Oltre la propaganda – di Anna Lisa Maugeri

Pubblicato il 20 giugno 2026 alle ore 08:20

La politica dei giorni nostri è un grande bluff, o almeno è questa la percezione della maggior parte degli elettori e dell’opinione pubblica. Gli ingredienti principali di questo piatto amaro, che alimenta disillusioni e rassegnazione, sono sempre gli stessi: promesse elettorali puntualmente disattese e smentite ricorrenti di quanto affermato in campagna elettorale.

Il politico oramai parla solo alla pancia dell’elettore: scava nelle sue paure e nella rabbia covata con il solo obiettivo di accaparrarsene il voto. Bisogna puntare alla massa per raccogliere il maggior consenso possibile e conquistare un ruolo di potere. Per “massa” si intende un agglomerato di gruppi, anche differenti tra loro ma ben definiti, in cui il comune denominatore è il desiderio di sentire urlare la propria rabbia dalla voce del leader politico di turno.

La rabbia è un sentimento che spesso si lega alle paure, quelle generate da ciò che non conosciamo o non comprendiamo, ma che ci circonda e avviene. È facile da cavalcare e da indirizzare: c’è quella contro gli immigrati, dipinti indistintamente come delinquenti e stupratori, o quella contro gli omosessuali, raccontati come anomalie della natura e degenerati.

Da diversi anni si assiste anche a una rabbia continuamente alimentata da certi personaggi politici e poi "sputata" e condivisa sui social da utenti che si ergono a impavidi difensori di presunti diritti: è la rabbia contro le donne che pretendono di vedere condannati, con pene certe, i propri assassini.

La parola “femminicidio”, oggi, provoca sempre più spesso orticaria e gastrite a molti uomini e, purtroppo, anche a diverse donne. Sintomi che hanno un'origine chiara: la carenza di conoscenza. Il politico che cavalca questo argomento ignora — o finge di ignorare — il significato reale del termine, il suo corretto utilizzo e le questioni giuridiche e giudiziarie connesse. Tuttavia, non può lasciare vuoti che permettano alle persone di porsi domande e approfondire. Quella stessa ignoranza troverà poi la sua precisa funzione all’interno della cabina elettorale.

E allora proviamo a parlarne, non per convincere, ma per conoscere.

Cos'è (davvero) il femminicidio

La parola "femminicidio" non è un'invenzione linguistica recente, ma un preciso strumento sociologico e politico nato per dare un nome a ciò che prima veniva nascosto dietro formule che tendevano a giustificare il carnefice, come ad esempio "delitto passionale" o "raptus d'amore", utilizzati spesso da media e stampa per raccontare questi casi di cronaca. Inoltre, occorre ricordare che fino al 1981 esisteva in Italia il “delitto d’onore”, che prevedeva una importante riduzione della pena per chi commetteva ciò che oggi chiamiamo femminicidio.

Nel 1976, la criminologa Diana Russell conia il termine femicide, definendolo come "l'uccisione di femmine da parte di maschi perché sono femmine". L'obiettivo era distinguere un omicidio con qualsiasi altra dinamica e movente da un delitto che costituisce l'ultimo atto di una catena di violenze (fisiche e psicologiche), dominazione e misoginia.

La prima persona in assoluto a usare la parola "femminicidio" in un testo scritto in italiano è stata la giornalista Maria Adele Teodori, che nel 1977 pubblicò il libro dal titolo Le violentate (edito da SugarCo), in cui faceva un reportage sul primo Tribunale Internazionale sui Crimini contro le Donne svoltosi a Bruxelles l'anno prima. Fu proprio in quell'occasione che tradusse per la prima volta in italiano il termine femicide coniato da Diana Russell. All'epoca, però, la parola rimase fuori dal linguaggio comune e confinata all'interno dei collettivi femministi e della saggistica di nicchia.

Negli anni Novanta, a Ciudad Juárez, una città messicana al confine con gli Stati Uniti, centinaia di giovani donne venivano rapite, torturate e uccise nel silenzio generale delle istituzioni. Questa fu la ragione che portò l'antropologa messicana Marcela Lagarde a introdurre il termine feminicidio, oltre al concetto di responsabilità dello Stato, colpevole di tollerare e normalizzare la violenza per inerzia e per l'assenza di indagini, lasciando i colpevoli impuniti.

Se oggi la parola femminicidio è nei dizionari ed è di uso comune, lo si deve principalmente all'avvocata e giurista Barbara Spinelli. Nel 2008, Spinelli ha pubblicato il libro Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale. È stata lei la prima a riprendere gli studi dell'antropologa messicana Marcela Lagarde e a teorizzare l'uso del termine in Italia anche in ambito giuridico. Da quel momento, grazie anche all'attenzione di alcune giornaliste e della saggista Michela Murgia, il termine è entrato stabilmente nella cronaca e, infine, nei testi di legge.

Oggi il femminicidio è una realtà giuridica. Contrapporre l'omicidio al femminicidio è un errore, specie in un periodo storico in cui la violenza contro le donne si manifesta inaspettatamente tra i più giovani, a differenza di epoche passate. Eppure questa contrapposizione rappresenta uno dei pilastri su cui si reggono le critiche principali. Vale la pena, quindi, fare chiarezza anche su questo punto.

Nel sistema italiano, la pena prevista per omicidio doloso (volontario) parte da un minimo di 21 anni di reclusione, ma sale all'ergastolo in presenza di specifiche aggravanti, ad esempio se il reato è stato commesso:

  • Con premeditazione.

  • Per motivi abietti o futili.

  • Con sevizie o agendo con crudeltà.

Nella maggior parte dei casi di femminicidio si riscontra la presenza di queste tre aggravanti.

Con la Legge n. 181 del 2 dicembre 2025, lo Stato italiano ha introdotto l'Articolo 577-bis c.p., che punisce esplicitamente con l'ergastolo chiunque uccida una donna in quanto atto di discriminazione o di odio di genere. Anche in presenza di circostanze attenuanti, il giudice non può scendere sotto i 24 anni di reclusione (o 15 anni in caso di attenuanti multiple). Per il tentato femminicidio, la pena va dai 12 ai 24 anni. Chi viene condannato perde per sempre la responsabilità genitoriale sui figli, non può ereditare i beni della vittima e subisce l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. La legge vieta il rito abbreviato, limita fortemente il patteggiamento e subordina i futuri benefici penitenziari (come i permessi premio) a specifici percorsi di recupero psicologico e criminologico.

Spesso temi così delicati vengono strumentalizzati in modo barbaro, dimenticando che i casi di cronaca – come il tragico e recente omicidio di Giulia Cecchettin – sono storie vere, espressione di un fenomeno attuale che ci riguarda tutti. Il modo in cui li affrontiamo, dal dibattito pubblico alle scelte politiche, rivela la fragilità della nostra società, insieme a una profonda carenza culturale e di educazione al rispetto.

Di fronte a questo scenario, ognuno è libero di trarre le propri conclusioni e di decidere se rinunciare per sempre a una battaglia di civiltà o se difendere un percorso che non mira alla prevaricazione di un genere a svantaggio dell'altro, ma a una necessaria svolta culturale.

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