L'esecuzione commessa all'alba del 29 agosto 1991 in via Vittorio Alfieri a Palermo segnò un punto di non ritorno nella storia del contrasto alla criminalità organizzata in Italia. Quel mattino, l'imprenditore Libero Grassi, proprietario dello stabilimento Sigma e responsabile della tutela lavorativa di circa cento dipendenti, fu raggiunto da quattro colpi d'arma da fuoco sparati dal killer mafioso Salvino Madonia con il supporto logistico di Marco Favaloro. Di fronte alle pressioni estorsive del racket aveva rivendicato pubblicamente la propria dignità e la libertà d'impresa.
La sfida frontale di Grassi alla struttura criminale ebbe inizio mesi prima, il 10 gennaio 1991, attraverso un'inedita lettera aperta indirizzata al Giornale di Sicilia. L'atto di denuncia ruppe l'imperante muro di omertà che soffocava il tessuto economico cittadino, manifestando una presa di posizione esplicita e senza timori reverenziali:
«Caro estortore, volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia...»
La motivazione del rifiuto di versare i 50 milioni di lire pretesi dai referenti locali del pizzo (rappresentati simbolicamente dall'emissario noto come "Geometra Anzalone") non risiedeva soltanto in una questione morale, ma anche in un preciso e lucido calcolo d'impresa. Grassi dimostrò con chiarezza che cedere all'estorsione avrebbe condotto l'azienda a un progressivo ed inesorabile dissesto finanziario, oltre a privare il datore di lavoro di qualsiasi autonomia decisionale.
Ciò che ha reso la figura di Libero Grassi un simbolo dell’antimafia non è stato esclusivamente l'atto criminale commesso dai clan, bensì l'isolamento istituzionale, culturale e sociale in cui venne a trovarsi. All'epoca, la normalizzazione delle tangenti ed il silenzio sistematico rappresentavano la consuetudine.
Basti ricordare la sentenza del 28 marzo 1991 con cui la magistratura giudicante (nella persona del giudice Luigi Russo) prosciolse noti costruttori dell'epoca (i cosiddetti "quattro cavalieri" del settore edile catanese) affermando che il sistema d'impresa siciliano, per poter operare sul territorio, fosse costretto a ricercare un'intesa di "non conflittualità" con le dinamiche mafiose, in quanto la contrapposizione aperta avrebbe inevitabilmente condotto alla capitolazione delle imprese stesse.
Anziché ricevere solidarietà, Grassi fu trattato con diffidenza e persino accusato di "protagonismo".
Salvatore Cozzo, all'epoca presidente dell'Associazione degli Industriali di Palermo (legato ad ambienti della politica locale), criticò apertamente le prese di posizione pubbliche di Grassi, ritenendole lesive per l'immagine economica e l'attrattività degli investimenti nell'isola.
Grassi reagì con fermezza e attraverso le frequenze di Radio Radicale, contestò l'idea secondo cui la sottomissione al crimine costituisse una precondizione necessaria per svolgere attività d'impresa in Sicilia. La sua analisi è documentata anche nel corso della puntata di Samarcanda condotta da Michele Santoro nell'aprile del 1991.
In quell'occasione, l'imprenditore individuò con esattezza il punto nevralgico del potere mafioso, ovvero l'infiltrazione e il condizionamento della rappresentanza democratica:
«C'è il primato della legge, il primato della politica, il primato della morale, ma c'è un primato superiore: quello della qualità del consenso. Ovvero la formazione del consenso, che poi è quella l'arma della mafia... A una cattiva raccolta di voti corrisponde una cattiva democrazia. I valori morali... sono transeunti, si formano, sono contemporanei... La legge la fanno i politici, la fanno buona, la fanno cattiva, relativa al consenso. Sempre. Se i politici hanno un cattivo consenso, faranno delle cattive leggi. E allora noi dobbiamo curare la qualità del consenso. La mafia in Sicilia è il maggiore interlocutore del problema politico in quanto dispone del voto, dispone dei soldi e degli inserimenti dell'amministrazione.»
Interpellato sul rischio che il suo rifiuto potesse portare alla distruzione delle aziende, Grassi rispose ribaltando la logica dominante: se ciascun operatore economico avesse intrapreso la medesima battaglia di legalità, ad essere spazzato via sarebbe stato il sistema delle estorsioni, non l'imprenditoria.
All'indomani dell'assassinio, il dibattito si inasprì ulteriormente. Durante un vertice dei giovani imprenditori, emerse un duro confronto tra Davide Grassi (figlio di Libero) e la rappresentanza giovanile dell'associazione industriale locale: di fronte all'argomentazione che gli imprenditori non dovessero assumere ruoli di polizia, la replica di Davide chiarì come il pagamento delle estorsioni costituisse il primo canale di finanziamento delle organizzazioni mafiose.
La memoria viva in Via Alfieri
La famiglia Grassi — guidata fino al 2016 dalla moglie Pina Maisano e dai figli Davide e Alice — ha espresso il proprio rifiuto per le commemorazioni istituzionali e puramente formali. Ogni anno, il 29 agosto, sul luogo del delitto viene rinnovata una traccia di vernice rossa sul marciapiede unitamente al manifesto d'accusa firmato nel 1991, a futura memoria della gravità dell'omertà di gran parte dell'ambiente sociale e politico dell'epoca.
Il sacrificio morale di Libero Grassi ha successivamente aperto la strada alla consapevolezza critica e alla nascita di associazioni antiracket (come il movimento Addiopizzo), dimostrando che la salvaguardia della propria dignità ed un'economia libera da condizionamenti rappresentano condizioni imprescindibili per la tenuta civile e democratica di un Paese.
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