Il caso recente che riguarda l’arresto e la rimessa in libertà di Youssef Siher potrebbe rappresentare perfettamente l’emblema di quel sistema giudiziario libero da influenze esterne così tanto a cuore al Governo Meloni.
La storia delle manifestazioni del 17 ottobre che ha coinvolto diverse piazze italiane contro le politiche nazionali è stata narrata diversamente da stampa e media a seconda delle preferenze politiche e del livello di affinità all’attuale esecutivo.
I fatti sono però sono inequivocabili e proverò di seguito a ricostruirli.
Youssef Siher è un ricercatore trentenne italiano di origini marocchine. Nato e cresciuto in Italia, una laurea magistrale in Scienze Politiche e di Governo presso l'Università degli Studi di Milano, ha lavorato nel campo della ricerca geopolitica, collaborando in passato con importanti istituti come l'ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) e il Centro Studi Internazionali (CSI). È specializzato in analisi di politica estera, con un focus particolare sulle aree del Medio Oriente e dell'Africa.
Ha manifestato pacificamente per i diritti dei palestinesi e contro la guerra portata avanti da Netanyahu, un massacro di civili ormai largamente documentato che ad oggi conta oltre 73 mila vittime in tre anni di conflitto, dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre 2023 che ha provocato circa 1.200 vittime in Israele.
Siher era stato fermato il 24 ottobre 2026 dalle forze dell'ordine con l'accusa di istigazione a delinquere aggravata da finalità terroristiche e partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche.
Bisogna anzitutto ricordare che il suo arresto avviene dopo l’entrata in vigore del nuovo decreto legge del Governo (20 ottobre 2026) in risposta ai gravi atti di vandalismo e saccheggio avvenuti nel corso della manifestazione contro il caro vita del 17 ottobre a Milano.
Quanto e come ha inciso il nuovo decreto legge sull’arresto di Siher?
Per l'arresto di Youssef Siher sono state applicate le nuove disposizioni sull'estensione e il potenziamento del fermo preventivo d'urgenza introdotte proprio dal decreto sicurezza.
L'accusa contestata al trentenne si basava sulle pubblicazioni effettuate sulla pagina Instagram e il canale Telegram creati da lui il giorno seguente ai fatti del 17 ottobre con l’intenzione di organizzare in tutta Italia una nuova mobilitazione popolare di protesta.
Il contenuto delle pubblicazioni di Siher è stato considerato “sovversivo” da parte della Procura di Milano e nello specifico il seguente post pubblicato su Instagram: «Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame»
L’accusa inoltre attribuiva a Siher la responsabilità dei messaggi violenti pubblicati dagli utenti nel canale Telegram, che contava circa 9.000 iscritti. Le frasi più esplicite, come «Banche tutte al rogo», erano state scritte da utenti anonimi e non direttamente da lui.
Anche il file «Rivoluzione, istruzioni per l’uso», trovato sul suo computer, è stato oggetto di interpretazioni contrastanti: per la Procura era un manuale di guerriglia urbana, mentre per la difesa e la GIP si trattava di un opuscolo ispirato alle proteste egiziane del 2011, contenente soprattutto indicazioni di autodifesa passiva, come proteggersi dai lacrimogeni e mantenere compatto il corteo.
Molti voci critiche, tra cui anche qualche giornalista e opinionista notoriamente di destra, hanno avanzato perplessità su questo arresto, mentre diversi esponenti del governo hanno mostrato grande soddisfazione come se la sentenza definitiva fosse stata già bella e scritta (alla faccia del garantismo).
A smorzare il loro entusiasmo, però, è arrivata la decisione della Gip di Milano Tiziana Landoni che ha respinto la convalida del fermo e disposto la liberazione di Siher senza misure cautelari, ritenendo insufficienti gli indizi di colpevolezza e assenti rischi concreti di fuga o reiterazione. Secondo la giudice, i messaggi rientravano nel dissenso politico e non dimostravano un legame diretto con le violenze avvenute a Milano. Siher e la moglie restano comunque indagati a piede libero, mentre la Procura valuta un eventuale ricorso.
La decisione della liberazione è stata duramente contestata dal Governo, mettendo in discussione l’autorevolezza della GIP e alimentando una vera e propria ondata di attacchi e insulti sui social network.
La stessa Premier, Giorgia Meloni, ha espresso con severità la sua disapprovazione in un video realizzato e pubblicato pochi minuti prima dell’approvazione della manovra finanziaria per il 2027.
"Lo dico senza mezzi termini: considero vergognosa la decisione del giudice per le indagini preliminari di Milano di non convalidare il fermo di Youssef Siher" - ha affermato Giorgia Meloni, aggiungendo - «Penso che questa sia una mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti, del Ministero degli interni».
Il giorno seguente diversi quotidiani e media hanno “informato” i cittadini riguardo ad un documento che la GIP aveva firmato nel settembre 2025, ovvero l'"Appello dei giuristi per Gaza", pubblicato sulla rivista specialistica Giustizia Insieme. Ciò avrebbe dovuto metterne in dubbio l'imparzialità del Giudice per le Indagini Preliminari e alimentare sospetti sulla decisione di non convalidare il fermo.
E invece, ancora una volta, i ministri e la stampa che avevano sollevato la questione hanno dovuto ingoiare l’ennesimo boccone amaro: anche la PM Francesca Crupi, ovvero la magistrata che ha coordinato le indagini e chiesto la custodia cautelare in carcere per Siher, aveva firmato lo stesso identico appello. L’«Appello dei giuristi per Gaza» è stato sottoscritto da oltre 3.000 professionisti del diritto e chiedeva il rispetto del diritto internazionale, la tutela dei diritti umani e il perseguimento dei crimini internazionali. Tra le iniziative proposte, la lettura pubblica del preambolo dello Statuto della Corte penale internazionale nelle aule giudiziarie e universitarie.
Ricordo, infine, che nel corso della campagna elettorale per il referendum sulla giustizia del marzo 2026, incentrato sulla separazione delle carriere, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e i sostenitori del «Sì» avevano insistito sulla necessità di separare giudici e pubblici ministeri, sostenendo che la loro appartenenza allo stesso ordine giudiziario rischiasse di compromettere l'imparzialità dei primi rispetto alle tesi dell'accusa. Cari lettori, cosa avranno imparato da questa vicenda i nostri politici? Forse che la coerenza è una virtù su cui occorre lavorare maggiormente, soprattutto in vista delle prossime elezioni? Che l’indipendenza della magistratura deve essere garantita sempre? Che la sua autonomia si misura proprio nella possibilità di decidere in base alla legge e alle prove, senza condizionamenti o pressioni politiche, anche quando l’esito non incontra il favore del Governo? Staremo a vedere.
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