Un’architettonica del sistema kantiano
Questione fondamentale e nodo attorno al quale costruire un’architettonica del sistema kantiano è la questione di come la storia persegue il suo corso e lo spazio che all’interno di essa l’uomo può occupare[1].
Ma la storia non deve essere pensata come una mera successione di eventi casuali nel tempo, piuttosto essa lascia trasparire una traiettoria ben delineata lungo la quale l’umanità deve muoversi, verso il compimento di un fine ultimo già stabilito. In questo modo, la Critica della facoltà del giudizio (1790), benché cronologicamente distante dai primi scritti di storia e di politica che affrontano il tema del “destino dell’uomo”, tra i quali l’Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784) rappresenta il testo primario, presenta l’illustrazione più sistematica del concetto di “fine ultimo”, il suo rapporto con il “fine definitivo” e dunque l’apertura a quel nuovo ordine della realtà in cui l’uomo non è più semplicemente un essere finito e razionale ma anche, e soprattutto, un essere morale. La morale, e le sue prescrizioni, subentra all’ordine in cui l’uomo esiste come mero animal rationabile, in rappresentanza dell’esito inevitabile a cui l’umanità può e deve, seppur lentamente, giungere. E’ allora questo il motivo della relazione inestricabile tra la natura, la storia e la morale per Kant: la determinazione naturale dell’uomo, lungi dal dover essere qualcosa da cui doversi svincolare per se stesso, si presenta come il motore primo di quel progresso inevitabilmente legato al destino dell’uomo, il cui punto di approdo è l’esistenza politica all’interno di una costituzione civile perfetta, e, facendo un passo per cui ci è solo lecito sperare, all’interno di uno Stato etico retto dalle leggi libere della virtù.
Concetto chiave tra tutti, il progresso prende forma dallo sviluppo delle dinamiche sociali e politiche, quindi dal conseguente perfezionamento morale, e giunge, secondo un piano già disegnato, alla pace perpetua a cui tutti gli Stati aspirano. A questo proposito il saggio Per la pace perpetua. Un progetto filosofico (1795) deve essere riletto alla luce di quello stesso quadro teorico presentato qualche anno prima dalla Religione entro i limiti della sola ragione (1793), e che più tardi avrebbe fatto la sua comparsa, ancora, nell’Antropologia dal punto di vista pragmatico (1798).
La religione, che non può essere scissa dalla morale, in quanto suo risultato, nel percorso sopra menzionato riflette l’importanza della questione che sottende all’intero progetto di un progresso: la possibilità di una ristorazione dell’intenzione dell’uomo radicalmente malvagio. Il nome che si è dato a questa difficoltà espone già velatamente il problema, che trova nello strumento attraverso cui ripristinare la buona volontà proprio il seme della corruzione. E come il progresso può essere compiuto solo dall’umanità come specie e non dal singolo individuo, che pure deve impegnarsi verso questo fine comune, quel male di cui occorre estirpare la radice, è universale e proprio di ciascun uomo, che deve perciò rendersi da sé degno di un soccorso esterno. Pertanto, un’attenzione del tutto particolare deve essere concessa alla Religione, in cui Kant si sofferma sul «nemico invisibile» che ostacola l’avanzamento dell’umanità verso il fine ultimo che le è proprio e il processo del superamento di quello.
Tentare di interpretare la dottrina del male radicale, di cui Kant approfondisce la natura nel primo capitolo della Religione, attenendosi unicamente a quest’ultima, non può che ridursi ad una lettura incompleta e superficiale. Mettendo per ora da parte la questione se la Religione sia stata scritta nella forma di un’apologia cristiana o piuttosto come uno scritto radicalmente illuminista, resta il fatto che essa deve essere collocata nello stesso sistema storico-politico che emerge non soltanto dai saggi che presentano esplicitamente una dimensione storica o politica, come la già citata Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, Risposta alla domanda: Cos’è l’illuminismo? (1784), Inizio congetturale della storia degli uomini (1786) e gli scritti di natura propriamente antropologica come Antropologia dal punto di vista pragmatico, ma anche dalle opere critiche, in particolare la Critica della facoltà di giudizio.
Il rapporto tra la Religione e le opere menzionate si comprende alla luce del problema fondamentale dell’interazione tra la libertà e la natura, problema di capitale importanza nella terza Critica e che in essa viene risolto con il ricorso alla teleologia naturale. La domanda primaria che il primo capitolo della Religione si pone è allora questa: perché l’uomo è cattivo piuttosto che buono? Alla base della prima domanda risiede quindi una prima difficoltà: come si può spiegare una tendenza al male che sia naturale e quindi innata, cioè almeno all’inizio apparentemente necessitata, e allo stesso tempo moralmente imputabile all’uomo? Attraverso il riferimento alla disposizione morale dell’uomo e quindi alla libertà con cui egli sceglie quali massime adottare, Kant dimostra che la tendenza al male, in quanto radicale perché corrompe il fondamento di tutte le massime e naturale perché proprio della stessa umanità, è anche universale.
Con l’Idea, Kant affronta la questione circa la possibilità di rintracciare un senso razionale nello sviluppo storico dell’umanità. Come risulta dalle prime righe del saggio, il presupposto dell’argomentazione è di tipo teleologico; Kant assume, come ipotesi regolativa, che la natura non agisca senza un piano intrinseco, e cioè casualmente, sebbene una simile teoria non possa essere provata empiricamente. Uno dei motivi per cui ciò non è possibile deriva dall’idea che la traiettoria di tale progresso non può realizzarsi interamente nel singolo, data la brevità della vita di ciascuno, ma soltanto nella specie umana considerata complessivamente e, dunque, come il frutto di un processo intergenerazionale caratterizzato dall’educazione e dalla cultura così come dagli avanzamenti nell’uso della ragione. Lo sviluppo completo delle disposizioni è garantito da un certo antagonismo che gli uomini provano gli uni per gli altri.
Il conflitto diviene allora un elemento strutturale dello stesso processo storico verso il miglioramento della specie; dalla rivalità sociale scaturisce la necessità di regolare, oltre i rapporti tra i singoli individui, anche quelli tra i singoli stati, giungendo in questo modo alla questione dell’istituzione di una costituzione civile retta dalla giustizia.
[1] Il presente articolo riguarda alcuni estratti della mia Tesi Magistrale dal titolo “Il male radicale e alcune considerazioni sul finalismo della natura in Kant”.
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