«Ti ricordi quel racconto per il quale mi sono ispirato a Le Passanti, la canzone di De André? L’altro giorno un’amica con cui ne ho parlato, mi ha fatto capire educatamente che non le è piaciuto. Ha detto che sembra il volo di un tacchino. Ma ti confesso che anche se avevo ricevuto commenti molto lusinghieri, un paio addirittura entusiasti, non ci sono rimasto male, perché intimamente era quello che pensavo anch’io.»
Mi trovavo in terrazza con il mio amico Francesco C., sorseggiando latte di mandorla ghiacciato per vincere la spossatezza causata dal caldo di questi giorni. Lui mi ha guardato con aria interrogativa e ha chiesto «Che vuol dire il volo di un tacchino? E poi perché parlare di una canzone di De André proprio oggi che è morto Guccini?»
«Perché è Guccini che nella sua Canzone Quasi D'Amore canta “tentare goffi voli d'azione o di parola volando come vola il tacchino”. L’opposto di un volo d’aquila, in pratica.»
«Mi dispiace molto che se ne sia andato. Anche se non è fra i primi cinque della mia personale classifica dei cantautori, è stato un grande pure lui. È una grande perdita per la buona musica italiana.
«Ho già visto un sacco di commenti di ammiratori e la cosa interessante, bella direi, è che non sono solo quelli della nostra generazione, ma ci sono anche molti giovani.»
«Ovvio, Guccini apparteneva a quel nutrito gruppo di autori italiani e stranieri, nati fra il 1940 e i primi Sessanta, che sono diventati leggenda già da vivi. Tu l’hai definita una congiunzione astrale, questa coincidenza» mi ha risposto Francesco.
«Infatti. Sarebbe bello riunire un po’ di amici e ricordarlo insieme. Non online, ma dal vivo, per rivivere l’atmosfera dei suoi concerti. Con tanto di chitarra e fiasco di vino.»
«Non sarà facile mettere insieme tanta gente. Non siamo in una tragedia greca, con il Deus ex Machina che risolve le situazioni più difficili»
«Già! Ma perché non provare? Magari anche il Deus ex Machina è morto e poi risorto anche lui, e ci darà una mano. Vediamo che succede.»
Detto, fatto. Ho schioccato le dita, ma non è successo niente. Francesco ha sorriso scuotendo la testa, ma poco dopo una leggera brezza ha cominciato a soffiare, portando una nebbiolina che ci ha avvolti.
Ci siamo sentiti sollevare e trasportare dolcemente altrove, e quando la nebbia si è dissolta eravamo sulla spiaggia di un’isola. Dapprima increduli, abbiamo poi capito che ci trovavamo sull’Isola non trovata, quell’isola incantata resa famosa da Guccini. Ci siamo scossi nel sentire delle voci provenire dagli alberi che delimitavano la spiaggia, e piano piano abbiamo visto arrivare alcuni degli amici con cui nelle ore precedenti avevamo ricordato Guccini sui media socialia.
Dopo i saluti e gli abbracci, seduti in circolo all’ombra delle palme abbiamo sturato il fiasco di vino che Sergio ha avuto l’accortezza di portare. Solo che lui, da bravo piacentino, ha portato del Gutturnio e non il Lambrusco caro a Guccini.
«Ragazzi, vi ringrazio per avere risposto al mio invito telepatico» ho esordito, «è bello incontrarci per ricordare questo grande autore e vorrei che ognuno condividesse i ricordi, le emozioni, che i suoi testi e le sue musiche ci hanno dato. Vorrei iniziare con Francesco S., che negli anni Settanta, dai microfoni della mitica CTA 104 FM STEREO, ha contribuito alla diffusione della buona musica italiana dei cantautori. Che ci dici di Guccini, Francesco?»
«Grazie Turi, io ho avuto il piacere di parlargli in occasione di un concerto. Non era solo un poeta, un cantante, un musicista. Era un intellettuale con idee molto chiare. Per lui le sue canzoni erano un modo per dialogare con tutti. Era irreprensibile con i fascisti ma in fondo non era nemmeno un comunista convinto. Per lui era importante il dialogo col pubblico e credo che sul palco si sentisse in imbarazzo, perché mentre cantava avrebbe voluto essere in mezzo alla gente. Le sue canzoni fermavano un momento storico e cantare, per lui, aveva un significato etico e sociale. Cosa dire di più? Basta ascoltare uno dei suoi dischi per capire cosa ha rappresentato per tutti noi. Che Dio lo abbia in Gloria.»
«Anche noi lo abbiamo incontrato, più di 10 anni fa, al salone del gusto di Torino.» È Mimmo a ricordare. «Era fermo in mezzo agli stand cercando qualcuno. Abituato a vederlo sul palco con una bottiglia di vino davanti, lo avvicinai e gli dissi: Che strano, ti vediamo sempre ai concerti con una bottiglia di vino e qui, nel tempio del buon bere e mangiare non hai neppure un bicchiere in mano come noi. E lui, in modo gentile, mi rispose “Hai ragione, devo provvedere subito, grazie per avermelo ricordato”. Francesco Guccini è stato al centro della mia adolescenza. Da suonatore artigianale di chitarra quale ero, non conoscevo la musica ma strimpellavo imitando i grandi suonatori e in occasione di gite in campagna, montagna e mare facevo cantare i miei amici. Fra i tanti suoi brani cito Canzone delle osterie di fuori porta, che era la vita che facevo con gli amici nelle lunghe serate d'inverno. Sono passati più di cinquant'anni dalla Locomotiva eppure posso dire che il piacere di ascoltare Francesco è rimasto inalterato in tutto questo tempo, sia nelle canzoni che in diverse interviste che ho letto ed ascoltato ed è stato una delle poche persone che più ha influenzato il mio modo di vivere, di ragionare e di credere nella vita, nelle relazioni e nelle idee di libertà e solidarietà.»
È la volta di Franco Massimo, che cita Il Pensionato, «perché quando abitavo a Bologna, in via della Viola, avevo un professore pensionato che davvero mi diceva le stesse cose della canzone “e ripeteva sempre col suo tono un po’ sommesso … di quando lui e Bologna erano più giovani di adesso". Questo ancora mi commuove, perché a volte ora lo faccio io anche se ancora non sono pensionato.»
Interviene Beppe, per dire «Io a braccio e sentimento dico Canzone di Notte, Eskimo … oltre a tante altre. Sono veramente addolorato, va via una parte della mia vita e delle mie emozioni vissute.»
«Anch’io sono triste come se fosse venuto meno uno di famiglia o un amico» aggiunge Michele, «Guccini, nelle sue canzoni, sapeva tenere insieme semplicità e profondità, cultura e quotidianità, fragilità e forza interiore, grandi ideali, malinconia ed ironia. Questa la sua grandezza, e nella mia giovinezza è stato per me un riferimento assoluto. Anzi lo è stato anche per le generazioni successive e secondo me nessun altro cantautore è al suo livello. È difficile trovare una sua canzone nella quale non ci si senta coinvolti, partecipi, emozionati. Dovendo scegliere, cito "Culodritto", perché dedicato alla figlia e naturalmente io ho fatto lo stesso con la mia. Come ho già detto, la sua mancanza mi riempie di tristezza.»
Per qualche minuto restiamo tutti in silenzio, ognuno pensando ai ricordi che le canzoni di Guccini suscitano, poi interviene Roberto. «Ascoltavo le sue canzoni, mi emozionavano, mi commuovevano ... alcune mi commuovono ogni volta che le ascolto o mi tornano in mente ancora oggi. Sono stato ad Auschwitz, ventenne, con una nutrita comitiva festante di giovani, lì all'improvviso ammutoliti, ed ho provato cosa significhi "ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio, è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento". Ascolto la Primavera di Praga e mi sembra di vederla ancora lì "la città intera che lo accompagnava, la città intera che muta lanciava una speranza nei cieli di Praga". E così tanti suoi versi ancora ... Ogni strofa ti apre ad un pensiero, ti proietta un’immagine, ti fa vedere un luogo, un fatto, un uomo, una donna, un bambino da una prospettiva diversa. Ho visto un suo concerto, se concerto si può chiamare. Concordo con Francesco S. Non ho visto spettacolo, nessuna esibizione, nessun divo ... solo un uomo spontaneo ed autocritico, un poeta, un narratore, un cantastorie che ti affascina raccontandoti il mondo attraverso i suoi occhi e facendotelo sentire, vedere, respirare. Molte volte ho pensato quanto mi sarebbe piaciuto essere seduto con lui di fronte ad un tavolo, dialogare con lui e come dice al vecchio il bambino della canzone, chiedergli "mi piacciono le fiabe, tu raccontamene tante"!»
Visto che finora hanno parlato solo gli uomini, sollecito le signore a dire la loro.
La prima è Serenella, che però è molto sintetica. «Cosa posso aggiungere? È stato detto tutto: ricordi, emozioni … Ascoltando le canzoni di Francesco mi sento tornare indietro nel tempo e soprattutto mi sento molto vicina alla sua ideologia.»
È Adele a dire qualcosa di più. «Natale a Pavana mi ha sempre suscitato una sensazione di malinconia, ma non di quella malinconia che fa venire voglia di tornare indietro. Piuttosto la malinconia per i luoghi e per le persone che cambiano, per tutto quello che il tempo, piano piano, si porta via. Parlandone mi è tornata in mente un’immagine che vedo spesso quando vado nel mio posto del cuore: quella di un albero che cresce sulla soglia di una vecchia porta. Quella porta racconta che lì, un tempo, c’era una casa, che qualcuno viveva o ci lavorava. E allora penso alla fatica di chi ha costruito quella casa di pietra. E penso a quell’albero che oggi cresce proprio sulla soglia di quella porta: quasi a celebrare la forza, ma anche il suo silenzio. Forse è proprio questo che mi ha lasciato la canzone: la sensazione che dentro un paesaggio ci sia la trasformazione dei ricordi. Non sono nata e non ho vissuto a Pavana ma ci sono stata con Guccini che mi ha raccontato il tempo che passa.»
«A proposito di alberi, c’è una sua canzone che mi emoziona particolarmente. Si intitola proprio L'albero ed io. Comincia con questi versi “Quando il mio ultimo giorno verrà dopo il mio ultimo sguardo sul mondo, Non voglio pietra su questo mio corpo, perché pesante mi sembrerà, Cercate un albero giovane e forte, quello sarà il posto mio.” Una meravigliosa poesia che sembra scritta per mio papà. È stata Concita a parlare e confesso che mi sono commosso, perché lei è mia cugina e fra me e suo papà, lo zio Camillo, anche se zio acquisito ci sono sempre stati grande affetto e stima reciproci.
Vedendomi commosso, per sdrammatizzare interviene Sergio con una divertente citazione. «Avete citato tutti canzoni profonde, riflessive (la mia preferita è Vite) ma ce ne sono anche di comiche, come quelle dell’album Opera Buffa: La Genesi, Il Bello, Fantoni Cesira. Ma anche in canzoni serie a volte introduce elementi che fanno sorridere. In Canzoni quasi d’amore parla del volo del tacchino e di “partorire il topo”. Una metafora, questa del topo, che mi ricorda un mio compagno del liceo, famoso per espressioni del genere. In fondo partorire il topo è come smacchiare il giaguaro, no?
A questo punto Vito comincia a canticchiare la prima strofa de La Locomotiva, così gli chiedo cosa provava ascoltandola e lui, con la consueta schiettezza, risponde «Io non provo che una beata min..ia, però mi ricorda altre canzoni di grande livello, come 8/3/1943 di Lucio Dalla e Amore che vieni Amore che vai di Faber. Comunque Guccini era un letterato che si è dato alla musica. Come Vecchioni e De André, tra i grandi. Il brano musicale inteso come opera complessa in grado di produrre emozioni dalla fusione di testo e musica. E sviluppare un pensiero politico.
Ringrazio Vito e mi guardo intorno per stimolare chi non ha ancora parlato, cioè Francesco C. e Nancy.
Prima le signore, dice Francesco, così Nancy dà il suo contributo. «Io provo qualcosa di particolare e di molto personale. Ho avuto un grande amore, Gino, che suonava la chitarra e cantava molto bene. Preferiva i cantautori. Avendo la voce identica a quella di Guccini, quando cantava le sue canzoni, dava una certa emozione. È morto 28 anni fa. Quando sentivo Guccini, mi sembrava di sentire ancora lui e, ora che Guccini è morto, è come se Gino fosse morto una seconda volta. La mia canzone preferita? Canzone per Piero. L'amore "reale" che racconta è quello nato tra me e Gino e quella ragazza è uguale a me, anch'io leggevo, in quel periodo, Edgar Lee Master e anche tutto il resto è quello che abbiamo vissuto. Il "povero" Gino scherzava, dicendo che quella canzone l'aveva suggerita lui a Guccini...»
A te la parola, Fra, dico rivolto a Francesco C.
«Parlo agli altri, perché i miei gusti musicali tu li conosci. Eskimo, anche per me, e poi Radici e altre che non mi dilungo a elencare. In particolare Statale 17 e Autogrill, che riflettono il mio rapporto con la strada e i miei viaggi attraverso l’Italia.» Aveva parlato guardando gli altri, poi rivolgendosi di nuovo a me aggiunge «Questo ancora non te l’ho detto, ma Statale 17 mi ha fatto venire voglia di percorrere a bassa velocità, tipo Kerouac, un’altra statale, la 120, che collega le mie amate montagne, l’Etna e le Madonie. Magari lo facciamo insieme e ci scrivi un racconto.»
Non vedo l’ora, ho risposto. Peccato non avere ancora la Cinquecento. Sarebbe la macchina più indicata per farlo.
Stavo per dire la mia, quando è arrivata trafelata Alida. «Scusate il ritardo, ma ero a Milano, al raduno spontaneo che c’è stato a piazza Duomo. È stato bellissimo ritrovarsi a suonare e cantare tutti insieme, in centinaia. Sono così rari oramai i momenti di ritrovarsi tra propri simili e affini, che a cantare in tanti le Osterie di Fuori porta o Piccola Città vengono quasi le lacrime... Sono momenti catartici che ricaricano e instillano attimi, anzi stracci di speranze e coraggio a continuare a credere in quello che si fa nonostante l'onda nera incombente... Quanto ai brani, dico Eschimo con le difficoltà da giovani a essere liberi, rivoluzionari, nonostante le proprie paure, la propria timidezza anche di fronte ai rapporti intimi. È stato difficile essere rivoluzionari, liberi e nel contempo lottare contro la timidezza della giovane età, l'insicurezza, la paura e comunque dimostrarsi superiori. Che periodo, mamma mia!»
Ho ringraziato Alida e ho concluso dicendo qualcosa forse un po’ controcorrente.
«Guccini è stato un grande, non c’è dubbio, e la passione con cui lo avete ricordato lo conferma. Ha vissuto bene e a lungo la sua vita, ha lasciato grandi ricordi e rimpianti, è stato un modello. Però sarei un ipocrita se non vi dicessi che in questo momento penso ad altri non meno bravi e amati di lui che non hanno avuto la fortuna di vivere così a lungo, che se ne sono andati molto prima. Penso al povero Rino Gaetano, morto tragicamente a trent’anni e a Lucio Battisti, che se ne è andato a cinquantacinque. E poi non sono d’accordo con lui quando si rivolge ai suoi colleghi cantautori definendoli eletta schiera che si vende alla sera per un po’ di milioni. Anche a me Guccini ha dato grandi emozioni, ma altri lo precedono nella mia personale classifica dei cantautori. Certo, nella colonna sonora della mia vita ci sono molti suoi brani, Eskimo, Incontro, Radici e Canzone Dei Dodici Mesi soprattutto, ma sono altri cantautori a dominare.
Che riposi in pace, ovviamente.
Ringrazio di cuore gli amici che hanno risposto al mio invito a ricordare insieme Francesco Guccini.
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