NAZA in silenzio - di Verdiana Siddi

Pubblicato il 28 ottobre 2026 alle ore 10:18

Foto: Ashraf Amra / UNRWA, Gaza, 21 gennaio 2025. Fonte: Wikimedia Commons.

Partiamo dalla fine. 

Di solito, al termine di una proiezione, in pochi restano seduti a leggere i titoli di coda, e sulla colonna sonora di chiusura la maggior parte dei presenti si alza e se ne va. Questa volta no. I titoli di coda, senza alcuna colonna sonora, hanno tenuto tutti incollati alle poltrone, e penso che pochi li stessero veramente leggendo, forse nessuno.
Nessuno si è alzato, nessuno si è mosso. Un silenzio religioso. Il primo ad alzarsi: un signore sulla sessantina, ormai era chiaro che la carrellata volgesse al termine. Barba lunga, sguardo a terra, tra rabbia e disperazione. Gli altri fermi, finché l’ultima riga non è scomparsa oltre il margine superiore dello schermo. Poi le luci in sala si sono accese e timidamente, su facce attonite, qualche signora cercava di nascondere l’orrore dietro un falso sorriso di circostanza, arreso, sembrava un tentativo materno e maldestro di augurare insperabili sogni d’oro a tutti. Sempre in silenzio, ognuno ha raccolto poi le proprie cose e, indossate le giacche, confluivamo in processione verso l’uscita. Qualche parola proferita sì, ma sottovoce, per inevitabilità.
Una cosa mai vista prima. 

Il rischio di un documentario giornalistico del genere è quello di solleticare un’oscena curiosità di sadismo tecnico dell’azione militare, mettendo in mostra i dettagli scabrosi dell’operazione, facendo delle vittime un mero pretesto per parlare del come, più che del che cosa. Magari per indignarsi, ma provando al contempo, nei meandri della propria coscienza, una fame peccaminosa di conoscenza. Può infastidire, può allontanare, può piacere troppo. 

Si tratta di una lunga serie di interviste a membri dell’intelligence israeliana.

Naza è un acronimo usato per indicare i “danni collaterali”, ma dai racconti si rileva che non c’è danno che sia collaterale: solo elementi strutturali del sistema. 

Dal punto di vista dei contenuti e della forma, pochi flash storici spezzano il susseguirsi di testimonianze, pochi. In larga parte l’esperienza narrativa rimane nella forma della testimonianza, con qualche inevitabile e calibrata eccezione. Il pericolo è sempre quello di ampliare la distanza tra spettatori e realtà, perché in questo caso i testimoni non sono le vittime.

La programmazione degli attacchi, la sorveglianza, l’interfaccia del software, i droni, l’intelligenza artificiale, il machine learning, le percentuali di tolleranza d’errore, gli ingranaggi.

Ma anche essere ingranaggi, l’estasi della buona riuscita di un attacco, sentirsi dio, l’odio, la faccia di Hamas di ogni palestinese, la non innocenza di tutti i gazawi, il non sapere perché, ma comunque partecipare. Il settordiciottobre. Conversazioni familiari che in un attimo diventano macerie e sangue, cadaveri lasciati ai cani, centinaia di “danni collaterali” per colpire un esponente delle milizie di Hamas, che però non era in casa quel giorno. L’algoritmo che sbaglia, sbaglia l’algoritmo.

Nella restituzione complessiva non c’è solo l’elemento descrittivo dei dispositivi tecnologici che trasformano l’esperienza di guerra in un gioco a punti, c’è anche altro. Tutti raccontano particolareggiando, ciascuno a modo suo.

Aspetti problematici della forma scelta si innestano ad una narrazione interessante, estremamente rischiosa, ma dannatamente interessante.
Poco di nuovo viene raccontato, ma la notizia è che il modo è tale da arrivare senza lasciare scampo. 

Logo ufficiale del documentario. Fonte: Wikipedia.org

NAZA (2026) è un film documentario diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor. 
Ricostruisce le strategie militari israeliane su Gaza a partire dal 7 ottobre 2023. 
Il documentario è stato realizzato nell'arco di tre anni, dalle inchieste del The Guardian ed intervistando fonti dirette sotto copertura. 
The Guardian ha annunciato che da novembre 2026 la sua distribuzione sarà permanente e gratuita in streaming sulla loro piattaforma online.

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