LA CATASTROFE DI TRUMP ALLE ELEZIONI DI MIDTERM, COSA SIGNIFICHERÀ PER IL MONDO? Di Adalberto Gianuario

Pubblicato il 4 novembre 2026 alle ore 20:40

La parabola di Donald Trump si è schiantata sullo scoglio delle elezioni di midterm 2026. Il presidente che pretendeva di aver risolto 8 guerre, che frignava per appendere un Nobel della Pace nella sua villa di Mar a Lago e che aveva stravinto le elezioni del 2024 promettendo di interrompere l’esportazione della democrazia in giro per il mondo a suon di bombe è stato punito proprio per aver cominciato una delle guerre più insensate e incomprensibili dell’epoca contemporanea. Ammesso naturalmente che esistano guerre anche minimamente dotate di senso.

Eppure le premesse di questo mandato presidenziale per alcuni versi avevano fatto ben sperare, soprattutto per la sua intenzione di trovare un punto di mediazione sulla guerra in Ucraina: si ricorderà il durissimo scontro con Volodymyr Zelensky, il 28 febbraio 2025, quando il presidente da poco salito sul trono della Casa Bianca aveva sballottato il suo omologo ucraino accusandolo di “giocare con terza guerra mondiale”, e ammonendolo a trovare presto un accordo con la Russia. Pochi giorni più tardi, il 5 marzo, sulla guerra in Ucraina il segretario di Stato Marco Rubio aveva rilasciato una sorprendente dichiarazione durante un’intervista a Fox News: “francamente è una guerra per procura tra potenze nucleari, con gli Stati Uniti che aiutano l'Ucraina contro la Russia”.

 

Non dunque una guerra per la difesa della patria, quella dell’Ucraina. Non un’invasione imperialista con lo scopo di spingersi fino in Portogallo, quella della Russia. Ma una “guerra per procura”, provocata dall’occidente in una Paese terzo per colpire indirettamente la Russia. Una lettura fino a quel momento tacciata come filo-russa, putiniana o complottista, che un giornalista come Giulietto Chiesa aveva spiegato fin nei minimi dettagli fin dal 2014. Stavolta però, questa lettura non proveniva da un giornalista non allineato, da un blog o da un canale YouTube noto a pochi adepti o da un’altra pubblicazione esoterica, ma da una delle massime cariche del potere internazionale. Anche l’incontro del presidente americano con Vladimir Putin ad Anchorage, in Alaska, nella giornata di Ferragosto del 2025, aveva suscitato l’impressione di un’inversione di rotta da parte dell’amministrazione USA. Persino la scelta di un territorio simbolico come l’Alaska per ospitare l’incontro sembrava andare in questa direzione: non solo terra di confine tra Stati Uniti e Russia, ma anche di storia comune: l’Alaska era infatti stata ceduta da Mosca a Washington nel 1867 in cambio di 7,2 milioni di dollari dell’epoca, nel timore di una possibile invasione britannica verso la Russia attraverso il Canada.

Nel documento di Sicurezza Nazionale, pubblicato il 4 dicembre 2025, l’amministrazione americana aveva poi delineato un nuovo assetto dell’architettura di sicurezza internazionale, basato sull’influenza delle macro aree di influenza e sulla difesa dei propri confini invece che su interventi militari in giro per il mondo. Il documento dichiarava conclusa l'era in cui il Medio Oriente dominava la politica estera statunitense, grazie anche al raggiungimento dell'indipendenza energetica da parte degli USA. Nei confronti di Mosca il tono era orientato alla ricerca di una stabilità strategica e a una risoluzione diplomatica rapida per porre fine alle ostilità in Ucraina. Persino verso la Cina i toni erano concilianti, il Paese del Dragone non era delineato come una minaccia strategica bensì come semplice concorrente economico e possibile fonte di vulnerabilità nelle catene di approvvigionamento.

Arrivato il 2026 le premesse squadernate nel corso dell’anno precedente sono state completamente disattese. Prima con l’intervento miliare in Venezuela e il rapimento di Nicolas Maduro, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, e poi con l’attacco all’Iran. Nel mese di febbraio si erano svolti diversi cicli di incontri tra le delegazioni statunitensi e iraniane a Ginevra, con la mediazione dell’Oman (nei mesi precedenti alcuni incontri nello stesso formato si erano tenuti anche a Roma). Oggetto delle discussioni era l’arricchimento dell’uranio da parte di Teheran. Il ministro degli esteri iraniano, Abbas Aragchi, alla guida della delegazione iraniana, aveva dichiarato più volte la disponibilità del suo Paese a ospitare "verifiche internazionali" nei siti nucleari in cambio dello sblocco delle sanzioni economiche. Le notizie trapelate suggerivano che i colloqui stessero producendo esiti promettenti, d’altra parte l’allentamento delle tensioni in Medio Oriente era un obiettivo della nuova amministrazione, messo nero su bianco nel documento di Sicurezza Nazionale e testimoniato anche dalle visite di Donald Trump nell’area. Il 28 febbraio, invece, all’indomani dell’ultimo incontro svoltosi in Svizzera, Israele e Stati Uniti lanciano senza alcun preavviso un attacco contro il territorio iraniano. "Epic Fury" lo chiamano negli Stati Uniti, in Israele "Ruggito del Leone". Missili a lungo raggio e bombardieri stealth colpiscono simultaneamente Teheran e diverse altre città iraniane. Nelle prime ore, intorno alle 11:20 del mattino, viene colpita la scuola elementare Shajareh Tayyebeh situata a Minab (nella provincia di Hormozgan, nel sud dell'Iran), perdono la vita oltre 150 persone, in gran parte bambini tra i 7 e i 12 anni, oltre a insegnanti e genitori intervenuti per riprendere i figli. Le inchieste successive e le ricostruzioni giornalistiche (tra cui quelle del New York Times) ipotizzeranno che il bersaglio sia stato colpito a causa dell'uso di dati d'intelligence obsoleti e di modelli di intelligenza errati. Nell’ondata di attacchi delle prime ore viene ucciso anche la Guida Suprema dell'Iran, l'Ayatollah Ali Khamenei, colpito all'interno del suo bunker a Teheran. La morte di Khamenei provoca immenso sdegno e commozione tra la popolazione iraniana, mentre viene istituto un consiglio provvisorio di governo per gestire l'emergenza e la risposta militare, culminata a marzo con la nomina di suo figlio, Mojtaba Khamenei, come nuova Guida Suprema.

Probabilmente Donald Trump è convinto di riuscire a mettere fine rapidamente alla guerra. Nel giorno dell’attacco rivolge un appello in video direttamente alla popolazione iraniana: “Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo, sarà vostro. È probabilmente la vostra unica occasione per generazioni”. Oltre a rispondere militarmente agli attacchi, l’inizio della guerra spinge immediatamente la leadership iraniana a chiudere lo Stretto di Hormuz, da cui transitano circa il 20% del greggio globale e il 30% del gnl. Risultato: il conflitto ricade immediatamente sull’economia globale, facendo schizzare alle stelle il prezzo dei prodotti energetici: nella primavera il barile di Brent supera la soglia dei 118-120 dollari al barile. Il rialzo ricade anche sulle pompe di benzina, nonostante la dichiarata indipendenza energetica, persino negli Stati Uniti il prezzo della benzina vola in media oltre i 4 dollari al gallone, fino a toccare punte di 4,30 - 4,50 dollari, trascinando verso l’alto i prezzi di prodotti di prima necessità e uso comune.

La guerra in Iran, dunque, non solo è un tradimento delle promesse fatte da Trump in politica estera, ma anche in campo economico: il tycoon aveva promesso fino allo sfinimento che si sarebbe concentrato sul benessere degli americani e sui fondamentali economici interni. Tralasciando per un momento le sue aberranti implicazioni morali e giuridiche, più che in qualsiasi altra guerra condotta nei decenni precedenti, quest’ultima ha avuto un impatto devastante sulla vita degli americani, e il risultato lo si è visto con l’esito delle elezioni di midterm. Questa volta i sondaggi della vigilia sono stati disattesi ma in una direzione opposta a quella che sperava l’eccentrico (per non dire psicopatico) inquilino della Casa Bianca. I Democratici hanno travolto gli avversari oltre ogni aspettativa, rovesciando le maggioranze al Congresso conquistando sia la Camera che Senato. Tra le vittorie più clamorose si registrano gli storici ribaltoni al Senato in roccaforti tradizionalmente conservatrici come il Texas (con James Talarico, prima vittoria Dem al Senato dal 1988) e il Kansas (con Adam Hamilton, prima vittoria Dem al Senato dal 1932). Già nelle ore di poco successive al voto, Donald Trump ha messo le mani avanti indicando come causa della sconfitta l’inflazione sui beni di consumo e l'aumento del prezzo del carburante legato alle tensioni internazionali.. Più esplicito e incisivo è stato il suo vice, J.D. Vance, che in un post pubblicato nelle ore successive ai risultati elettorali ha affermato che la sconfitta è stata decretata dagli stessi elettori che nel 2024 avevano votato per Trump, e che questa volta sono tornati alle urne votando per i democratici. Vance ha enumerato quattro cose da fare per recuperare fiducia presso il proprio elettorato: “1) Porre fine alla guerra 2) Concentrarsi sul costo della vita/inflazione 3) Mettere l'America al primo posto 4) Cambiare il nostro rapporto con Israele.

Ma al di là delle maggioranze che cambiano e delle apparenti alternanze democratiche, oggi una grande domanda pulsa nella testa di chi osserva sgomento i fatti del mondo: dopo questa batosta elettorale cosa sarà della guerra in Iran? La risposta più logica dovrebbe suggerire un ripensamento degli errori che hanno portato a una catastrofe elettorale di questa portata, se non per andare incontro al malessere del suo popolo, quantomeno per consentire al successore di Trump di giocarsi le prossime elezioni presidenziali. Tuttavia potrebbe valere anche la risposta opposta: non avendo più occasioni per presentarsi davanti agli elettori, Trump potrebbe giocarsi il tutto per tutto sulla guerra, rischiando di trascinare il mondo ancora più vicino alla catastrofe. Inoltre, la vittoria democratica potrebbe frenare la politica di riconciliazione statunitense verso la Russia, magari congelando il fronte iraniano per riaccendere quello ucraino, con nuove armi a Kiev, nuove sanzioni e un rinvigorito atteggiamento aggressivo nei confronti del Cremlino. Vedremo già nei prossimi giorni, probabilmente, in che modo lo spettacolo della democrazia ricadrà sulla vita delle persone vere.

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