Il PIAVE, l’ARNO, il VOLTURNO ed il mormorio del caffé - di Vincenzo Russo Traetto

Pubblicato il 4 novembre 2026 alle ore 07:17

Per chi non conosce, per chi non sa, quando prendi la corriera da San Donà di Piave per andare ad Eraclea, dall’alto di una strada rialzata a difesa della viabilità e a salvezza delle opere umane, a sinistra vedi un fiume che sembra il VOLTURNO come quando lo vedi dal rupone che fu costruito alla fine degli anni ’60 da Arnone a Castelvolturno per difendere le case dalle inondazioni; eppure, quello è il PIAVE.

Il Piave quello che mormorava. Il fiume che fece gli italiani come un altro fiume, l’Arno, fece la lingua italiana.

Il 4 novembre si celebra la Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate per commemorare la vittoria nella Prima Guerra Mondiale: l'unica festa civile che l'Italia ha celebrato ininterrottamente attraverso l'età liberale, il fascismo e l'epoca repubblicana. É l’onore ai Caduti e ai Militari al servizio della Patria, della Nazione, degli Italiani.

Tutto é legato simbolicamente al mormorio di un fiume.

Il mormorìo è un suono di sottofondo, lieve e sommesso, continuo e indistinto. Il mormorio potrebbe essere un brusio, un bisbiglío, un passaparola.

Il Piave mormorava, come l’Arno parlava, il Piave mormorava come il Volturno si sparpagliava tra Arnone e Castelvolturno

Nel giugno del 1918, dopo pochi mesi la disfatta di Caporetto, il Regio esercito, guidato dal generale Armando Diaz, ribaltò la situazione con la vittoriosa Battaglia del Solstizio sul fiume Piave, l'esercito italiano bloccò l'offensiva austro-ungarica, ed inizio la riscossa.

A Napoli, ma proprio a Napoli, un giovane impiegato delle Regie Poste leggeva le “cartoline” che i militari spedivano dal fronte. Alle fidanzate, alle mogli, ai figli, alle loro famiglie.

Le parole sulle cartoline erano dolore, speranza, dignità e fiducia. Sembravano un mormorio un passaparola dal Piave all'Italia. Scrivevano napoletani ma le parole erano in italiano come la lingua dell'Arno. Le stesse arrivavano in altri uffici postali, a Caltanissetta, a Valmadrera, a Lucca, a Nuoro

Il giovane impiegato postale in una sola notte, tra il 23 ed il 24 giugno 1918, in preda all’insonnia e a 10 tazze di caffè, scrisse d'istinto testo e musica di una canzone che raccontava del mormorio di un fiume.

Annotô i versi su fogli di vecchi giornali strappati, sui moduli postali, si accompagnó, per la melodia, con le corde di un mandolino e per alcuni ritmi e pause si aiutò con il suono della macchinetta del caffè. Tutti sanno la magia del caffè napoletano.

Giovanni Ermete Gaeta, in arte E.A. MARIO, compose, grazie ai moduli postali e alla macchinetta del caffè, una canzone che diede voce al riscatto nazionale e alla memoria dei soldati ripercorrendo le tappe della guerra: l'entrata del 24 maggio 1915, la tragedia di Caporetto e la resistenza sul Piave.

Il Piave mormorava, l’Arno parlava, il Volturno si sparpagliava e tutti i militari al fronte cantavano la leggenda del Piave

Il Generale Armando Diaz scrisse all’impiegato postale un telegramma: “Mario, la vostra Leggenda del Piave al fronte è più di un generale!”

Poi dicono che il caffè fa male

Buongiorno

Vincenzo Russo Traetto

LA LEGGENDA DEL PIAVE (Versi e musica E. A. Mario, casa editrice musicale E. A. Mario, via Vittorio Emanuele Orlando 9, Napoli)

Il Piave mormorava
Calmo e placido, al passaggio
Dei primi fanti, il ventiquattro maggio
L'esercito marciava
Per raggiunger la frontiera
Per far contro il nemico una barriera
Muti passaron quella notte i fanti
Tacere bisognava, e andare avanti
S'udiva intanto dalle amate sponde
Sommesso e lieve il tripudiar dell'onde
Era un presagio dolce e lusinghiero
Il Piave mormorò: "Non passa lo straniero"
Ma in una notte trista
Si parlò di un fosco evento
E il Piave udiva l'ira e lo sgomento
Ahi, quanta gente ha vista
Venir giù, lasciare il tetto
Poiché il nemico irruppe a Caporetto
Profughi ovunque, dai lontani monti
Venivan a gremir tutti i suoi ponti
S'udiva allor, dalle violate sponde
Sommesso e triste il mormorio de l'onde
Come un singhiozzo, in quell'autunno nero
Il Piave mormorò: "Ritorna lo straniero"
E ritornò il nemico
Per l'orgoglio, per la fame
Volea sfogare tutte le sue brame
Vedeva il piano aprico
Di lassù, voleva ancora
Sfamarsi e tripudiare come allora
"No" disse il Piave, "No" dissero i fanti
Mai più il nemico faccia un passo avanti
E si vide il Piave rigonfiar le sponde
E come i fanti combattevan le onde
Rosso del sangue del nemico altero
Il Piave comandò: "Indietro va', straniero"
Indietreggiò il nemico
Fino a Trieste, fino a Trento
E la vittoria sciolse le ali al vento
Fu sacro il patto antico
Tra le schiere, furon visti
Risorgere Oberdan, Sauro, Battisti
Infranse, alfin, l'italico valore
Le forche e l'armi dell'impiccatore
Sicure l'Alpi, libere le sponde
E tacque il Piave: "Si placaron le onde"
Sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi
La Pace non trovò né oppressi, né stranieri

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