"L'uomo superiore è modesto nelle parole, ma eccelle nelle azioni." - Confucio
Illustrazione editoriale generata artificialmente dall'autrice a scopo di tributo
Sembrava impossibile che quella subdola malattia, diagnosticata appena un anno fa, potesse avere la meglio sul fisico di Franco Baresi, già temprato da molte battaglie. E invece la fragilità della condizione umana, alla fine, gli ha impedito di contrastarla. Una carriera iniziata casualmente lo rese il simbolo dei colori rossoneri, appartenenti a quella squadra di calcio che lo adottò da ragazzo, quando rimase prematuramente orfano di entrambi i genitori. Storico Capitano del Milan berlusconiano con "il sole in tasca", quello di Arrigo Sacchi e di Fabio Capello, fu la celebre bandiera di un gruppo vincente; ma anche un fedele militante nei momenti più critici per la società, durante la retrocessione del Club in serie B, periodo in cui sarebbe stato più conveniente cercare fortuna altrove.
"Mi sento di poter dire che non dovetti riflettere sulla mia decisione. Il Milan mi aveva accolto come un figlio quando ero in grande difficoltà, mi aveva cresciuto e mi aveva curato quando ero ammalato. Era la mia famiglia. Non potevo voltare loro le spalle nel momento del bisogno."
- Franco Baresi, Libero di sognare (2021)
Ha infatti svolto l'intera sua carriera professionale indossando la stessa maglia, un'anomalia al giorno d'oggi, dal 1977 al 1997, anno del suo indimenticabile addio, e collezionando oltre 700 presenze ufficiali. Ma in realtà il legame con la sua squadra del cuore non si interruppe allora, sarebbe rimasto saldo anche negli anni successivi.
Negli ultimi giorni chiunque ha assistito commosso al fiume di tifosi appartenenti a qualsiasi fede calcistica che, giunta la notizia della dipartita, si sono precipitati senza esitazione a Milano per rendere omaggio al grande idolo. Casa Milan è stata letteralmente invasa da ogni manifestazione d'affetto.
Franco Baresi è considerato uno dei più forti difensori nella storia calcistica, dotato di una spiccata capacità di anticipare le mosse degli avversari, anche grazie a una profonda comprensione dell'uomo che aveva di fronte. Perfino un fuoriclasse inarrivabile come Maradona lo definì "il migliore in assoluto".
Questo però non è sufficiente a spiegare la grande partecipazione emotiva, il profondo dolore collettivo avvertito ovunque. Dolore che neanche gli avversari hanno nascosto.
Il punto è che la sua vera grandezza non si misura semplicemente nei trofei e nella maglia numero 6 ritirata in suo onore, omaggio riservato alle leggende. Egli ha il merito di aver incarnato dei valori che al giorno d'oggi sembrano mancare terribilmente: Il senso di appartenenza, la fedeltà a un ideale, la coerenza e l'onestà; parole che suonano anacronistiche, ormai fuori moda e incompatibili col successo. Basti riflettere su come risulta ormai difficile associare il concetto di purezza al mondo dello sport o della politica. Baresi, tuttavia, impartisce una lezione importante rompendo ogni pregiudizio, compreso lo stereotipo che vuole ridurre la celebrità a un personaggio carismatico che ostenta ricchezza e sicurezza in se stesso, meglio se tatuato o palestrato; insomma, uno obbligato a rispettare determinati canoni per sentirsi amato.
Lui era esattamente l'opposto.
Sarà per tale ragione che, alla fine, è stato il più apprezzato di tutti, perché appariva come un eroe anomalo. Taciturno e pragmatico, uno di quelli che non cercava di compiacere il pubblico ad ogni costo, eppure piaceva lo stesso per lo stile gentile e l'autenticità che emanava, qualità assai rare in un mondo abitato da maschere ed esibizionisti.
"Forse qualcosa cambia tra i campetti improvvisati di campagna e i migliori stadi del mondo", scrive nella sua autobiografia, "ma io sono sempre rimasto lo stesso. Io sono Franco Baresi. E sono nato così: libero."
Si racconta che, durante un rinnovo contrattuale, il Capitano abbia firmato in bianco, senza indicare alcun importo, segno di totale fiducia nella società, riferendo ad Adriano Galliani, ex amministratore delegato rossonero: "La cifra la metta lei, per me è già un onore sudare per questa maglia". L'eloquenza di tale episodio non necessita di ulteriori osservazioni.
Per nulla amante della mondanità, insofferente alla luce dei riflettori, non aveva le manie di protagonismo diffuse nel mondo odierno; tuttavia, è stato un protagonista indiscusso, davanti al quale nessuno mai è rimasto indifferente. Nonostante l'appellativo con cui veniva affettuosamente chiamato a causa del suo aspetto gracile, "il piscinin" ( che in milanese significa "il piccolino"), è stato il più grande di tutti.
C'è un ultimo elemento altrettanto interessante, che permette di spiegare ancor meglio il motivo per il quale tanta gente comune ha avvertito lo smarrimento tipico di chi perde una persona cara. Oltre ai riconoscimenti calcistici e alle azioni di solidarietà svolte a sostegno di realtà difficili, il suo ricordo sarà per sempre associato all'idea che anche un vincente come lui possa concedersi il lusso di apparire fragile e di cadere, sia sul campo che nella vita privata. Emblematica è la sua incredibile prestazione negli Stati Uniti, a Pasadena, durante la finale dei Mondiali a cui condusse gli Azzurri nel 1994. La sua decisione di tornare a giocare solo pochi giorni dopo il recupero da un grave infortunio al ginocchio, non più giovanissimo e sotto un sole rovente, rappresenta una delle pagine più coraggiose nella storia del calcio. Ma l'immagine più intensa della partita, per sempre scolpita nella mente e nel cuore di tutti, rimane quella che cristallizza il tenero abbraccio tra Baresi e Sacchi, mentre l'allenatore corre a consolare il suo amato numero 6. Un abbraccio che sembra quasi evocare il saluto affettuoso che oggi il mondo ha desiderato tributargli. Era scoppiato in lacrime come un bambino affranto, rompendo la sua abituale compostezza, dopo aver fallito un rigore determinante. Una scena epica, da film. Dentro quel pianto liberatorio c'era tutta la passione, la delusione per il sogno appena sfumato, la fatica delle settimane precedenti e la sofferenza accumulata negli anni.
Non è un segreto che la sua sia stata un'esistenza costellata da numerosi ostacoli e sacrifici, affrontati senza mai lamentarsi, grazie alla fede e alla resilienza tipica della cultura contadina da cui proveniva, che insegna l'arte di non temere la fatica e di mantenere i piedi ben ancorati a terra. Quindi, con questa prematura scomparsa, per molte persone non si conclude semplicemente un ciclo di vita terrena. Insieme alla sua anima volano via tutti i sogni vissuti a occhi aperti da chi, almeno una volta, si è immedesimato nel Campione per eccellenza pensando: "Se ce l'ha fatta lui c'è speranza anche per me". Forse per questo al funerale, fuori dalla Basilica di Sant'Ambrogio, mentre una bandiera milanista con il numero 6 sventolava nel cielo, elegante e leggiadra come il suo Capitano, un nutrito coro di tifosi accoglieva la bara intonando a gran voce un convinto "Baresi uno di noi".
Una delle più belle riflessioni di Franco Baresi, tratta da una sua intervista, è la seguente: "Io ero molto attento soprattutto a chi non giocava, perché? Perché bisogna essere molto bravi ad allenarsi sapendo che poi non giochi. Bisogna essere attenti a chi magari fa un lavoro dietro le quinte per l'altro che deve fare bella figura. Cercavo di dare loro quella giusta considerazione perché erano importanti e ci allenavano bene". Questa frase riassume perfettamente il suo modo di essere: non il capitano che cerca i riflettori, ma quello che fa sentire parte della squadra anche chi non viene mai applaudito. Vuol dire che dietro ai successi di chi scende in campo ci sono tanti compagni che lavorano nell'ombra. È un pensiero molto profondo, considerando che spesso nei grandi Club si tende a parlare dei titolari, mentre invece lui, forte di una spiccata sensibilità, si occupava soprattutto delle riserve.
La leadership discreta di Baresi resta la testimonianza più autentica del fatto che una stella può brillare rimanendo in silenzio.
Di certo Il Capitano, che aveva a cuore il patrimonio umano e sportivo, non smetterà mai di svolgere il suo ruolo con discrezione dal firmamento celeste, nell'Olimpo degli immortali.
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