La fabbricazione dell’uomo misurabile. Prima parte - di Ginevra Ruggiero

Pubblicato il 23 luglio 2026 alle ore 10:33

La forza e il potere non sono gli effetti della tecnica politica ma i suoi presupposti sociologici.



In Sorvegliare e punire (1975), Michel Foucault, distingue le tre forme principali del potere, dall’età medievale, oltre la Rivoluzione francese, verso il XIX secolo: la prima è quella che vede, nel diritto monarchico, l’utilizzo della punizione come cerimoniale della sovranità, per il quale il suppliziato testimonia il misfatto sul proprio corpo in modo che il pubblico rimanga in uno stato di terrore nell’eventualità che capiti al prossimo; la seconda è quella tipica dei giuristi riformatori della seconda metà del ‘700, per i quali la punizione è una procedura per riqualificare i condannati e evitare la generalizzazione del crimine tramite un sistema di segni e rappresentazioni con cui ad ogni crimine è associato un castigo; la terza microfisica del potere riguarda il progetto di istituzione carceraria che intende la punizione come “tecnica di coercizione degli individui”, i quali, posti in uno spazio delimitato e inseriti in un quadro temporale preciso, sono costantemente controllati, sorvegliati e indotti per mezzo di protocolli e prescrizioni a lavorare in modo utile alla società.

“Il sovrano e la sua forza, il corpo sociale, l’apparato amministrativo. Il marchio, il segno, la traccia. La cerimonia, la rappresentazione, l’esercizio. Il nemico vinto, il soggetto di diritto in via di riqualificazione, l’individuo assoggettato ad una coercizione immediata. Il corpo suppliziato, l’anima di cui si manipolano le rappresentazioni, il corpo che viene addestrato: sono tre serie di elementi che caratterizzano i tre dispositivi che si affrontano nella seconda metà del secolo XVIII”. (Foucault, 1975)

L’esposizione pubblica della pratica del supplizio presenta un duplice scopo: da una parte conduce alla rivelazione della verità per mezzo della confessione – questa infatti doveva essere pronunciata davanti al popolo dal criminale o “paziente” in modo che non solo l’intensità delle pene fosse legittimata, ma anche per dimostrare la giustizia fondante del gesto – dall’altra garantisce l’espressione del potere e della volontà del sovrano, alla cui persona era stata recata offesa. Entrambi gli scopi implicano un rapporto con il corpo del condannato, che mostra su se stesso sia l’effetto delle punizioni inferte, sia la presa dell’autorità sovrana che dispone di quel corpo. Il supplizio si configura pertanto come operatore politico e svela il legame tra la verità e il potere, il crimine e la pena.

L’opera dei riformatori del XVIII secolo consacra la politica ad una nuova economia del potere, ricavata da una nuova fisionomia dello stesso. La volontà della riforma non è allora quella di dissolvere i meccanismi fino ad allora invalsi, che prevedevano una tortura sul corpo del criminale, prolungata e pubblica, al fine di farne uno spettacolo per il popolo e un riscatto dell’autorità offesa del sovrano, ma era quella di ricalibrare il potere, di gestirlo meglio. Di fronte a questa necessità si comprende l’importanza delle nuove modalità amministrative e penali di codificare e catalogare le varie forme di delitto per assicurarvi la giusta pena. Un attivo interesse alla natura del condannato, alle motivazioni che hanno causato il delitto da lui commesso e premeditato, alla vita da lui condotta, all’anima piuttosto che al corpo. Il castigo non è più pubblico e indefinibile nella sua durata; esso è direttamente associabile al delitto commesso e l’associazione è tanto più immediata e forte quanto l’idea della pena influisce sullo spirito del popolo. Si compie così una deviazione dai tradizionali metodi punitivi, per mezzo della quale si vuole evitare innanzitutto che altri commettano il crimine. Il nuovo codice penale non mira alla distruzione del corpo del suppliziato ma alla possibilità che altri non desiderino gli svantaggi di un simile comportamento. Nel progetto dei riformatori l'obiettivo è riabilitare il criminale come soggetto giuridico.

Quello a cui si assiste con la nascita del fenomeno della reclusione è un ulteriore cambiamento di sguardo: non più verso l’anima del condannato da riformare e riproporre in società, ma verso un corpo addestrato e sorvegliato, distribuito e analizzato, al fine di ricavarne il maggior effetto possibile. Con la detenzione, l'individuo diviene un progetto della comunità che avendo subito collettivamente il torto pretende come ricompensa il prodotto degli sforzi e del lavoro del detenuto.

Tra la fine del XVIII e il principio del XIX secolo si delinea un nuovo sistema penale fondato su tecniche di sorveglianza, comando, controllo e addestramento. L’intera attività dell’individuo osservato si radica in un preciso apparato disciplinare in cui la forza e il potere s’intersecano e richiamano vicendevolmente sul piano di un’obbedienza pronta e cieca. Lo studente, il soldato, il seminarista si inseriscono in un rapporto che diviene ora segnalizzante e rappresentativo. Ad ogni comando deve seguire immediatamente una risposta obbligata, in tempi brevi e in modalità chiare, di modo che nel momento in cui l’individuo percepisce il segnale – campanelli, sguardi, gesti dei rispettivi superiori –, seguendo un codice a cui è già sottomesso, produce il comportamento che ci si aspetta da lui. Il corpo, immesso nel nuovo sistema di segnale-risposta, destinato ad un’esperienza scandita da un tempo indefinitamente scomponibile e occupante uno spazio “cellulare”, è la parte più piccola, centrale e originaria della nuova fisionomia del potere disciplinare della fine del XVIII secolo. I tre mezzi dell’addestramento sono per Foucault il controllo gerarchico, la sanzione normalizzatrice e l’esame.

La disciplina come procedura di dominazione di un corpo analizzabile e manipolabile (corpo docile) si manifesta, in primo luogo, nella ripartizione degli individui nello spazio. Espressione massima della conservazione di più individui in uno spazio confinato e confinante è la clausura, condizione di assoluta disciplina, tipica di collegi, conventi e caserme. L’importanza dell’isolamento, seppur non ancora individuale ma collettivo, consiste nella garanzia dell’ordine e della sicurezza, perché un gruppo di uomini è tanto meglio controllato se risiedente sotto lo stesso tetto. Si tratta allora di permettere un certo grado di sorveglianza, che assottigliandosi sempre di più su scala, lascia intravedere un nuovo tipo di anatomia del potere: quello del controllo infinitesimale dei corpi, quello di una sorveglianza cellulare. Il potere disciplinare, infatti, associa ad ogni individuo un posto specifico per attivarne un’osservazione costante, per mezzo della quale analizzare, catalogare, fornire una tassonomia di tutti i suddetti individui così, infine, da poterne controllare e regolarizzare il comportamento. Da uno spazio disciplinare ad uno spazio analitico. Dalla distribuzione, alla suddivisione individualizzante. Si presenta in questo modo una visione sempre più nitida e dettagliata delle attività del soggetto sorvegliato, dei rapporti tra questo e i suoi simili, delle dinamiche di potere in cui esso viene immesso. Lo spazio ripartito è lo spazio architettonico, funzionale e gerarchizzante delle celle, dei collegi, degli ospedali. Esso rappresenta un sistema di legami e subordinazioni; la presenza di ruoli che via via, presso ogni nuovo disegno definitorio, sono internalizzati; l'intelligibilità degli individui. La funzione della nuova economia del potere non è quella di cambiarne i fondamenti ma quello di padroneggiarlo meglio, al fine di ricavare da tale nuova fisionomia il maggior effetto possibile.

Non solo inoltre il controllo dello spazio ma anche il controllo del tempo. Si tratta di organizzare "un’economia positiva” e crescente per intensificare l’utilizzazione del tempo dei detenuti – e non solo –  al fine di raggiungerne la massima efficacia operativa. Per mezzo di una scomposizione seriale, il tempo si disarticola sotto la sorveglianza del maestro, il sergente, il medico e tramite questa suddivisione si organizza una pletora di attività dal cui controllo si ricava il risultato del singolo individuo che le svolge. Le abilità di ogni soggetto sono osservabili e classificabili per mezzo dell’esame, con il quale si stabilisce un confronto costante che “permette di misurare e insieme di sanzionare” e rappresenta per questo la sintesi tra la tecnica della sorveglianza e quella della punizione. Ancora più radicale è il cambiamento che l'esame apporta nella manifestazione del potere in ambito penale. Se, infatti, tradizionalmente la grandezza del potere che controllava era ostentata dal gesto pubblico della tortura direttamente rivolta al corpo, e proprio nella disponibilità di un simile spettacolo risiedeva la forza del sovrano, con le nuove strategie punitive il detenuto si oggettivizza dinanzi ad un potere percepibile ma inverificabile. Nel momento in cui esso si ramifica in tutti gli strati della società, acquista un’anonimità che lascia illuminato solo l'individuo disciplinato reso oggetto misurabile, comparabile, correggibile.

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