Ne parliamo con Raffaele Cascone, psicoterapeuta, giornalista e tanto altro, ma, per i ventenni degli anni Settanta, soprattutto conduttore di Per Voi Giovani, una delle trasmissioni radiofoniche della Rai allora più seguite e amate.
I cambiamenti climatici degli ultimi decenni, con il forte innalzamento delle temperature, hanno reso particolarmente pesante questo mese di agosto, ma nell’area mediterranea da sempre il culmine dell’estate ha portato con sé stanchezza e il bisogno di fare una pausa, di staccare dalle comuni attività quotidiane, per ritemprare il corpo e la mente.
Particolarmente bella, al riguardo, è la descrizione che ne fa Esiodo, uno dei massimi esponenti della letteratura greca classica, nel suo poema Le Opere e i Giorni:
Quando il cardo fiorisce,
e al tempo della laboriosa estate …
molto estenuati [sono] gli uomini,
perché la stella Sirio
asciuga gli umori nella testa e nelle ginocchia
e tutto è languido il corpo.»
Di come i popoli mediterranei hanno convissuto con l’estate, parliamo con Raffaele Cascone.
D. Dottor Cascone, in un suo recente lavoro, lei afferma che il Ferragosto è molto più di una festività civile o di una parentesi feriale tipica della società industriale, perché da sempre, nelle società contadine mediterranee, il tempo della canicola rappresenta la soglia tra il massimo dispendio energetico del raccolto e la sua fruizione. Questa pausa sarebbe una sospensione rituale del tempo ordinario.
R. È così. Sotto la codificazione imperiale augustea (Ferragosto deriva da Feriae Augusti, “il riposo di Augusto”) e la successiva rielaborazione cristiana permane una matrice arcaica di culti agrari, misteri ctonii, sotterranei, purificazioni con acqua e fuoco, e anche dinamiche di espansione della coscienza legate alla trance collettiva, all’inversione carnevalesca, alla riconnessione con l’organismo cosmico. Per capire tutto questo dobbiamo partire dal calendario astronomico antico, dalle antiche credenze religiose con le conseguenti considerazioni, manifestazioni, antropologiche e folkloriche, alle quali spesso sono legate tecniche di alterazione della coscienza. Fatto questo potremo riflettere sul destino contemporaneo di un tempo che – a quel tempo – fu sacro.
D. Vogliamo partire dal calendario astronomico?
R. Nel calendario astronomico antico la metà di agosto coincide con i “dies caniculares”, cioè il periodo in cui al sorgere di Sirio (la Canicula) si associava, secondo la medicina e la cosmologia greco-romane, un surplus di calore ritenuto pericoloso per il corpo e per il raccolto. La canicola non era soltanto una condizione meteorologica: era una categoria cosmologica, un tempo di rischio in cui l’eccesso solare minacciava la vita che il sole stesso aveva fatto maturare. È evidente il legame fra questo culmine astronomico e quello agricolo. Infatti, nel Mediterraneo il grano viene mietuto tra giugno e luglio e, per la metà di agosto, trebbiato e riposto nei granai sotterranei o semisotterranei, gli horrea. Però il raccolto appena concluso non è ancora al sicuro, perché è esposto a incendi, a roditori, a marciume, a furto. E qua entra in ballo la religione. Non è un caso che Conso, dio del grano immagazzinato, avesse il proprio altare sepolto sotto terra e venisse scoperto solo in questi giorni. La divinità custodisce ciò che il tempo della canicola espone al pericolo. Ma non solo, perché proteggendo il raccolto permette la stessa sopravvivenza invernale di una comunità agraria.
D. In questa ambivalenza dei fenomeni naturali (il caldo che fa maturare le messi può anche deteriorare i raccolti) anche l’acqua ha un suo ruolo.
R. Infatti. Quando manca, l’acqua genera siccità e terra riarsa, ma è anche benefica, perché guarisce e ritempra (il mare, il fiume, la fonte). Le lustrazioni acquatiche di metà agosto non sono un semplice sollievo dal caldo, sono una risposta simbolica coerente alla struttura stessa della crisi stagionale.
D. Passiamo agli aspetti religiosi.
R. Prima dell’istituzione delle Ferie Augusti, nel 18 a.C., la seconda metà di agosto era scandita da una sequenza di riti agrari e propiziatori, ciascuno rivolto a un aspetto specifico della soglia stagionale. Il 21 agosto c’erano i Consualia, riti in onore del già citato Conso, dio del grano immagazzinato, il cui altare nel Circo Massimo era sotterraneo e veniva scoperto esclusivamente in occasione di queste feste. Conso rappresentava la gestazione sotterranea del seme, la ricchezza occulta, la custodia del raccolto sottratta allo sguardo e quindi, simbolicamente, al pericolo. Il 13 agosto sulle sponde del lago di Nemi (lo Specchio di Diana) si svolgevano i Nemoralia, una grandiosa “festa delle torce” dedicata a Diana Nemorense. I fedeli compivano processioni notturne con fiaccole, perché Diana, protettrice della fecondità femminile e del mondo selvatico, fungeva da contrappeso notturno alla violenza del sole d’agosto, in quanto la sua luce fredda e riflessa bilanciava simbolicamente l’eccesso della canicola. Poi, a chiusura del ciclo di protezione dell’annata agricola, si celebravano i Vinalia Rustica, dedicati a Giove e a Venere per la maturazione dell’uva, e l’Opiconsivia, dedicata a Ops Consivia, dea dell’abbondanza. Ottaviano Augusto unificò questi riti in un lungo periodo di riposo civile e politico, le Feriae Augusti, durante il quale uomini e animali da lavoro venivano dispensati dalle fatiche.
D. Qual è il legame con la religione cristiana, che pochi decenni dopo si diffuse in tutto l’Impero?
R. In realtà solo nel VI secolo d.C. la Chiesa fissò la solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria al 15 agosto, operando una classica translatio simbolica. La sovranità lunare di Diana e la funzione materna di Ops e Cerere furono progressivamente assorbite dalla figura di Maria madre di Dio, la Theotokos. L’Assunzione corporea della Vergine, la Dormitio che diviene Assunzione, sublima l’archetipo della terra: la materia creata viene spiritualizzata ed elevata al cielo, proteggendo simbolicamente il nutrimento della comunità dai cataclismi climatici di fine estate. È la stessa struttura arcaica (custodia del raccolto, protezione dal rischio stagionale, elevazione della materia feconda) rivestita di un nuovo linguaggio teologico.
D. I risvolti antropologici, invece, quali sono?
R. In chiave antropologica, secondo alcuni studiosi, il Ferragosto è uno spazio-tempo liminare: né pienamente dentro la struttura sociale ordinaria, né fuori di essa. Il ritmo della produzione si arresta o quanto meno rallenta, perché il calore impone una sospensione dell’azione utilitaristica, durante la quale le gerarchie sociali sembrano attenuarsi, se non sospendersi del tutto, come avveniva nelle antiche feste romane in cui padroni e schiavi banchettavano insieme. Oggi, inoltre, in certe usanze moderne, come il bagno la notte tra il 14 e il 15 agosto, ritroviamo la valenza terapeutica e rigenerativa delle antiche lustrazioni. Anche il fuoco dei falò di Ferragosto, accesi lungo le coste o sulle colline, richiama antichi riti, così come il pranzo di Ferragosto conserva la struttura del banchetto sacrificale: un consumo collettivo, spesso all’aperto, che ridistribuisce simbolicamente l’abbondanza appena raccolta. Simbolica, al riguardo, è l’anguria. Con la sua polpa rossa ricolma di semi e acqua, è l’emblema della fecondità vegetale e del ristoro idrico nel cuore dell’arsura estiva. Un frutto che racchiude in sé entrambe le urgenze della stagione: il calore da placare e il seme da custodire.
D. Mi sembra che si possa dire, usando le sue parole, che «il culmine di agosto spezza il tempo lineare e quantitativo, il chronos, per inaugurare il tempo qualitativo del kairos, l’istante propizio che non si misura ma si abita.»
R. Proprio così. La mente sperimenta una temporanea dissoluzione dell’ego operativo, fondendosi con la quiete e la pienezza del meriggio estivo, per sentirsi parte di un organismo sociale e cosmico più ampio di sé. Questa dissoluzione temporanea non è evasione, ma una forma di conoscenza: la sospensione del fare utilitaristico apre uno spazio in cui la comunità può rigenerare, attraverso il corpo e il rito, ciò che il calendario ordinario non lascia emergere.
D. Come si manifesta, oggi, questo ritorno al chronos?
R. Il Ferragosto contemporaneo, l’esodo autostradale, l’ombrellone, il barbecue, appare a prima vista come il guscio svuotato di questa architettura arcaica: una festa laicizzata, commercializzata, ridotta a semplice pausa dal lavoro. Eppure la struttura profonda persiste, sebbene non riconosciuta: la sospensione del tempo produttivo, il richiamo dell’acqua, il bisogno di comunità, la ricerca – per quanto degradata a intrattenimento – di un’esperienza che ecceda la routine. Riconoscere questa architettura sommersa non significa proporne un ripristino nostalgico, ma restituire spessore a un gesto che la modernità tratta come vuoto: fermarsi, immergersi nell’acqua, condividere un pasto sotto le stelle di metà agosto sono, ancora oggi, atti che ripetono, spesso senza saperlo, una delle più antiche coreografie della cura di sé e della comunità che il Mediterraneo abbia mai concepito.
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