[Foto a valori invertiti] Cassone ligneo con vedute prospettiche a intarsio. Manifattura fiorentina, fine XV (collezione Contini-Bonacossi)
Sarebbe sempre buona abitudine partire dalle origini semantiche di una parola, per poterne argomentare e sviscerare il significato più profondo e l’adattamento successivo nel linguaggio parlato.
Merito, deriva dal latino (da meritum, a sua volta derivato da mereri, “guadagnarsi qualcosa”, “meritare”, “essere degno di ricevere”). In questa accezione latina la parola merito viene a suggerire una dinamica che molto ha dello scambio: ad un risultato corrisponde una ricompensa. Ma quanto questa relazione sia esaustiva di un riconoscimento assiologico, quindi del valore in senso pieno, è assolutamente non dato. Eppure, non pochi animi si scaldano quando sentono parlare di merito e meritocrazia. Siamo stati abituati ad essere ubbidienti e ligi per vederci garantiti minimi sindacali e, comprensibilmente, non tolleriamo che certi privilegi siano invece distribuiti sulla base di criteri che non tengono conto del tanto auspicato merito (nel suo dover essere frainteso per struttura). Se ciò fornisce una certa garanzia di armonia comportamentale diffusa, delega al contempo la giurisdizione (mi si passi) di criterio e controllo di valore, su base antivaloriale.
Nell’antica Grecia, ad esempio, le parole che filosofi come Platone ed Aristotele usavano per esprimere un raggiungimento, erano al contrario tutte volte alla protensione verso l’eccellenza e la perfezione. In parole come areté (virtù, eccellenza) e axia (valore, dignità) noi scopriamo l’anelito verso un innalzamento, valoriale appunto, e propriamente inteso, non l’aderenza morta al modello protocollato arbitrariamente, bensì una forma coerente con la stessa natura umana, o con quanto di essa si riteneva di aver colto.
Nella sua odierna accezione, la meritocrazia sostiene che una società sia giusta quando posizioni, opportunità e ricompense vengono assegnate sulla base del merito, anziché della nascita, della ricchezza o dei privilegi. A prima vista, si tratta di un principio difficilmente contestabile: sembra giusto premiare chi si impegna e possiede determinate capacità piuttosto che chi beneficia semplicemente della propria origine. Ma come al solito la parte più importante di un ragionamento è la domanda, non la risposta: chiediamoci piuttosto cosa sia il merito, chiediamoci cosa sia l’origine di ciascuno.
Dobbiamo smettere di pensare le cose in termini asettici, ogni concetto va calato nel suo tessuto contestuale e ad esso va intrecciato per testarne la resa oggettiva e concreta. Se noi prendiamo il concetto di successo e lo mettiamo alla prova nell’attuale struttura sociale (altra impalcatura artificiale), vediamo chiaramente che questo non dipende esclusivamente dall’impegno individuale, anzi: capacità, educazione, famiglia, ambiente sociale, opportunità ecc. influenzano profondamente i risultati di qualsiasi forma di lavoro e impegno.
Qui emerge una prima contraddizione fondamentale: anche quando il risultato è effettivamente entro i criteri definiti “di valore” (senza addentrarci nell’analisi di valore del valore), non è detto che questo sia puramente frutto dell’impegno. E allora il merito, da presupposto di giustizia, diventa foglia di fico sulla tracotante nudità dell’ineguaglianza sociale che le fa da sfondo (alla foglia).
Una seconda contraddizione lampante è che proprio la meritocrazia rischia di trasformare differenze di prestazione in differenze di valore sociale, tradendo di fatto senso e significato del valore stesso.
Pur non avendo esaurito l’analisi del “ti esti”, volgiamo rapidamente ad una conclusione che lasci al lettore tutte le energie per riflettere su questa introduzione al tema, che spero potrà godere di prossimi approfondimenti.
Anche se in questa società delle istituzioni della comunciazione, siamo riusciti ad accettarlo anche come secondo nome del Ministero dell’Istruzione, trasformare il merito in un principio assoluto di giustizia, rischia di essere distruttivo della stessa dignità umana, e quindi nella direzione opposta al suo proposito di facciata. Il concetto di merito - fino a che non si riadatteranno le distribuzioni sociali, le risorse in senso lato - rimarrà, nella sua essenza sintomo, e palliativo a un tempo, di un atteggiamento socio-politico costitutivamente ingiusto, votato all’impariità congenita. Nella sua sintesi interna è così destinato ad impoverire ogni fertile terreno della cooperazione e della convivenza, allontanandoci dal sacrosanto rispetto delle differenze e dal vero valore, la relazione fra queste.
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