Un grande pittore dall’Etna a Hollywood via Parigi. E Ritorno - di Salvatore Azzuppardi

Pubblicato il 20 marzo 2026 alle ore 13:37

Jan Calogero: "Quando dipingo, mi metto davanti alla tela ed è come se mi chiudessi in una bolla di cristallo. Comincia un viaggio attraverso l’immaginazione e non so dove mi porterà..."

 

Dopo il MACSS di Petralia Soprana, il Museo Robert Capa di Troina e Villa Piccolo a Capo d’Orlando, dove è stato scritto Il Gattopardo, il nostro viaggio attraverso la Sicilia meno nota, ci porta ai piedi dell’Etna.

Nella splendida cornice della Riviera dei Ciclopi, più precisamente ad Aci Castello, è possibile visitare la Casa-Atelier di Jean Calogero, pittore poco noto al grande pubblico, ma le cui opere sono esposte al Museo d’Arte Moderna di Parigi, al MOMA di New York, al Museo d’Arte di Tokyo e in numerosi altri importanti musei.

Nato a Catania nel 1922, crebbe in un ambiente povero e segnato dalla perdita precoce del padre, che lo costrinse ad affiancare allo studio il lavoro, per aiutare la famiglia. Fu un’infanzia dura, che però non soffocò la sua precoce creatività, imprimendo, si può dire, le sue emozioni su tutto quanto gli capitava sotto mano. Questo istinto creativo – un misto di necessità, fuga e immaginazione – diventerà la matrice di un linguaggio pittorico che non smetterà mai di oscillare tra realtà e visione.

La sua opera si fonda su un’idea di sguardo come dispositivo narrativo: le figure sembrano in posa per un’istantanea, ma allo stesso tempo osservano, scrutano, interrogano. È una pittura che mette in scena l’atto stesso del vedere, trasformando ogni quadro in un teatro sospeso, abitato da personaggi che vivono in bilico tra presenza e sogno. Non a caso Calogero rivendica “il diritto a sognare”, un’evasione consapevole, quasi ariostesca, che ribalta la realtà per costruirne una parallela, più vera proprio perché immaginata.

 

La critica ha spesso colto questa ambivalenza. Maximilien Gauthier parla di “una sorta di angoscia repressa”, legata alla natura fluttuante dell’Etna, presenza simbolica e fisica della sua terra. È un’osservazione che illumina un tratto essenziale: sotto la brillantezza cromatica e la fantasia narrativa, la pittura di Calogero custodisce una tensione sotterranea, un’inquietudine che affiora senza mai esplodere. Waldemar George, dal canto suo, sottolinea come la Parigi di Calogero non abbia nulla a che vedere con quella degli impressionisti: è una città filtrata da sensazioni rapide, “come stenografate”, fatta di linee spezzate e colori irregolari. Anche qui, la realtà è un pretesto per un racconto interiore.

 

Il percorso biografico dell’artista conferma questa dialettica tra le sue radici e l’esterno. Dopo gli studi al Liceo Artistico di Catania, sotto la guida di Roberto Rimini, Calogero comprese che la pittura sarebbe stata la sua unica strada. Inizialmente a Roma, in seguito a Parigi, dove ebbe il vero battesimo da artista. Come tutti i pittori suoi predecessori, visse a Montmartre, in una modesta pensione, ritraendo i bambini del proprietario per pagarsi l’alloggio.

A Parigi frequentò Severini, De Pisis, Utrillo, che ne riconobbero il talento. Dopo anni difficili, un mercante d’arte lo introdusse nel circuito delle gallerie francesi: fu l’inizio di un successo che lo portò negli Stati Uniti. Gli anni americani lo consacrarono a livello mondiale, grazie anche alla notorietà dei suoi collezionisti, fra i quali Gregory Peck, Judy Garland, Bing Crosby, Nat King Cole, Gary Cooper, Liz Taylor e Richard Burton e altre star di Hollywood.

Tornato a Parigi, acquistò l’atelier che era stato di Picasso e Degas, a Pigalle, dove lavorò intensamente per soddisfare le richieste dei mercanti d’arte che portarono le sue opere in giro per il mondo.

Negli anni Cinquanta e Sessanta Parigi lo consacrò come artista di livello internazionale e lo adottò, si può dire, conferendogli la Grande Medaglia D'Argento, massimo riconoscimento della Ville Lumière agli artisti ancora in vita. Fu allora che decise di aggiungere “Jean” alla sua firma.

Ma un siciliano che parte non per disperazione, ma per spirito di avventura o per curiosità intellettuale e spirito creativo, come nel caso di Calogero, non si stacca mai definitivamente dalla sua terra. Un ricco contratto in esclusiva con gallerie americane gli permise di stabilire la sua base sulle scogliere dove il nero delle colate laviche si fonde con l’azzurro intenso del mare e con gli altri colori dell’isola.

La morte della madre nel 1971 segnò una frattura emotiva e professionale: Calogero interruppe i rapporti con i mercanti e si concentrò sull’Italia, sostenuto da Leonardo Sciascia, che ne riconobbe la statura internazionale e la forza immaginativa.

 

Gli anni Ottanta rappresentarono una nuova stagione creativa: la tavolozza si accese, i personaggi – cavalieri, dame, clown – si animarono di una luminosità quasi metafisica. È una pittura che sembra voler trattenere un’eterna primavera, come se l’artista cercasse un equilibrio definitivo tra memoria e invenzione.

 

Calogero morì nel 2001 ad Aci Castello, dove i familiari hanno fondato l’Archivio Jean Calogero, per tutelarne l’opera e promuoverne la conoscenza. La casa-atelier, oggi sede dell’archivio, continua ad accogliere visitatori che ritrovano nei suoi dipinti quella “poetica magia” che ha reso unico il suo sguardo.

In definitiva, la grandezza di Calogero sta nella capacità di trasformare la pittura in un territorio di confine: tra infanzia e maturità, tra Catania e Parigi, tra realtà e sogno. Un artista che ha saputo costruire un mondo autonomo, riconoscibile e insieme inafferrabile, dove la fantasia non è fuga ma forma più alta di verità.

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