Sulcis, Terra tradita - di Salvatore Salvai

Pubblicato il 23 agosto 2026 alle ore 16:42

Data Center a Nuraxi Figus e tanto altro.

Cosa sta succedendo a Nuraxi Figus nel Sulcis? Un ennesimo grande progetto industriale è previsto in questa zona del sud ovest sardo. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il progetto da 1,5 miliardi di euro della società americana Energy Vault per la costruzione nella vecchia miniera di un imponente Data Center. Il progetto è stato definito di rilevante interesse nazionale. [1]

Visti i grandi consumi energetici dell’impianto è anche previsto il collegato impianto eolico davanti alle coste del Sulcis. 42 pale eoliche alte quasi 300 metri dovrebbero sorgere davanti alle coste sulcitane di Portoscuso, Pan di Zucchero, Sant’Antioco e San Pietro. Una zona di inestimabile valore ambientale e paesaggistico oltre alla presenza della rotta di tonni che da decenni caratterizza l’economia locale. Il progetto di Nuraxi Figus prevederà un mega impianto di accumulatori Bess per garantire il flusso energetico costante.[2]

Una prima premessa riguarda le criticità dei grandi Data Center. Essi sono enormi centri di elaborazione dati al servizio 24 ore su 24. Attualmente la maggior parte di quelli italiani sono in Lombardia. E sono ancora di medio piccole dimensioni. In Italia ce ne sono centonovanta attivi. Trenta sono in costruzione ed altri sono in frase progettuale.  I nuovi ed enormi data center sono previsti soprattutto nel centro sud e nelle isole. La loro funzione è indispensabile per implementare l’intelligenza artificiale.

 Nel nostro immaginario il digitale è una tecnologia pulita ed a basso impatto ambientale. Apparentemente non inquinano. In realtà consumano tantissima energia per far lavorare i server che accumulano milioni di dati. I data center arrivano a consumare dai 50 a 100 megawatt a seconda delle loro dimensioni. Tanto quanto una città di centomila abitanti. [3]

Tali potenze impiegate già oggi creano gravi problemi alla rete di distribuzione che spesso deve essere sostenuta da grossi generatori a gasolio. I loro consumi idrici, che devono rifornire i circuiti di raffreddamento, sono imponenti fino ad arrivare a 19 milioni di litri al giorno. L’acqua serve a raffreddare gli enormi server che si surriscaldano per la loro azione continua e per la loro potenza. Tali consumi sono quelli di una media città di 50.000 abitanti. [4]

Le acque reflue scaricate dopo l’utilizzo sono intrise di acidi inquinanti.

L’utilizzo dei data center è a doppio scopo. Civile e militare. Nell’ultima guerra in medio oriente essi sono stati tra i principali attacchi missilistici.

I territori sui quali sorgono possono ritrovarsi con un surriscaldamento locale che va da 2 a 10 gradi e si estende per 7 - 10 km.[5]

Questi dati sono spesso nascosti ma sono quelli che definiranno il nostro futuro digitale. Automazione, robot, droni, cambieranno la nostra vita. Un altro collegamento che spesso viene occultato è il collegamento tra intelligenza artificiale e fonti rinnovabili. Queste ultime vengono definite transizione energetica ma in realtà sono la risposta al crescente fabbisogno determinato proprio dalla nascente industria dell’intelligenza artificiale. Così dopo i legnami ed i minerali alla Sardegna viene richiesto il contributo del vento e del sole, ma soprattutto dei suoi generosi terreni a pascolo brado o coltivati a cereali. Queste prese di possesso delle ricchezze naturali sarde è stato, e viene ancora presentato, come una possibilità di sviluppo economico. Nella realtà la storia ha insegnato ai sardi che le favole raccontate hanno invece regalato disoccupazione, inquinamento e distruzione dei territori. [6]

In particolare nel Sulcis lo stato italiano è intervenuto nei decenni passati nello sfruttamento minerario, poi abbandonato, e successivamente nel polo industriale dell’alluminio di Portovesme. Per non dimenticare le numerose servitù militari che hanno tolto angoli meravigliosi alla fruizione umana e turistica. Un vero esproprio perpetuato ai danni dei sulcitani. Le promesse di sviluppo si sono tramutate purtroppo nella definizione della realtà del Sulcis come di una delle zone più povere d’Europa. [7]

Le miniere che erano un fiore all’occhiello dell’Eni di E. Mattei sono divenute luoghi di abbandono e pericolo. I fanghi alla bauxite di Portovesme hanno invece distrutto i pregiati vigneti di tutta l’area circonstante per centinaia di ettari. Il Carignano ed il Vermentino del Sulcis hanno visto interrompere lo sviluppo della loro centenaria produzione. Molti terreni non sono più utilizzabili come pascoli. Sono invece aumentati i disoccupati, l’assistenzialismo ed infine l’emigrazione. [8]

L’ Eurallumina Spa nasce a Portovesme nel 1968. L’idea era quella di trasformare la bauxite del Sulcis in alluminio. Le difficoltà dei trasporti ed il mercato internazionale ne hanno causato il suo fallimento. Agli abitanti sono rimaste anche diverse problematiche ambientali come l’inquinamento delle falde acquifere e le polveri di bauxite, lavorata con soda caustica, sparse per Kilometri. Ancora oggi lo stabilimento è fermo anche a causa delle sanzioni europee che hanno colpito la società russa che ne è proprietaria. La UC Rusal Limited. Tutto ciò sta bloccando inesorabilmente le sue possibilità di riapertura.

Questa dolorosa storia del Sulcis sembra non aver insegnato molto. I terreni inquinati saranno definitivamente coperti da centinaia di pannelli fotovoltaici e davanti alle coste sorgeranno le torri eoliche che comprometteranno irrimediabilmente i favolosi panorami di quelle coste. Le stesse torri del vento muteranno inoltre le rotte dei tonni e potrebbero distruggere una delle ultime risorse economiche dei pescatori.

Il Data Center di Nuraxi Figus confermerà le esperienze distruttive dei decenni trascorsi o potrebbe rivelarsi una vera leva di sviluppo del Sulcis? Viste le premesse che lo riguardano il timore che ci si trovi davanti all’ennesima e distruttiva azione di speculazione economica è fondata e motivata. I posti di lavoro, a parte il momento della sua costruzione, saranno pochi ed altamente specializzati. Come avviene in tutti i data center. Queste specializzazioni ad oggi non sono presenti in zona ma rimarranno alcuni impieghi di bassa manovalanza e guardianaggio.

C’è da chiedersi quale ruolo politico stiano svolgendo i rappresentanti sardi nelle istituzioni statali e locali. Stanno occupandosi delle pesanti e negative conseguenze di queste opere sul territorio o stanno rispondendo alle istanze delle grandi corporation finanziarie internazionali? Com’è stato possibile che non esista una vera forza politica sarda che sappia selezionare i progetti davvero utili ai propri paesi da quelli che determineranno ulteriore predazione ed impoverimento? E’ un dilemma che riguarda anche molti altri territori italiani ed interroga la stessa visione economica di una nazione che ha dimenticato le proprie vere ricchezze. Umane, ambientali, economiche e culturali.

Tutto ciò succede in nome di uno sviluppo chiamato Progresso. E certamente ad alcuni porterà ricchezza. A pochi o tanti? Agli abitanti del Sulcis? A chi dovranno credere?

Le loro domande sono anche le nostre. A chi ed a cosa dobbiamo credere ancora una volta?

Può essere definito Progresso ciò che inquina, mortifica, distrugge territori, tradizioni e culture? Quali sacrifici siamo disposti a sopportare in cambio di un presunto sviluppo economico? E questo sviluppo sarà di tutti o solo di alcuni fortunati magnati della finanza?

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