La cronaca nera tra grande schermo e carta stampata - di Gaia Lamanna

Pubblicato il 31 ottobre 2026 alle ore 18:55

Giovedì 14 ottobre si è svolto a Siena un evento pubblico preparatorio al 39°Congresso Nazionale della Società Italiana di Criminologia (SIC) con l'obiettivo di interrogarsi sulla possibilità di aprire un varco tra la società e l'autore del reato

La conferenza, dal titolo Criminologia e cinema: il caso Elisa, ruotava attorno a questioni delicate di particolare rilevanza e attualità. Alle ore 17 i partecipanti hanno fatto il loro ingresso nel Palazzo del Rettorato dell'Università di Siena, prendendo posto all'interno dell'Aula Magna, la sala in cui è stato organizzato il confronto, finalizzato a riflettere su alcune delle domande spinose che maggiormente infiammano il dibattito pubblico e criminologico dei nostri tempi.

Tra queste: in quale modo può essere davvero realizzabile e utile costruire un ponte tra i criminali e la società?

Dopo la proiezione del film Elisa (2025), diretto dal regista Leonardo Di Costanzo e tratto dal libro scritto da Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali Io volevo ucciderla. Per una criminologia dell'incontro, si è aperto uno stimolante dibattito fra gli illustri ospiti. Oltre agli stessi coautori del volume, erano invitati i professori Alfonso Francia e Alfredo Verde, moderatore dell'evento e Presidente in carica della Società Italiana di Criminologia.

Il film racconta la particolare vicenda di Elisa Zanetti, una giovane donna condannata per essersi macchiata di un crimine terribile, che non lascia spazio alla compassione: l'omicidio della sorella maggiore, seguito dalla distruzione del suo cadavere mediante incendio, in apparenza senza un chiaro motivo. La svolta arriva nel momento in cui la protagonista, interpretata dall'attrice Barbara Ronchi, decide di mettersi a disposizione di un criminologo che vuole analizzare le motivazioni profonde di coloro che commettono reati estremi. Lo studio dovrebbe aiutare anche il criminale a non rimanere inchiodato al delitto per il quale è stato condannato e, al tempo stesso, ad assumersene la giusta responsabilità, senza fuggire davanti al peso della propria colpa. Infatti, nel corso della storia assistiamo a una vera trasformazione e presa di consapevolezza da parte di Elisa.

Malgrado "Elisa Zanetti" sia un nome di fantasia creato per la pellicola, l'opera si ispira fedelmente al delitto di Stefania Albertani, un celebre caso di cronaca nera italiana avvenuto nel 2009.

Il film non approfondisce il crimine sotto al profilo processuale o investigativo, perché vuole focalizzarsi sulla storia umana e personale dell'assassina, che cerca di ricostruire attraverso un paziente esercizio di ascolto e di memoria. Mettere insieme i pezzi del bagaglio esistenziale appartenente a un individuo, quasi come fosse un puzzle, per cercare di trovare al suo interno qualche elemento capace di fornire una spiegazione plausibile alla sua azione violenta, non attenua la gravità dell'epilogo, ma quantomeno fornisce la speranza di riuscire, in futuro, a prevenire fenomeni simili. Soprattutto, contribuisce a scardinare quella percezione diffusa che la società sia rigidamente divisa tra buoni e cattivi, e l'illusione che il male possa essere commesso solo da uomini e donne che non ci assomigliano affatto. Qui serpeggia il rischio di cadere in errore.

Durante i primi colloqui condotti in carcere, d'improvviso la giovane si lascia andare a una dichiarazione sconvolgente: "Io volevo ucciderla". 

Ma dietro a una frase così glaciale c'è un mondo interiore costituito dal desiderio di compiacere gli altri, di non deludere la propria famiglia, dal timore di sentirsi invisibili e indesiderati; sono sensazioni con cui Elisa Zanetti /Stefania Albertani è cresciuta, ma che in qualche misura tutti quanti conosciamo.

Può apparire inquietante, tuttavia la vicenda in questione insegna che la crudeltà alberga proprio in ognuno di noi. A tal proposito, si è parlato perfino dell'importanza di lavorare sull'empatia cognitiva per abitare le emozioni (quali il fallimento, che spaventa la protagonista), imparando a gestirle e a chiamarle col proprio nome. Difficile accettare l'idea che non sia stato uno scatto d'ira, bensì la paura, a rappresentare la causa scatenante di tale tragedia. 

Il prodotto cinematografico è il frutto di un attento lavoro di trascrizione e selezione di lunghe interviste ed è apparso fedele alla vicenda reale esposta nel libro da cui prende spunto, grazie ovviamente al prezioso contributo fornito da Ceretti e Natali come consulenti della sceneggiatura. Tuttavia il professor Adolfo Francia è stato un po' critico per quanto riguarda la scelta di mettere in risalto l'inclinazione alla depressione della donna, pur manifestando un sincero apprezzamento per la modalità con cui è stato affrontato il tema centrale. 

Si è inoltre sottolineato come i criminologi non avessero voluto conoscere in anticipo la storia processuale e le perizie riguardanti questo caso, per allontanare il rischio di venirne influenzati. Questo aspetto ci ricorda l'espediente adottato da Victor Ugo nel suo celebre romanzo breve L'ultimo giorno di un condannato a morte in cui, per aiutare i lettori ad empatizzare con il reo, sceglie di non rivelarne il nome, tantomeno il crimine commesso. 

Mentre gli studiosi presenti al convegno invitavano la collettività a focalizzarsi sulle motivazioni profonde dell'azione criminosa, Hugo poneva l'attenzione sulle conseguenze psicologiche della condanna a morte. L'elemento di convergenza è rappresentato dal fatto che le finalità diverse possono essere perseguite soltanto affrancandosi da qualsiasi condizionamento e pregiudizio, forti dell'idea che "comprendere" un fatto illecito non significhi in alcun modo adottare un atteggiamento permissivo e giustificante nei confronti del suo autore.

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