Il saggio kantiano Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784) si propone come scopo principale quello di individuare un filo conduttore che determini l’andamento della storia del genere umano, ossia dell’intera umanità nel perseguimento del suo scopo. Ne segue che l’istanza fondamentale del saggio è l’indagine attorno l’uomo, la natura e la storia e che l’elemento chiave per la sua corretta comprensione resta quello già presentato nella Critica della facoltà di giudizio (1790): la teleologia. Come la natura anche la storia risulta infatti finalisticamente orientata e, sebbene l’esperienza non ci dia modo di cogliere immediatamente un piano della natura rispetto alle azioni libere dell’uomo, anche per esse dovrà essere rintracciata una destinazione finale. L’idea di una storia universale deve, perciò, essere intesa come un’assunzione euristica, cioè come un principio regolativo per tale indagine.
L’introduzione che Kant presenta al principio del saggio ne dimostra già la domanda fondamentale: è possibile una storia sistematica dell’umanità? Oppure, si può rintracciare uno scopo proprio degli uomini? La risposta alla prima domanda è positiva, la risposta alla seconda è negativa. A partire dalla considerazione che, come ogni altro evento naturale, anche le azioni umane, seppur libere, sono governate da leggi universali della natura e che ciò che appare caotico e casuale nel singolo individuo, può essere riconosciuto nell’intero genere umano come uno sviluppo costantemente in progresso delle sue disposizioni originarie, è possibile scoprire uno scopo della natura mediante il quale definire la storia degli uomini.
“Resta sempre sconcertante, in ciò, che le generazioni precedenti sembrano condurre i loro faticosi affari soltanto a vantaggio delle successive, e cioè in modo da approntare per loro uno stadio dal quale queste possano portare più in alto la costruzione che la natura ha per scopo; [...] Ma per quanto tutto ciò sia misterioso, resta nondimeno necessario, una volta ammesso che un genere animale debba possedere la ragione e che, come classe di esseri razionali che muoiono tutti ma il cui genere è immortale, debba tuttavia giungere ad una compiutezza dello sviluppo delle sue disposizioni[1]”.
Il mezzo attraverso cui la natura promuove tale sviluppo e il consequenziale progresso storico è definito da Kant “insocievole socievolezza” (ungesellige Geselligkeit) «vale a dire la loro tendenza ad unirsi in società, che tuttavia è congiunta ad una continua resistenza, la quale minaccia continuamente di sciogliere tale società[2]». La legge morale, di cui l’individuo diviene consapevole attraverso la ragione, si oppone allo stesso meccanismo per mezzo del quale la natura provvede allo sviluppo di tale facoltà, ossia l’insocievole socievolezza. È, infatti, unicamente attraverso l’antagonismo sociale che le capacità o disposizioni umane si sviluppano; eppure, tra di esse, la ragione impone proprio la rinuncia ad ogni forma di rivalità, richiedendo l’osservanza della legge morale e orientando l’individuo al perseguimento di fini condivisibili da tutti come membri di una società ideale di esseri razionali. In questa prospettiva, assume pieno significato la terza tesi del saggio, secondo la quale l’uomo non può partecipare ad altra felicità se non a quella che ha procurato a se stesso, da se stesso. Da ciò segue che il perseguimento del bene non richiede soltanto un’indipendenza dalle inclinazioni naturali, ovvero dagli interessi individuali spesso in conflitto con quelli altrui, ma implica anche un’opposizione volontaria a tali inclinazioni. Occorre aggiungere, tuttavia, che secondo Kant l’uomo è per sua natura moderato e tranquillo e solo in prossimità di altri uomini la sua originaria predisposizione all’uguaglianza viene corrotta; di questi uomini il filosofo ammette che non sia necessario che «si suppongano già tuffati nel male, e gli siano proposti come esempi eccitanti; basta che essi siano là, che lo circondino, e che siano uomini, perché si corrompano vicendevolmente nelle loro disposizioni morali, e si rendano reciprocamente cattivi[3]».
Poiché il fine ultimo della natura rispetto all’umanità, vale a dire il pieno sviluppo delle disposizioni umane, può essere conseguito solo all’interno di una società che garantisca il massimo grado di libertà, generando così un diffuso antagonismo tra i suoi membri, ma che, al tempo stesso, stabilisca e assicuri i limiti entro i quali tale libertà può esercitarsi in modo compatibile con quella altrui, e poiché la natura esige che questo scopo venga realizzato dalle sole forze dell’uomo, ne deriva che il compito più elevato affidato al genere umano consiste proprio nell’istituzione di una costituzione civile giusta.
“A costringere l’uomo, altrimenti così ben predisposto ad una libertà incontrollata, ad entrare in questo stato di coazione, è la pena; e precisamente la massima fra tutte le pene, quella che reciprocamente si procurano gli uomini, le cui inclinazioni fanno sì che essi non possano stare a lungo l’uno accanto all’altro in selvaggia libertà. Solo in un tale recinto, qual è l’unificazione civile, queste medesime inclinazioni producono il migliore effetto[4]”.
E nel terzo capitolo della Religione entro i limiti della sola ragione, Kant ribadisce che la fondazione di una società governata dalle leggi della virtù è un dovere per il genere umano, sebbene si tratti di due ordinamenti radicalmente differenti; quello dell’Idea, infatti, si basa su leggi di coercizioni mentre quello della Religione sulle leggi libere della virtù. Ad ogni modo, l’istituzione di un ordine sociale retto risulta una conseguenza inevitabile della condizione in cui gli uomini cadono non appena si trovino gli uni in prossimità degli altri, condizione che dipende a sua volta da quella tendenza al male di cui Kant ha delineato la natura nel primo capitolo della Religione.
Se in Kant la ragione costituisce il perno attorno al quale fondare l’intero sistema politico e sociale, morale e religioso, in Cesare Beccaria è il principio dell’umanità a riflettersi nella sua più significativa declinazione giuridica e penale. Anche nel pensiero del giurista illuminato la necessità di ricollocare l’uomo al centro del sistema punitivo orienta il discorso verso i nuovi criteri di razionalità, tolleranza e proporzionalità, tanto nel contesto italiano quanto in quello europeo. Dei delitti e delle pene (1764) rappresenta il tentativo più compiuto di tale rielaborazione.
[1]I. Kant, Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, in Scritti di storia, politica e diritto a cura di Filippo Gonnelli, Laterza, 2015. cit., pp. 65-66.
[2] Ivi, cit., p. 66.
[3]I. Kant, La religione entro i limiti della sola ragione, introduzione di Marco M. Olivetti, Laterza, 2004, cit., p.100.
[4] I. Kant, Idea, cit., p.68.
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