Per chi non conosce, per chi non sa, quando prendi la corriera da San Donà di Piave per andare ad Eraclea, dall’alto di una strada rialzata a difesa della viabilità e a salvezza delle opere umane, a sinistra vedi un fiume che sembra il VOLTURNO come quando lo vedi dal rupone che fu costruito alla fine degli anni ’60 da Arnone a Castelvolturno per difendere le case dalle inondazioni; eppure, quello è il PIAVE.
Il Piave quello che mormorava. Il fiume che fece gli italiani come un altro fiume, l’Arno, fece la lingua italiana.
Il 4 novembre si celebra la Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate per commemorare la vittoria nella Prima Guerra Mondiale: l'unica festa civile che l'Italia ha celebrato ininterrottamente attraverso l'età liberale, il fascismo e l'epoca repubblicana. É l’onore ai Caduti e ai Militari al servizio della Patria, della Nazione, degli Italiani.
Tutto é legato simbolicamente al mormorio di un fiume.
Il mormorìo è un suono di sottofondo, lieve e sommesso, continuo e indistinto. Il mormorio potrebbe essere un brusio, un bisbiglío, un passaparola.
Il Piave mormorava, come l’Arno parlava, il Piave mormorava come il Volturno si sparpagliava tra Arnone e Castelvolturno
Nel giugno del 1918, dopo pochi mesi la disfatta di Caporetto, il Regio esercito, guidato dal generale Armando Diaz, ribaltò la situazione con la vittoriosa Battaglia del Solstizio sul fiume Piave, l'esercito italiano bloccò l'offensiva austro-ungarica, ed inizio la riscossa.
A Napoli, ma proprio a Napoli, un giovane impiegato delle Regie Poste leggeva le “cartoline” che i militari spedivano dal fronte. Alle fidanzate, alle mogli, ai figli, alle loro famiglie.
Le parole sulle cartoline erano dolore, speranza, dignità e fiducia. Sembravano un mormorio un passaparola dal Piave all'Italia. Scrivevano napoletani ma le parole erano in italiano come la lingua dell'Arno. Le stesse arrivavano in altri uffici postali, a Caltanissetta, a Valmadrera, a Lucca, a Nuoro
Il giovane impiegato postale in una sola notte, tra il 23 ed il 24 giugno 1918, in preda all’insonnia e a 10 tazze di caffè, scrisse d'istinto testo e musica di una canzone che raccontava del mormorio di un fiume.
Annotô i versi su fogli di vecchi giornali strappati, sui moduli postali, si accompagnó, per la melodia, con le corde di un mandolino e per alcuni ritmi e pause si aiutò con il suono della macchinetta del caffè. Tutti sanno la magia del caffè napoletano.
Giovanni Ermete Gaeta, in arte E.A. MARIO, compose, grazie ai moduli postali e alla macchinetta del caffè, una canzone che diede voce al riscatto nazionale e alla memoria dei soldati ripercorrendo le tappe della guerra: l'entrata del 24 maggio 1915, la tragedia di Caporetto e la resistenza sul Piave.
Il Piave mormorava, l’Arno parlava, il Volturno si sparpagliava e tutti i militari al fronte cantavano la leggenda del Piave
Il Generale Armando Diaz scrisse all’impiegato postale un telegramma: “Mario, la vostra Leggenda del Piave al fronte è più di un generale!”
Poi dicono che il caffè fa male
Buongiorno
Vincenzo Russo Traetto
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