikos si politicizza e la polis si economizza.

“La guerra civile funziona come una soglia di politicizzazione o di depoliticizzazione, attraverso la quale la casa si eccede in città e la città si depoliticizza in famiglia (Agamben, 2019)”.


Per risolvere la guerra civile, bisogna "disinnescare" la famiglia di sangue

come causa del conflitto,

sostituendola con un legame artificiale (ndr)


Ma se la città corrisponde al politico e la famiglia al privato, esistere nella prima implica partecipare alla stasis nel momento della sua apparizione perché non farlo significherebbe relegarsi ad una condizione impolitica. Essere cittadini (greci) voleva dire essere politici.

Nella filosofia politica di Hobbes, ampiamente discussa nell’opera del 1651 il Leviatano, la guerra civile si colloca all’interno del circolo: moltitudine disunitapopolo/remoltitudine dissolta e rappresenta propriamente il momento da attraversare per tornare al punto di partenza. Tralasciando in questa sede i dettagli della teoria, resta il fatto che anche per il filosofo la stasis è un elemento strutturale della società, una possibilità che può sempre attuarsi. 

In Democrazia e anarchia (2024), Donatella di Cesare definisce la stasis a partire dall’etimologia greca e cioè dal verbo histemi, che indica lo stare, il posizionarsi. La parola implica quindi un certo tipo di movimento che è quello di levarsi, di sollevarsi, di posizionarsi. La stasis è la conseguenza del prendere posizione che a sua volta determina una divisione in fazioni o partiti. Una parte che con la parola e l’azione si separa da un’altra, insorgendo. Nel caso particolare di Democrazia il discorso si riferisce alla radice anarchica che regge sia la stasis, sia la democrazia. Detto altrimenti, l’insorgere rappresenta esso stesso l’atto di schierarsi liberamente; pertanto il venir meno dell’eventualità della stasis equivarrebbe al venir meno del gesto democratico e politico di levarsi in nome di un partito.

In questa prospettiva assume, inoltre, rilevanza la Nota conclusiva del saggio di Agamben e il riferimento all’opposizione schmittiana tra amico/nemico, per cui il concetto di politico si esplica nella possibilità della guerra e il nemico diviene il “criterio del politico". Se l’implicazione fra la guerra e l’inimicizia risulta ineliminabile dalla condizione politica, implicazione per cui è la prima a determinare il significato della seconda, non può accadere altrimenti che questo: fintanto che esisterà una società o stato di cittadini che vicendevolmente s’intendono come amici, esisterà anche una società o stato di nemici a cui opporsi. “Nemico è un insieme di uomini che, almeno eventualmente, cioè secondo una possibilità reale, combatte e che si contrappone a un altro insieme di uomini dello stesso genere (Schmitt, Il concetto del politico, 1927)”. 

La guerra così intesa è allora il presupposto del politico e si fonda sulla possibilità reale dell’uccisione fisica. Pertanto, la serietà della guerra è strettamente connessa con la produzione di una vita uccidibile. Questo comporta a sua volta l’impossibilità di intendere la guerra come un gioco e cioè secondo regole e criteri prestabiliti, come accadeva per i greci. A questo proposito si può concludere con un passo di Schmitt: “Il giorno in cui anche la semplice eventualità di una distinzione fra amico e nemico venisse a cadere, allora vi sarebbero soltanto una concezione del mondo, una cultura, una civiltà, un’economia, una morale, un diritto, un’arte, un divertimento, ecc., non contaminati dalla politica, ma non vi sarebbero più né politica né Stato (Schmitt, Il concetto del politico)”. 

Nonostante i mutamenti storici la guerra resta un elemento strutturale inevitabile della società, in grado di rilevare in essa la possibilità dell’azione democratica di schierarsi e partecipare, laddove fosse necessario, al conflitto che tale divisione comporta.


Guerra come possibilità reale dell'uccisione fisica

è dunque presupposto ineluttabile del politico? 

(ndr)

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Commenti

Salvatore Salvai
3 ore fa

Sembrerebbe una giustificazione alle guerre. Credo di capire che sia proprio la coscienza del contrasto e la guerra civile così intesa che possano evitare la vera guerra di uccisione. Perché quest'ultima esploderebbe sicuramente se a monte non ci fosse il contrasto civile.