oltre i contorni storiografici
Fine ultimo
Nei primi libri dell’Etica Nicomachea, Aristotele introduce il concetto di fine (telos) e distingue tra azioni volontarie e involontarie, sottolineando che solo le prime possono essere oggetto di valutazione morale: dobbiamo chiamare volontarie quelle azioni di cui l’agente è causa e ne ha consapevolezza. Per Aristotele, la vita virtuosa è quella orientata al bene, e il bene è la piena realizzazione della natura dell’essere, per gli umani esso risiede nella completa realizzazione della loro natura di animali razionali. Il desiderio si colloca qui come in origine già strutturalmente correlato al fine, a partire dal quale l’uomo può dirigere la propria vita tendendo al fine stesso, e in ottemperanza ad esso, operando con piena consapevolezza e responsabilità una deliberazione, ossia l’impiego dei mezzi necessari nella data contingenza. Nel desiderio razionale, cioè nella forma di desiderare conforme alla natura razionale dell’essere umano, vi è già, dunque, il seme del fine primo e ultimo della vita, definito da Aristotele come un certo modo di vivere bene e di agire bene (Libro I, 7). In questo senso, ogni scelta virtuosa non è isolabile, ma deve essere intesa in accordo con le altre, come volta a realizzare armonia e completezza, nel suo contesto, integrando passione e ragione pratica, in un certo equilibrio.
Desiderio
La natura umana, secondo Aristotele, include anche impulsi biologici, affettivi e sessuali, necessari alla vita e alla socialità. Possiamo metaforicamente rappresentare questa natura come un oceano profondo, le cui correnti sono razionali (non prettamente cognitive, ma come manifestazioni dell’essere) nella misura in cui muovono sì desideri, ma conformemente alla natura stessa. È importante rilevare che per Aristotele le sostanze del mondo-di-qui, ovvero le entità - eccettuando i corpi celesti e i motori primi - , sono il risultato di una indissolubile relazione circolare tra forma e materia, come si legge nei suoi testi di fisica. Ecco che allora, come forma e materia sono distinguibili col pensiero, ma inseparabili nel concreto, anche ragione e desiderio sono due concetti ontologicamente distinti, ma costantemente cooperanti nelle varie modalità proporzionali. Gli impulsi passionali, solo se posti in essere secondo il criterio della misura, modulato da ragione, diventano energie costruttive; se travolgono la ragione, producono invece incontinenza (akrasia), uno stato in cui le passioni sovrastano la capacità razionale e l’individuo perde il controllo sulle proprie scelte. In questo senso, il prefisso α- in akrasia, benché filologicamente privativo, può essere letto metaforicamente, con le lenti dei nostri tempi, anche come passione che sta “al di sopra” delle correnti razionali. Secondo la filosofia di Aristotele l’akrasia è una debolezza della ragione, ossia la perdita del controllo della ragione sugli impulsi, ma noi la possiamo intendere oggi - nella società dei consumi - come una potenza del desiderio che travalica il buonsenso e diventa del tutto irrazionale (non priva di senso, ma priva di telos razionale). D’altronde, lo stesso Aristotele pone il desiderio come punto di partenza di qualsiasi pratica deliberativa, e quindi di qualsiasi scelta possibile, perciò mi permetto di riadattare questa motivazione che origina il processo dal desiderio e giunge all'azione. Il desiderio, quindi, scaturisce dalla profondità della natura umana e, se non governato, sovrasta il potere di mediazione della ragione, generando azioni contrarie al bene esemplare e riconoscibile.
[Erodendo qualsiasi parvenza di distribuzione equa del bene comune e di dignità umana al grado autentico, oggi assistiamo ad un sistema anarco-capitalista basato appunto su questo concetto, scusando il collegamento. Il massimo del controllo sociale eppure la massima perdita del controllo etico e morale. Mosso da akrasia, un modello economico e politico come il nostro attuale esige akrasia per alimentare la sua ingordigia. Ed è proprio su questo punto che dovremmo porre un focus privilegiato, nel consumarsi delle nostre esistenze. Millenni più tardi giunge a noi una riflessione di fondamentale importanza, che riflette alla perfezione il modello di base del grande equivoco odierno e ci fornisce consigli preziosi, continuando a leggere.]
Deliberazione
La deliberazione è l’atto razionale mediante il quale l’uomo valuta i mezzi per raggiungere il fine. Se il desiderio è razionale, ovvero orientato al bene e quindi alla realizzazione della natura umana, che in ultima istanza è sociale, la deliberazione efficace è da ritenersi buona. Diverso è il giudizio, nonché la terminologia adottata, se il fine si orienta al male; si dovrebbe qui aprire il discorso sulla disposizione dell’anima, ma non intendo farlo. Dirò solo che Aristotele sottolinea che questo processo distingue l’uomo dagli altri animali: mentre gli impulsi naturali possono muovere le azioni in modo incontrollato, la deliberazione permette di ponderare le opzioni e di orientare le passioni verso fini virtuosi. La saggezza pratica (phronesis) consiste proprio nella capacità di integrare i desideri naturali con la ragione e si costruisce attraverso una prassi continua, un esercizio costante. Le correnti dell’oceano allora sono incanalate attraverso la ragione e ne determinano il moto appropriato alla contingenza.
Scelta
La scelta inizia dove finisce la deliberazione: è la decisione. In termini aristotelici, la scelta non coincide con il desiderio immediato o la semplice inclinazione naturale: implica consapevolezza, responsabilità e coerenza con il carattere dell’agente. Essa è quindi il culmine del processo compartecipato di ragione e desiderio: la ragione dirige le passioni senza reprimerle, evitando l’incontinenza e permettendo che l’energia afroditea - mi sia concessa la metafora - sia eticamente diretta (per Aristotele, secondo ciò che era l’abito socio-politico della polis dell’Atene classica). In altre parole, quando l’uomo agisce secondo scelta virtuosa, il mare resta potente ma navigabile: le correnti sostengono la vita morale anziché travolgerla, e la sua schiuma diventa simbolo non di caos, ma di energia creativa e armonica.
Fine primo
La felicità. La virtù diventa l’arte dell’equilibrio: ogni impulso riconosciuto e orientato consente all’uomo di realizzare la propria natura in modo completo. L’energia naturale è allora vita buona, se tale si dà, per volontà esemplare e pratica virtuosa, non per accidente.
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